Attenzione
"Macché Tarantino, il vero cinema cult è quello di Barbara"
La Bouchet scarica il regista americano ("un vero maleducato") e racconta la sua vita da favola
Intervistare Barbara Bouchet per un cinefilo è come fare una gita a Disneyland. È stata Bond girl e eroina di Star Trek, simbolo della commedia sexy e protagonista del poliziottesco, ma anche dell’horror all’italiana, della commedia sofisticata... Insomma, il cinema anni Settanta ha il suo volto, e il suo corpo. Quentin Tarantino l’ha eletta a sua musa, e ha urlato al mondo il suo amore (artistico) per lei. Poco conta quello che è successo dopo: il ragazzaccio americano le ha dato buca in più di un’occasione, e lei offesa da comportamenti normali per il genio di "Pulp fiction" ma assai poco civili, se l’è legata al dito. E appena lo sente nominare si scatena più di Django: «Un film con Tarantino? Non ci penso nemmeno, su di lui ho messo una croce. Il regista è eccellente, l’uomo molto meno. Io ho dei valori, lui no, io rispetto il prossimo, lui no. Di me parla bene? Sì, perché gli conviene farlo. E poi io mica sono maleducata come lui, di me non può dire che bene».
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Nervo scoperto. Lasciamo perdere Tarantino. Parliamo di altro. Di teatro, per esempio. Sabato alle 21 al Verdi di Montecatini andrà in scena “Tre donne in cerca di guai” di Jean-Marie Chevret. Le tre donne (il titolo originale è “Les amazones”) sono Barbara Bouchet, Corinne Clery, altro sex symbol charmant di qualche anno fa, e la più casareccia Iva Zanicchi, già aquila canora di Ligonchio. Il testo è uno di quelli con cui Chevret ha dato una svecchiata al teatro boulevardier, Corinne Clery se ne è innamorata, ha acquisito i diritti e l’ha portata in scena con la regia di Nicasio Anzelmo. Il risultato è un lavoro molto divertente, la storia di tre donne profondamente deluse dalla vita, che decidono di condurre un'esistenza comune sotto lo stesso tetto, lontano soprattutto da qualsiasi presenza maschile.
Lei ha esordito in teatro 20 anni fa con “La presidentessa”, una pochade, e ora è protagonista di un altro testo brillante francese, anche se di maggior spessore. Come è approdata a “Tre donne in cerca di guai?”
«È stata Corinne a chiamarmi. Sapeva che ero già impegnata con uno spettacolo che però stavamo faticando a mettere su. Inizialmente il mio ruolo era di Catherine Spaak, ma lei a un certo punto si è tirata fuori, così Corinne mi ha chiamata, “Barbie, lo so che tu sei dietro a Quartetto, ma c’è questa bella opportunità, vedi se riesci a liberarti”. Ho chiamato il mio produttore, “che si fa?”. Grazie a Dio abbiamo accettato, è stata una fortuna, nessuno pensava che avremmo avuto così tanto successo. Sono felice di far parte di questo gruppo, è ben amalgamato, direi che noi tre siamo complementari, e il pubblico apprezza. Abbiamo fatto il miglior incasso in più di un teatro, abbiamo riprese a Torino e a Milano».
Quella con Corinne Clery è un'amicizia di lunga data, dai tempi in cui eravate due sex symbol. Siete mai state in competizione?
«No, siamo due tipi diversi, non c'entriamo niente una con l'altra. Non esiste un film fatto da lei che avrei voluto fare io, e viceversa».
Micky, il personaggio che lei interpreta, è energica, risoluta ma sotto la corazza di donna manager nasconde una grande fragilità. Quanto c'è di Micky in Barbara?
«Succede spesso che donne di carattere, che fanno un po' di tutto, tengano i loro sentimenti nascosti, e siano molto vulnerabili. Io energica lo sono, dura no. Ma forse lo sembro, essendo tedesca, e questo copre la fragilità. Ma non diciamolo a nessuno, sennò mi rovino la reputazione».
Per il lavoro Micky ha rinunciato al grande amore. Lei ha mai fatto grosse rinunce in cambio del successo?
«No, ho sempre fatto ciò che volevo fare. Del resto nessuno mi ha mai detto “Basta! Ora fai la casalinga”. E comunque non avrei mai potuto».
Qual è il segreto del suo successo, o se preferisce cosa è che trasforma un sex symbol in un'icona del cinema?
«Boh, non lo so. Io sono sempre stata con i piedi ben piantati per terra, non mi sono mai montata la testa. Per fortuna piaccio sia al pubblico maschile che a quello femminile, spesso chi piace agli uomini va di traverso alle altre donne, io non so perché, ma non ho mai dato fastidio alle donne, anzi, mi sostengono, e di questo sono ben contenta».
Oggi per una bella donna è più o meno facile con tutto quello che offre il web diventare un sex symbol?
«Sicuramente è diverso, magari lè più facile diventarlo per un attimo, toccata e fuga, o usa e getta. Già con la televisione le donne belle vengono sfruttate in tutte le maniere possibili, ci sono i giornali, le pubblicità: troppo. Non c'è più mistero, nessuno che aspetta il film per vedere quell’attrice perché è già dovunque. Per questo dura poco, un anno o due poi finisce e arriva la prossima. Ai miei tempi non era così. Oggi arrivi più facilmente ma finisci presto, io sono qui da 50 anni e non sono ancora finita».
Lei nel mondo dello spettacolo ha fatto di tutto: teatro, cinema, tv, dischi. Cos'è che le ha fatto battere di più il cuore?
«In effetti col teatro ho chiuso il cerchio. E certo, il teatro è quello che oggi mi dà stimoli, adrenalina. Sì, ce n’è anccora tanta, ci mancherebbe altro. È talmente diverso dal cinema, lì i risultati li vedi dopo un po’ di tempo, qui subito, ogni sera. Ed è entusiasmante. Anche perché finora mi è andata sempre molto bene Non so cosa succederebbe in caso di insuccesso, magari mi taglio le vene (ride ndr.)».
Tornando al cinema, lei ha girato oltre una sessantina di film: qual è quello che ha amato di più?
«È come chiedere a una mamma quale figlio ama di più. Poi spesso non sono confrontabili, appartengono a generi diversi. Vediamo, amo molto “L’anatra all'arancia”, di Salce ma anche film diversissimi come Per le antiche scale” di Bolognini, o “Milano calibro 9” di Di Leo. Insomma, direi che di questi film qualcosa è rimasto».
C'è qualche film che invece non rifarebbe mai?
«Sì, ce ne sono alcuni che non rifarei, soprattutto perché mi sono stati imposti. Più di una volta è capitato che il produttore dicesse “ok, ti faccio fare questo film, ma poi devi fare anche quest’altro”. Un esempio? “Finalmente.. le mille e una notte” di Margheriti non l’avrei mai fatto, e invece l’ho dovuto fare».
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Quando girava le commedie sexy, immaginava che qualche anno dopo sarebbero diventate pellicole cult?
«Assolutamente no, sapevamo tutti che la commedia sexy era la sorella povera del cinema. Del resto a ricordarcelo continuamente c’erano i critici, e i Festival che non ci avrebbero mai chiamati. Anche se dal pubblico arrivavano segnali ben diversi. Certo girare una commedia, e per di più sexy, significava avere la certezza di non mettere piede a Cannes o a Venezia, e questo era un po’ frustrante, ci scherzavamo su. Confesso che oggi tutta questa attenzione la vivo con un pizzico di soddisfazione in più. Sì, vedere che di questi film si parla ancora, che i critici ne discutono, che li conoscono anche i gioivanissimi è una piccola rivincita per la Bouchet».
Qual è Il suo regista preferito fra quelli con cui ha lavorato?
«Direi il mio amico Mauro Severino, che ho nel cuore anche come persona; e Sergio Martino».
E il partner che ha apprezzato di più sul set?
«Non devo pensarci neanche un attimo: David Niven! Il mio attore preferito. Che signore che era, che spirito, che simpatia: meraviglioso».
Cosa è per lei la bellezza?
«C'è un detto che mi piace:”La bellezza è una bestia pericolosa, la puoi accudire per tutta la vita, ma a un certo punto ti lascia”. Per fortuna ancora non mi ha lasciato. La bellezza è utile per aprire le porte, ma se non c 'è anima, se non c’è talento, non basta. Grande Fratello, copertine, Twitter, Facebook servono solo a illudere. Bella, sì, ma per un attimo,poche sopravvivono».
Lei fra l'altro ha portato il fitness nelle case degli italiani…
«Sì, e sono molto fiera di questo: prima di me le donne praticamente non facevano ginnastica. Oggi si tengono in forma».
Suo figlio Alessandro Borghese è un grande chef oltre che un personaggio di successo. Le ha insegnato lei a cucinare?
«Per me la cucina può essere murata. Da sempre ho poca fame, il cibo mi serve solo per nutrirmi. Non mangiando, non mi piace neanche la buona tavola. Alessandro vedeva suo padre Luigi che era bravissimo a cucinare. Una passione che ha portato in alto, ne ha fatto un mestiere. Così oggi capita che dicano “Quella è la mamma di Alessandro Borghese” invece di “Quella è Barbara Bouchet”. E questo mi piace molto».
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