Attenzione
Spese bugiarde, le elezioni costano spiccioli
Ma la Corte dei Conti non ci vede chiaro: cifre non credibili per affrontare il voto
Bastano 1.635 euro per diventare sindaco. Filippo Nogarin ce l’ha fatta. Nel 2014, a Livorno. Primo politico non di sinistra a conquistare il Municipio labronico. La sua lista - M5s - compie il miracolo a spese elettorali quasi azzerate. C’è, comunque, chi fa anche meglio alle amministrative di due anni fa: Forza Italia (con l’eccezione di Prato), spende quasi ovunque, 62 euro per l’intera campagna. E Ncd zero spaccato. Ma non è l’unica lista, certifica la Corte dei Conti. Nei dieci Comuni che hanno eletto i sindaci, da Capannori a Firenze, 50 liste su 148 dichiarano di non aver tirato fuori neppure un euro per manifesti e volantini. Infatti su una spesa potenziale consentita di quasi 15,4 milioni (nei 10 Comuni) le liste hanno speso poco più di 372mila euro, circa il 2,4%. Questo, almeno, è quanto relazionano. La Corte dei Conti ne prende atto. Ma quanto a crederci è un'altra faccenda.
RENDICONTI NON REALISTICI
Infatti scrive che le verifiche «possono non rispecchiare la situazione reale». Che succede? Ci sono dichiarazioni false? Non è proprio così. Il fatto è che il potere di controllo della Corte dei Conti sulla rendicontazione elettorale, almeno per le amministrative, è limitato. La legge parla chiaro: per le comunali, la Corte dei Conti può solo verificare le spese sostenute dalle liste e non dai singoli candidati; inoltre, a fornire la documentazione devono essere i partiti o le formazioni politiche (i controllati), mentre la magistratura contabile non ha alcun potere di indagine sulla documentazione fornita. Può solo rilevare irregolarità formali e chiedere integrazioni. Ma non andare oltre.
RIFLETTORI SU LISTE CIVICHE
Ecco perché, alla fine del primo controllo sulle spese elettorali comunali, la Corte dei Conti deduce: «Le verifiche, svolte in forma prevalentemente cartolare, conducono a risultati che, ragionevolmente, possono non rispecchiare la situazione reale. Ciò risulta evidente, in particolar modo, per le liste civiche di rilievo e per i partiti strutturati a livello nazionale che presentano rendiconti negativi o di importo esiguo, non proporzionato alla campagna elettorale condotta». Ad esempio, salta agli occhi, oltre ai casi di Ncd o FI, la lista di supporto al sindaco di Firenze, Dario Nardella che risulta aver speso zero euro per la campagna elettorale. Ora è vero che il Pd a Firenze avrebbe pagato oltre 65mila euro per la campagna elettorale: ma in senso assoluto, si tratta di una cifra esigua.
PLAFOND NON SPESI
A farlo rilevare è la stessa Corte dei Conti che ricorda come ogni lista ammessa al voto avrebbe potuto spendere, per la campagna elettorale, una cifra massima pari a un euro per ogni cittadino iscritto nelle liste elettorali del Comune. Un esempio: a Livorno, nel 2014 gli elettori erano 136.901. Perciò ciascuna lista aveva un budget teorico di 136.901 euro. A Firenze, gli elettori erano 288.971 e quindi il plafond massimo di ciascuna lista era di 288.971. Considerando che nel capoluogo regionale le liste presentate sono state 23 e che la spesa complessiva per la campagna (di tutte le formazioni) è arrivata ad appena 118mila euro - su un budget potenziale totale di quasi 6 milioni e 650mila euro - si vede che è stato sfruttato appena l’1,7% del costo. Si tratta della percentuale più bassa di tutta la Toscana. Ma lungo la costa la situazione non è affatto migliorata: infatti a Rosignano Marittimo, il rapporto fra spese sostenute per la campagna elettorale e budget a disposizione si è fermato al 2,2%. A Livorno è rimasto sotto il 3,6%.
EMPOLI LA SPENDACCIONA
La città dove si è speso di più per la campagna elettorale - secondo quanto risulta dai rendiconti della Corte dei Conti - è Empoli: qui le 8 liste hanno pagato oltre 31mila euro su un totale spendibile di oltre 286mila euro. Ma comunque, non sono arrivate a consumare neppure l'11% del plafond.
CONTROLLI SPUNTATI
Però, la Corte non può fare molto per verificare se quanto dichiarato risponda al vero. «Il controllo - scrivono i magistrati contabili - si configura, in concreto, meramente formale, potendosi verificare, al più, il rispetto del limite massimo di spesa, l’inerenza delle spese rendicontate alla competizione elettorale e la congruità fra le dichiarazioni dei presentatori dei rendiconti e la documentazione, principalmente costituita da fatture, scontrini fiscali, quietanze di pagamento, estratti conto, contratti di locazione». Ma «non residua alcuna possibilità di indagine sulla veridicità dell’ammontare di spese ed entrate dichiarate e ciò impedisce, sostanzialmente, di dare effettività al controllo anche in funzione del previsto regime sanzionatorio, i cui ambiti di applicazione, in tal modo, non solo restano incerti ma sono, di fatto, rimessi agli stessi soggetti che dovrebbero subirne delle conseguenze».
NIENTE VERIFICHE INCROCIATE
Al riguardo, la Corte ricorda che la normativa non prevede «strumenti di coordinamento idonei a consentire un confronto fra i rendiconti di lista e quelli dei singoli candidati, presentati al collegio regionale di garanzia elettorale presso la Corte d'appello». Così è impossibile effettuare «un controllo incrociato che potrebbe evidenziare eventuali discrepanze significative».
DICHIARAZIONI REALISTICHE
Di significativo, ci sono solo le spese ridotte all'osso. «Ma sono dati veri - obietta Giacomo Giannarelli, capogruppo di M5S in Regione - perché le nostre campagne elettorali sono basate sul volontariato. Ora, senza voler escludere qualche errore, nell’ordine di centinaia di euro, visto che sono le prime rendicontazioni, posso assicurare che noi spendiamo davvero poco. Per le regionali, che sono elezioni con campagne elettorali più costose delle comunali, abbiamo pagato nemmeno 2mila euro a collegio. Non siamo arrivati a 20mila euro di spesa complessiva». Per questo, non è assurdo - insiste Giannarelli - che a Livorno, la lista M5S per l’elezione di Nogarin sia rimasta intorno ai 1.600 euro. «Piuttosto è anomalo che si spendano decine di migliaia di euro per le campagne elettorali. Lo è per noi che a livello nazionale rinunciamo a 40 milioni di rimborsi».
Non ci rinuncia Fratelli d’Italia che però - dice il capogruppo in Regione, Giovanni DOnzelli - alle comunali del 2014 «non ha potuto spendere nulla perché era appena nato. Ed era pieno di debiti. Le nostre liste non hanno neppure stampato manifesti in modo autonomo: ci siamo agganciati alla campagna elettorale che il partito ha organizzato per le Europee. Per le amministrative non avevamo budget».
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