La protesta
L'esaltazione del nuovo ha provocato un disastro
Il sociologo Adriano Fabris: "La sfida è riuscire a immaginare usi concreti per i luoghi che versano nell'abbandono"
“In passato aveva finito con l’affermarsi una certa idea in base alla quale il concetto di bello e quello di nuovo coincidevano, con il conseguente abbandono di tutto ciò che era vecchio e quindi considerato meno prezioso. In sostanza, si diceva: nuovo è bello, costa più abbattere che rifare. E le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti, magari con tante villette a schiera costruite sullo sfondo dei nostri alberi e dei paesaggi tipici”. È un’analisi dettagliata e impietosa allo stesso tempo quella di Adriano Fabris, sociologo e docente all’Università di Pisa: questa Toscana, per secoli considerata la terra della bellezza per antonomasia e che oggi si trova sulle spalle centinaia di strutture recuperabili, ma abbandonate, non può che suscitare interrogativi e vogli di spiegazioni, soprattutto da un punto di vista storico e appunto sociologico.
Insomma, professor Fabris, siamo davanti a una vera involuzione: da terra del bello a terra dell’abbandonato: secondo lei, come può essere successo?
“Lo dicevo prima. È stato identificato, soprattutto negli anni Sessanta e Settanta, il bello con il nuovo. Quando poi ci siamo resi conto che così non andava bene, sono finiti i soldi. Situazione a cui si è aggiunta l’incapacità di molti amministratori ad andare a cercare risorse in altro modo, magari anche sponsor, cioè tutto quello che si deve fare quando manca il denaro pubblico”.
[[atex:gelocal:il-tirreno:regione:toscana:1.12927994:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/toscana/2016/02/09/news/belli-e-abbandonati-la-toscana-degli-edifici-storici-da-salvare-1.12927994]]Quello economico non sembra comunque l’unico problema da superare.
“Esattamente. L’altro aspetto è infatti legato all’effettivo riutilizzo di questi immobili. Una volta deciso il recupero, si pone con forza proprio il problema della loro nuova destinazione”.
Vuole dire che mancano le idee? Viene da pensare al Convent Garden di Londra e ad un vecchio edificio trasformato in un Apple Store, ma con le strutture commerciali tutte realizzate in vetro, ascensore compreso, per far ammirare la struttura originale.
“In realtà, noi ci troviamo molto spesso in questa situazione perché abbiamo tante cose belle. Ricordo ad esempio il Teatro Romano di Colonia, in Germania, fatto su pochissime rovine e con pochissimi reperti, ma è bellissimo. Noi dall’abbondanza subiamo una sorta di ingessatura. Ma tutte queste cose che abbiamo non vanno viste come un peso, limitandosi ad osservarle come un monumento, ma piuttosto come qualcosa da vivere: il rischio, altrimenti, è la stessa “monumentizzazione” dell’Italia, cioè la trasformazione in una sorta di Disneyland per turisti”.
L’impresa quindi non si può e non si deve esaurire con il semplice recupero. Ma quali sono secondo lei i passi successivi? Cioè, tanto per usare parole semplici, che cosa ne facciamo?
“Gli edifici abbandonati, secondo quanto ci dice questo studio focalizzato sulla Toscana, sono davvero un numero considerevole. Vanno recuperati, ma non si può certo pensare che si possano mantenere facendo pagare un biglietto con la certezza che quest’ultimo non coprirà mai i costi. Penso che l’unica strada praticabile sia quella di destinarli ad usi concreti, magari concedendoli in affitto o comunque destinandoli a qualcosa che li faccia diventare redditizi, che poi equivale a dire che li renda in qualche modo vivi”.
Può fare un esempio concreto?
“A Livorno ci sono le Terme del Corallo che sono un gioiello dello stile liberty (si trovano di lato alla stazione centrale in stato di completo abbandono e “oscurate” da un cavalcavia ferroviario, ndr). Ecco, mi chiedo: esiste in questa città un centro fieristico? Perché non crearlo proprio all’interno di un edificio di quel pregio?”.
[[atex:gelocal:il-tirreno:regione:toscana:1.12838635:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/toscana/2016/01/25/news/sammezzano-petizione-change-org-1.12838635]]Torniamo all’aspetto generale. Si può dire che alla fine è solo un problema di soldi?
“In realtà, la situazione è più complessa e, per quanto riguarda i soldi, è difficile anche proporre in questo momento dei project-financing. Direi quindi che, visto che sono dei segnali di ripresa dell’economia, è il caso di apsettare un po’. Ma attenzione, perché l’aspetto economico non è tutto. Voglio dire che dobbiamo evitare di ripetere gli errori del passato: una volta che riprenderà la possibilità di investire, non si deve ricominciare a costruire le villette a schiera di cui parlavo prima magari proprio sulle colline del Chianti”.
E per il riutilizzo che cosa si potrebbe fare?
“Vedo che qui tra le strutture abbandonate e segnalate dal sito ci sono molti ospedali o comunque diverse grandi aree: penso alla zona del vecchio ospedale di Lucca o, sempre nella stessa città, all’ex Manifattura Tabacchi. Faccio l’esempio di Savona, in Liguaria. Lì c’era un vecchio ospedale su cui si è discusso moltissimo, ora ci faranno un centro commerciale, ma il recupero in questo modo è diventato fattibile”.
In Toscana e in Italia in generale esistono forse problemi sul piano delle idee della creatività? Secondo lei ci sono carenze i questo campo?
“Architetti ed urbanisti ci sono, in Toscana come in Italia. Purtroppo però, per lavorare, troppo spesso finiscono all’estero”.
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