Il Tirreno

Toscana

Arriva il futuro, droni alla conquista del pianeta

Claudio Marmugi
Leonardo Battaglia (al centro della foto) con il drone da lui realizzato
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Leonardo Battaglia (al centro della foto) con il drone da lui realizzato

Il titolare di un'azienda livornese che opera nel settore racconta il boom. "Le aeromobile radiocomandate sono ormai alla portata di tutti. Pericoli? No, ma quelle non professionali sono fragili, è facile romperle"

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Per lui i droni non sono un giocattolo, semmai sono una passione, ma anche un lavoro altamente specializzato e che ama. Leonardo Battaglia è livornese, si è diplomato all'Itis Galilei, ha 46 anni e col fratello Raffaello (e il socio Mario Paolillo) condivide l'entusiasmo di lavorare per la propria azienda, la "New Composit Solution", nel comune di Collesalvetti (a Guasticce), che dal 2011 fornisce, ai principali marchi italiani, i materiali per la costruzione di droni professionali, essenzialmente, semilavorati in carbonio.

L'azienda si occupa, infatti, di tutto quello che rientra nella sfera dell'ingegneria aerospaziale, lavorazione del carbonio e kevlar in primis, e può vantare collaborazioni eccellenti, tra cui quelle con l'Istituto Superiore S. Anna per la biorobotica (la costruzione dell'esoscheletro in carbonio) e il dipartimento di ingegneria aerospaziale di Pisa (con la realizzazione di "Idintos", acronimo che sta per Idrovolante Innovativo Toscano - nella foto), più quelle con altri grandi centri di ricerca, fra questi la prima azienda in Italia che ha cercato di far omologare i droni per uso professionale all'Enac (Ente Nazionale per l'Aviazione Civile), per distinguerli dai giocattoli e dai droni amatoriali - perché quello che noi definiamo "drone", in realtà, è un nome improprio per quello che nella sostanza è un complesso "sistema aeromobile a pilotaggio remoto".

Leonardo, che cos'è un drone esattamente?
«In poche parole, è l'evoluzione moderna dell'aeromobile radiocomandato. Di solito hanno una caratteristica forma ad X, e sono pilotati a distanza, ma alcuni modelli hanno l'autoguida: sono in grado di volare da soli perché riconoscono lo spazio. Ci sono droni da combattimento con architettura tradizionale, che sono grandi come Piper».

Cosa ne pensa dei droni in vendita nei supermercati a meno di 90 euro?
«La verità? A me piacciono. Ne ho visti un paio in giro nei reparti giocattolo e mi sono soffermato ad ammirarli. Belli, sul serio. Non è la risposta che vi aspettavate, vero? La miniaturizzazione dei componenti ha fatto passi da gigante, il costo delle materie prime si è notevolmente ridotto… Il drone in offerta al supermercato con telecamera incorporata è un oggetto sicuramente valido e divertente che regalerei tranquillamente ; non credo che siano così dissimili, all'atto pratico, dai primi droni in funzione diversi anni fa. E' lo stesso processo occorso ai telefoni cellulari: i primi costavano tantissimo, adesso uno smartphone accettabile si compra con 100 euro. Qui è lo stesso: i sistemi giroscopici buoni, alla base del meccanismo del drone, adesso costano poco. Però...».

C'è un "però"?
«Eh si. Bisogna fare attenzione: se il drone da 90 euro si rompe dopo due minuti perché lo fate atterrare male, fa parte della natura stessa dell'oggetto. Il prezzo relativamente contenuto può indicare che i pezzi sono delicati e siccome stiamo parlando di un oggetto "che vola", farlo precipitare o atterrare in maniera non corretta è relativamente semplice. E questo potrebbe compromettere il funzionamento dell'aeromobile. Non è l'elettronica che tradisce in questi casi, semmai i materiali di costruzione. La struttura di un drone da 100 euro non sarà certo in carbonio, ma in plastica: ecco, è quella che si rompe».

Ma tutti questi droni "pensati per le masse" a che servono?
«Questa è una bella domanda. Di solito chi si compra un drone lo vuol far volare, come volavano gli aeroplanini giocattolo o gli elicotteri. Però nel successo del drone gioca un ruolo fondamentale la possibilità di attaccare (o di avere già incorporata all'oggetto) una telecamera ad alta definizione, come ad esempio una GoPro che con l'obiettivo "fish-eye" consente riprese mozzafiato dall'alto».

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Ma cosa ce ne facciamo di tutte queste riprese volanti?
«Fino a qualche anno fa i droni venivano usati dalle grandi produzioni, per i documentari, i film o la mappatura del territorio. Adesso sono impiegati per puro uso consumistico: nei matrimoni, nelle comunioni e perfino nelle rimpatriate fra amici, in situazioni, diciamocelo, inutili, e dove "narrativamente" la ripresa aerea non racconta niente, ma sta lì solo perché fa parte della moda del momento. Quando un oggetto arriva alla massa si ha la fine stessa dell'oggetto. A che serve vedere una ripresa aerea con zoom sul tavolino del suocero che infila un wurstel con la forchetta al proprio matrimonio?».

Quanto costano i droni che contribuite a costruire con la vostra azienda?
«Di media dai 1000 ai 5000 euro. Ma ci sono anche dei modelli certificati Enac che arrivano a 40/50mila euro».

Per concludere, una domanda, un po' paranoica, che ricorre tra la gente: il drone può diventare un'arma?
«Il dilemma dell'oggetto volante ad autoguida o pilota remoto che si trasforma in minaccia terroristica è sempre esistito nella fantasia popolare recente. La questione si poteva formulare anche 30 anni fa con i primi aerei telecomandati figli del modellismo: se io metto una bomba nell'aeroplanino telecomandato diventa un'arma? Stesso discorso per il drone (con quest'ultimo il paragone è più facile perché i telegiornali e i film hanno veicolato il concetto del "drone da guerra" usato in combattimento). Però non mi pare che nella storia ci siano stati molti esempi di modellismo amatoriale che poi abbiano creato grandi disastri o stragi. Penso che possiamo stare tranquilli».

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