Il Tirreno

Toscana

Quando l'istinto uccide l'analisi

di Emilio Guariglia
Bruno Poeti con Matteo Salvini della Lega
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Bruno Poeti con Matteo Salvini della Lega

Clima da forca sui social: chi ha sparato è un eroe, peccato non lo abbia ucciso

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GROSSETO. Dai social una voce sola: chi ha sparato è un eroe, peccato che non abbia ucciso, tutti facciano come lui, i giudici non si azzardino a indagare sull’autore di un’azione esemplare.

Non sorprende. Tanto plebiscitario grido di sangue altro non è che il distillato di quel verbo politico ipersemplificante che da mesi è diventato tormentone nazionale, da ripetere ovunque con l’automatismo del riflesso pavloviano: “ladro” uguale “spara”. Non è il primo, né certo sarà l’ultimo di questi tormentoni nell’Italia dalla memoria corta. Chi ricorda che appena tre anni fa il demonio si chiamava spread? Slogan, parole d’ordine, semplificazioni della realtà - di qua il bianco, di là il nero -che poi la Storia con la sua complessità scioglie come neve al sole. Ma che intanto, di volta in volta, procurano il posto al sole allo sbandieratore di turno, di qualsiasi colore esso sia.

Nessuno intende censurare le opinioni altrui. Ma su questo specifico tormentone (ladro uguale spara) qualche tentativo di riflessione più pacata merita di essere messo nel piatto e subito, nel pieno della tempesta. Perché qui l’abbaglio è questione di vita o di morte. In senso letterale.

Punto numero uno, il più importante: la Legge italiana (e di molti Paesi civili del Mondo) ammette solo e unicamente l’omicidio per legittima difesa. Difesa non della proprietà, o dei valori etici o del credo religioso, ma della vita, quella propria e quella altrui. Si può uccidere per evitare di essere uccisi o per fermare un omicidio. Nient’altro. La Legge è fatta dagli uomini e gli uomini possono cambiarla. Ma finché questa è la Legge - unico puntello della convivenza sociale in tutti i suoi ambiti - invitare gli altri a sparare e uccidere per difendere una proprietà significa invitarli a consegnarsi a un sicuro processo e a una probabile condanna. Insomma, a rovinarsi per sempre. Vale la pena incitare chi ci sta vicino, a cominciare dai nostri figli, a correre questo rischio?

Poi c’è una questione pratica: il pericolo concreto (e le cronache degli Stati Armati d’America di casi del genere sono piene) che dalla finestra di casa il babbo ammazzi il figlio adolescente che alle cinque del mattino tenta di intrufolarsi in casa senza farsi sentire dai genitori; o di impallinare il cacciatore che (la Legge italiana lo consente) viola la nostra proprietà con un’arma in mano per braccare il cinghiale: vale la pena rischiare?

Terzo, una questione etica “laica”: c’è proporzione tra il valore di un’automobile e la vita di un uomo?

Il quarto punto discende dal terzo, e lambisce anche la sfera religiosa. Molti dei leader politici che propugnano l’equazione “ladro uguale spara”, rivendicano anche la difesa delle radici cristiane della nostra Italia. Ora, anche la più dura parola che mai nei Testi sacri sia stata scritta in proposito (la legge biblica “del taglione”) dice “occhio per occhio, dente per dente”: ovverosia, come ogni biblista insegna, la pena deve essere commisurata al danno subito, né più né meno.

Ecco perché, tutto sommato, prima di urlare “uccidi. il ladro” è bene contare fino a cento. Ecco perché, tutto sommato, è bene che in questa come in tante altre vicende ci si affidi se non all’etica, se non alla religione, se non a un calcolo utilitaristico, quanto meno alle Leggi. Magari invocandone l’applicazione piena e uguale per tutti. Perché è vero, in Italia non sempre è così. Ma non è meglio chiedere di porre mano alle leggi, prima che ai fucili?

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