Gioco
Ogni giorno un miracolo: la vita che ritorna
Intervista a Marco Solinas, primario di cardiochirurgia. "Dopo il bypass coronarico un paziente di 83 anni mi ha sfidato a tennis"
Ogni giorno in sala operatoria assistiamo a un miracolo: fermiamo il cuore per ripararlo e lo facciamo ripartire: è la vita che ritorna». Marco Solinas - primario di cardiochirurgia adulti della Fondazione Monasterio all’ospedale Pasquinucci di Massa - spiega così la gioia di un lavoro faticoso ma affascinante di cui non si è mai pentito.
«La chirurgia- dice Solinas - è una disciplina dove, dando per scontata la preparazione teorica, si ha la necessità di un contatto fisico con il paziente e la malattia. Un contatto che offre la sensazione del fare; e dalla chirurgia alla cardiochirurgia per me il passo è stato conseguente».
«Sino agli anni Cinquanta la cardiochirurgia era considerata il limite invalicabile stabilito dalla natura alla scienza. Una sfida, una disciplina in espansione ed evoluzione di cui io volevo far parte», spiega il cardiochirurgo. «Una sfida come quella lanciatami da un paziente di 83 anni sottoposto a bypass coronarico due mesi fa che vuole giocare con me a tennis. Gli ho detto “sì”, ci sfideremo a metà di dicembre e spero di vincere, anche se non ne sono così sicuro, vista la determinazione del mio avversario ».
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Quanti chirurghi fanno parte della sua equipe?
«Dieci, tutti volutamente giovani (6 sono intorno ai 35 anni). Selezionati non solo per l’altissimo profilo scientifico e le capacità professionali, ma anche per la passione e dedizione nei confronti del paziente... Grazie al lavoro di squadra, che comprende tutte le figure professionali mediche e non, presenti all’interno dell’Istituto, siamo riusciti a raggiungere risultati eccezionali in termini di mortalità e complicanze post-operatorie ».
E questi dieci chirurghi “volutamente giovani” sono stati scelti così per una questione di manualità, di testa... o altro?
«Un po' per tutto. Formare un chirurgo giovane significa prepararlo ad affrontare il futuro. Ci vuole una mentalità aperta all'innovazione, ad acquisire una nuova manualità e una nuova forma mentis. Un giovane è pieno di passione, di voglia di fare, di immaginarsi tra vent'anni... Ho vissuto e operato all'estero e ho diretto per due anni un programma di chirurgia mininvasiva a Londra: l'atteggiamento anglosassone è diverso dal nostro. Il barone italiano fa intorno a sé il vuoto per restare l'unico,mentre il professore inglese lascia una scuola. Ed è ciò che vorrei io, per lasciare qualcuno che non sia il mio riflesso, ma migliore di me».
Quanti interventi eseguite all'anno?
«Circa 1100 di chirurgia dell’adulto e circa 300 di chirurgia pediatrica...Facendo riferimento ai dati dell’adulto la nostra performance è analizzata da enti terzi, regionali e nazionali e risultiamo essere la cardiochirurgia che tratta i pazienti più complessi, con la percentuale più alta di casi trattati in urgenza-emergenza; ciononostante con i migliori risultati europei (e sicuramente in Toscana), nel bypass aorto-coronarico e nel trattamento delle patologie valvolari; il più alto tasso di dimissioni al domicilio e la più bassa percentuale (a livello italiano) di trasfusioni ematiche».
Un bel record. Dovuto alla fortuna o all'impegno?
«In gran parte direi al lavoro degli ultimi 15 anni, in cui ci siamo impegnati fortemente nel ridurre il trauma chirurgico, implementando e migliorando le tecniche di chirurgia mini invasiva... E ciò non significa che il paziente ha una cicatrice più piccola,ma meno dolore, meno sanguinamento, meno infezioni e la possibilità di riabilitazione precoce, cosa fondamentale soprattutto nel paziente anziano: abbiamo tonnellate di letteratura che vuole il paziente in tarda età mobilizzato e riportato al normale stile di vita nel più breve tempo possibile».
Cosa vorrebbe in più per il suo reparto?
«C'è un progetto su cui siamo già attivi per il miglioramento strutturale e tecnologico: un grosso finanziamento da parte della Regione e della nostra amministrazione ci permetterà di sviluppare non solo il nuovo reparto che arriverà a quasi 60 posti letto, ma anche un nuovo blocco operatorio con quattro sale di cui una ibrida (una sala operatoria concettualmente diversa, nella quale si fa anche imaging e dove si possono utilizzare nello stesso ambiente sia tecniche chirurgiche classiche che tecniche endovascolari)».
Di fronte a un insuccesso - tutti i chirurghi ne hanno- che domande si pone?
«Non siamo scienziati e quindi dobbiamo avere verso l'insuccesso anche il coinvolgimento emotivo, per confortare chi resta, perché questo fa parte della nostra missione. Però poi si deve razionalizzare, analizzare, tentare di capire se ci sono stati errori o un approccio tardivo; e trasformare l'insuccesso in un insegnamento, farne la strada per essere di aiuto agli altri».
Cosa dice al paziente prima di operarlo?
«Gli chiedo quali sono i suoi progetti e un ottantenne che ha un progetto è la chiave di volta. Una donna di ottantacinque anni mi spiegò che doveva terminare di scrivere il suo terzo romanzo; un uomo rispose che doveva percorrere la mezza maratona, e un altro che avrebbe dovuto raccogliere le olive...Ma ricordo sempre con una certa commozione un paziente che mi disse: "Professore mi consenta di veder crescere i miei nipoti"».
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