Gioco
Le parole del film muto. Così Scola raccontava la grande fucina del cinema italiano
Fu al centro di un lavoro di equipe tra registi e sceneggiatori che produsse una stagione d'oro del cinema italiano. Il racconto di quegli anni, quando i film nascevano anche per caso
PRATO. La prima volta che incontrai Ettore Scola ero ancora intontito di magia. Per raggiungerlo avevo percorso una strada di New York del XIX secolo e una via di Roma, quartiere Prati, al tempo del fascismo. L’appuntamento era a Cinecittà, nella palazzina del Cinefonico, dove Scola stava terminando il montaggio di “Concorrenza sleale”, il film con Abatantuono e Castellitto sulle leggi razziali. Per arrivarci si doveva attraversare il set ancora allestito di "Gangs of New York" di Scorsese e quello, appunto, del film di Scola.
Il regista ebbe comprensione per il mio ingenuo stupore da neofita e, nonostante gli rubassi tempo prezioso nell’imminenza dell’uscita del film, si dedicò all’intervista su “Una giornata particolare” che era il motivo per cui l’avevo cercato. Era il film che forse amava di più, così “perfetto” nella sua unità di tempo e di luogo. Raccontò di come aveva faticato all’inizio a convincere la diva Sofia Loren a vestire i panni di una donna modesta, sciatta, un po’ ottusa, lei abituata ad essere un simbolo erotico, e di come invece si calò poi con entusiasmo nella parte. Parlò della sua passione per la storia, e in particolare per gli intrecci tra i grandi eventi e le vicende quotidiane degli uomini, un tema che si ritrova in quasi tutti i suoi film.
“C’è la grande storia che cavalca sopra le nostre teste – disse - con le decisioni prese dagli uomini cosiddetti importanti, ma il flusso della storia è determinato poi dall’umanità. Mi interessa l’influenza che la Storia ha sulle vicende umane, sui sentimenti della gente comune”.
Passarono alcuni anni e capitò poi di incontrarlo altre quattro volte, in rapida successione, per parlare di altrettanti suoi film. Ci vedemmo sempre nella sua casa romana ai Parioli, piena zeppa di libri, molti di storia, molti in francese, in omaggio alla sua seconda patria. Perché se è vero, come hanno osservato tutti, che Scola ha raccontato con i suoi film la storia del nostro Paese, bisogna ricordare che lo ha fatto un po’ anche con la Francia, con "Ballando ballando", "Il mondo nuovo". E la Francia è stata generosa di affetto, di stima e di riconoscimenti nei suoi confronti.
I SUOI FILM INDIMENTICABILI:
Scola aveva cominciato ancora studente a collaborare come umorista e vignettista al Marc’Aurelio, una rivista satirica. Faceva il “negro”, come si diceva allora, sfornando battute a getto continuo e in subappalto per sceneggiatori già affermati che le avrebbero inserite nei molteplici film e spettacoli teatrali a cui lavoravano in simultanea (abbondanza dei bei tempi andati). La passione per il disegno caricaturale lo accompagnò sempre. Per tutti i suoi film sentiva il bisogno di disegnare prima i personaggi, tracciando quelli che chiamava “disegnetti psicologici”. Parlando di “Ballando ballando” tirò fuori da un cassetto una cartella con i suoi bozzetti che sarebbero stati decisivi a definire la gestualità e la mimica dei personaggi, a maggior ragione in questo film in cui gli attori non parlavano mai, ed era necessario dunque "un maggior espressionismo". Tanto che – raccontò - per questo film muto di soli musica e gesti, scrisse insieme a Scarpelli una solidissima sceneggiatura in cui c’erano anche tutti i dialoghi “immaginari”, le parole che gli attori non avrebbero detto, ma che stavano dietro quei gesti e quella mimica, per aiutare gli attori a capire cosa dovevano esprimere. E c’era anche tutto il vissuto di quei personaggi, le storie che avevano alle spalle. Questo per dire come si lavorava nel cinema di Scola e dei suoi amici.
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Dei suoi amici, sì, perché questo era un aspetto che emergeva con rimpianto nelle conversazioni con il regista. La consapevolezza e l’orgoglio di aver partecipato a un’epoca straordinaria del cinema italiano, di essere l'ultimo rappresentante di un gruppo di grandi sceneggiatori e altrettanto grandi registi che lavoravano insieme tra litigi e slanci di amicizia come una factory, si direbbe oggi, frequentando gli stessi ambienti, trovandosi nei bar e nelle case. E lavoravano anche quando sembrava che cazzeggiassero, perché spesso era la stessa cosa e proprio da quella intelligenza condivisa e collettiva nascevano le idee, i personaggi, le storie che poi hanno dato vita a decine di capolavori e altre decine di buoni film.
I film di Risi, Monicelli, Scola, Germi, Comencini, Pietrangeli che avevano come sceneggiatori lo stesso Scola, Agenore Incrocci e Furio Scarpelli (Age e Scarpelli), Ruggero Maccari, Sergio Amidei, Suso Cecchi d’Amico, Luciano Vincenzoni. Un lavoro d’equipe in cui le formazioni di sceneggiatori e registi si potevano scambiare con risultati sempre altissimi. E’ da quel lavoro di gruppo che sono nate la commedia all’italiana e una memorabile stagione del cinema nostrano.
IL RICORDO DI PAOLO VIRZI':
Un’epoca d’oro in cui i film si facevano anche in modo assai spiccio. Esemplare il racconto che Scola fece del “Gaucho”, un film di Risi ingiustamente considerato minore, che contiene molti spunti divertenti e almeno una scena straordinaria: l’incontro tra Gassman e Manfredi, italiani in Argentina che prima nascondono e poi ammettono il loro personale fallimento. Tre minuti di cinema che valgono il prezzo dell’ipotetico biglietto.
Eppure - raccontava Scola – il film era nato in quattro e quattr’otto su un esile spunto: c’era un festival del cinema a Mar del Plata, il regista Dino Risi e il produttore Mario Cecchi Gori decisero che era l’occasione per fare un film (e forse anche per far fare una vacanza fuori stagione al figlio del produttore, Vittorio, impegnato in una love story con un’attrice del cast, Maria Grazia Buccella). La palla fu passata a Scola e Maccari, perché tirassero fuori una sceneggiatura a partire da questo festival.
Scola fu aggregato alla troupe e rinchiuso in un albergo di Buenos Aires dove giorno per giorno doveva scrivere le scene del film, un work in progress a partire da quella minima traccia iniziale e dall’ambiente in cui la troupe si sarebbe spostata il giorno dopo. Un mese da recluso in camera mentre gli altri alternavano ciak e gita turistica. E con gli attori che la sera andavano a trovarlo chiedendo di modificare la sceneggiatura per avere scene migliori. Una faticaccia. In più in quei giorni a Buenos Aires arrivò anche la tournèe dello spettacolo musicale "Rugantino" con Nino Manfredi, e Cecchi Gori decise di scritturarlo sul momento. Ecco, i film nascevano e si sviluppavano anche così, in quell’epoca – era il 1964- di grande facilità e felicità produttiva.
In tutte le conversazioni Scola confermò i caratteri che aveva mostrato in quel primo incontro a Cinecittà: una gentilezza signorile, ma anche una chiarezza quasi brusca, una grande passione civile, un’ironia che non risparmiava se stesso. E una straordinaria ricchezza e precisione affabulatoria, come ci si può aspettare da chi ha saputo raccontare storie formidabili in maniera brillante. Anche per questo ci mancherà.
IL DOCUMENTARIO SU SCOLA GIRATO DALLE FIGLIE:
L'ULTIMO FILM DEL REGISTA:
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