Il Tirreno

Toscana

Meningite, "sbagliata la prevenzione"

Rino Bucci
Francesco Menichetti, primario del reparto Malattie infettive all'ospedale di Cisanello (Pisa)
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Francesco Menichetti, primario del reparto Malattie infettive all'ospedale di Cisanello (Pisa)

La denuncia dell'infettivologo: "Vaccinazione carente, meno di una persona su quattro tra quelle a rischio l'ha fatta. La campagna andava spinta di più, usando anche testimonial famosi. Ora bisogna cambiare passo"

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PISA. Il 2016 è iniziato con l’ennesima diagnosi di meningite da meningococco C e un uomo - un 58enne di Fucecchio residente a Massa - che lotta tra la vita e la morte in ospedale. Come in un triste déjà-vu il nuovo caso è affiorato da dove si era partiti: dall’Empolese Valdelsa, dal comprensorio che più di tutti aveva dovuto piangere morti, sopportare diagnosi, assistere a corse in ospedale, profilassi e vaccinazioni straordinarie. Dall’inizio del 2015 ad oggi sono state 39 le infezioni da meningite (siamo già a 2 casi nel 2016) e 7 le morti.

I numeri piazzano la Toscana al secondo posto in Italia tra le regioni per casi di meningite e rafforzano la convinzione che ci sia ancora un margine di manovra per ridurre il numero delle infezioni. Chi vive in trincea, tra laboratori e corsie, là dove la meningite si cura, lo sa benissimo: non c’è nessuna ragione per definire solo il 2015 “annus horribilis” del meningococco C perché il 2016 potrebbe esserne la fotocopia. Il motivo? Alle diagnosi sono seguite le cure, adeguate ed encomiabili, ma poi è mancato lo studio.Non c’è stato quell’approfondimento sulle origini che avrebbe potuto contenere il fenomeno, evitare le corse contro il tempo e le profilassi tra frequentatori di discoteche, scuole, palestre, treni o luoghi di lavoro. Perché - come confermano i medici - se dal gennaio all’ottobre 2015 in Toscana si sono verificati più di 30 casi sui 90 italiani, con mortalità di circa il 15 per cento, a qualcuno può venire in mente anche la parola epidemia.

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«Il 2015 è stato un anno particolare, nero - spiega Francesco Menichetti, primario del reparto di Malattie infettive dell’ospedale di Cisanello - sia per l’aggressività che per la letalità del meningococco C ma anche per una scarsa adesione alla campagna di vaccinazione. Basta un dato: delle circa 900mila persone a cui è stato consigliato il vaccino hanno risposto solo in 200mila». Siamo a meno del 25% della copertura, meno di una persona su quattro tra gli individui a rischio. «Lo dico senza polemica e con un atteggiamento costruttivo: non c’è stato il cambio di passo che richiedeva la situazione - continua il primario - la campagna di vaccinazione andava spinta, magari con l’aiuto di testimonial importanti. È anche colpa della disinformazione e dell’approccio verso i vaccini che viene promosso perfino dai medici. Dico di più: la vaccinazione da meningococco C andrebbe resa obbligatoria nel periodo scolastico». Un appello praticamente identico era arrivato qualche mese fa dalla dottoressa Luisa Galli, primario di Malattie infettive al Meyer di Firenze.

UNO STUDIO
Se da un lato la campagna di prevenzione arranca, dall’altro c’è da fare i conti con i numeri delle infezioni che stanno aumentando. «Non solo l’aggressività e la letalità - continua il medico - ma anche la stagionalità sta cambiando. Il meningococco C non colpisce più solo col freddo ma anche nelle stagioni tiepide ed è un fatto eccezionale che merita di essere studiato. Lo stesso Istituto superiore di sanità aveva consigliato un’indagine sulla diffusione dei portatori faringei di meningococco. Che potrebbero essere molti di più di quanto si stima». L’impennata è relativamente recente e quasi sovrapponibile - anche se non ci sono prove certe - con lo sbarco, nel 2012, di una nave da crociera a Livorno. A bordo c’erano quattro infettati. E, sebbene il meningococco C privilegi i giovani adulti (sopra i 45 anni non è raccomandata la vaccinazione) stiamo assistendo a contagi anche sugli over 50.

«Come nell’ultimo caso, quello di Empoli - continua il medico - con il paziente che ha 58 anni. Siamo davanti ad un altro aspetto che ci dovrebbe far riflettere sull’eccezionalità della situazione e sulla necessità di misure straordinarie. Col Simit (Società italiana di malattie infettive e Tropicali) ci eravamo interrogati sull’opportunità di una profilassi regionale antibiotica a tappeto».


CENTRI DI RIFERIMENTO
Come avvenuto per l’ebola, un’altra soluzione avanzata dagli specialisti riguarda l’istituzione di centri di riferimento per trattare le infezioni da meningococco. «La diagnosi deve essere precoce e la cura tempestiva, nel giro di poche ore si può salvare una vita - spiega il primario - per questo riteniamo che l’istituzione di centri di riferimento regionali che lavorino H24 con un rianimatore, un infettivologo e un microbiologo siano fondamentali. Per chi ha contratto la meningite è meglio perdere mezz’ora e scegliere il centro giusto che fermarsi in un reparto senza infettivologo. I protocolli vanno rivisti».
 

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