Attenzione
Così mio figlio autistico è rinato cambiando scuola
La testimonianza di una madre. Il passaggio dalla terza media alla prima superiore diventa traumatico. Il ragazzo è descritto come aggressivo e viene isolato. Il preside chiede al genitore di somministrargli dei tranquillanti. Ma è l'ambiente che lo circonda il problema: nella nuova scuola lo studente è accolto e compreso, e ritrova la sua serenità. "Perché ve lo racconto? È importante sapere che ci sono scuole che funzionano e insegnanti capaci di relazionarsi con empatia"
Ho sempre pensato alla scuola come a una seconda mamma, una struttura solida a cui poter affidare con fiducia i nostri figli. Un luogo dove termini come autorevolezza si confondono e si fondono con il confronto, e la crescita di ciascun individuo diventa una sfida sorridente accolta dagli insegnanti coraggiosi, perché a volte per insegnare serve coraggio, soprattutto se il primo giorno di scuola hai due occhi impauriti di un ragazzino autistico che chiedono di essere letti.
Scegliere un nuovo indirizzo dopo la terza media talvolta diventa impegnativo per un genitore, si ha sempre il timore di sbagliare, ci si confronta, ci facciamo consigliare, dopodiché ci si affida a quello che riteniamo sia giusto in quel momento, ma quel momento spesso è carico di paure e perplessità che cerchiamo di soffocare, dietro piccoli sorrisi, cercando la rassicurazione di sguardi complici. Penso che alla base di ogni approccio tra persone esista una parola chiave da curare, fondamentale, la relazione. Instaurare un legame basato su rispetto e fiducia reciproca, questo è l’elemento essenziale in ogni scambio importante, fondamentale tra uno studente e l'insegnante. Quando poi si parla di disabilità, empatia e relazione diventano cardini indispensabili senza i quali si creano situazioni di disagio difficilmente arginabili, talvolta irrecuperabili. A mio figlio è successo questo.
Primo anno di scuola superiore, un passaggio importante, nuovo ambiente, nuovi professori e compagni, potenzialmente nuove opportunità e stimoli, un'occasione per confrontarsi con ragazzi “grandi”, coetanei. Sono consapevole che per la gravità della sua patologia, il compito della scuola nel caso specifico non potrà mirare troppo alla didattica, ma piuttosto all'inserimento in un contesto di socializzazione, integrazione, autonomie, fondamentali sia per l'età, che per le esigenze. Diventa talvolta una necessità poter condividere esperienze non solo con personale qualificato, che deve comunque mediare, ma il diretto contatto con un coetaneo può e deve fare la differenza. Ma non è sempre così, mio figlio per i primi due mesi di scuola è stato escluso dalla classe perché ritenuto “potenzialmente pericoloso”. Dopo soli venti giorni dall 'inizio dell'anno scolastico, durante il PEI (piano educativo individualizzato) il preside dell'istituto mi ha consigliato, per agevolare l'inserimento, di fargli assumere dei tranquillanti, per arginare il disagio, senza domandarsi neanche per un attimo se tale disagio derivasse forse da un non corretto approccio da parte dei docenti che in teoria avrebbero dovuto, non solo prevenire comportamenti problematici ma soprattutto intuire che continuare a tenere mio figlio rinchiuso in un'aula da solo per quattro ore al giorno non avrebbe fatto che aumentare in maniera esponenziale il suo disagio.
In tutto il suo percorso scolastico, ma direi pure, da quando è nato, non avevo mai sentito parlare di aggressività o di reazioni violente verso altri, riferite a mio figlio, era la prima volta che qualcuno descriveva un ragazzino di diciassette anni, alto un metro e quaranta per trentasei chili di peso, “potenzialmente pericoloso" per l'incolumità degli altri studenti. Che cosa ho pensato? Ho pensato che pericoloso è stato questo incontro, un incontro, il PEI, che sarebbe dovuto essere un momento di progettazione, di valorizzazione, di accoglienza, confronto, si è rivelato distruttivo e consapevolmente emarginante, un incontro dove da genitore sono uscita distrutta.
Da quel momento ho capito che dovevo immediatamente portare via mio figlio da quella scuola, e non è stato semplice. Ma il 27 novembre abbiamo finalmente varcato la soglia di una nuova realtà, l'isis Mattei di Rosignano, una scuola che ha accolto prima me come madre ascoltandomi e poi è riuscita a conquistare lui, che la mattina ora scende di macchina sereno, accolto da sorrisi e mani tese, dove ha trovato insegnanti che non si sono fatti intimorire, ma che al contrario hanno accolto e preso l'occasione come sfida cercando di mettere in campo tutte le energie e strategie per far tornare la fiducia in lui.
Adesso frequenta la piscina due volte a settimana accompagnato dall'insegnante e altri progetti verranno attivati in primavera. Perché ho scelto di raccontare la nostra storia? Perché siamo sempre pronti a denunciare quello che non va e considerare scontata la normalità, le cose che funzionano. Ho scelto di raccontare perché è necessario conoscere le varie realtà, ed è solo raccontando che si può far conoscere. In questa esperienza non mi sono mai sentita sola, ecco perché è necessario parlare, fare rete, altri genitori mi hanno sostenuta ma soprattutto l'associazione "haccompagni" è stata la mia energia, un porto sicuro dove nei momenti difficili mi ha sempre presa per mano. Ho scelto di raccontare perché non farlo sarebbe stato meno difficile ma più doloroso. Ho scelto di raccontare perché mio figlio non avrebbe potuto farlo.
Una mamma (lettera firmata)
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