Il Tirreno

Toscana

Quei "cattivisti" alleati della paura

Gianfranco Bettin

Sono loro ad aver modellato il mondo di oggi, con la "guerra senza fine" dei Bush e quella "umanitaria" di Blair. La sorte di Valeria Solesin ci rende ancora più vicina la notte di Parigi

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La sorte di Valeria Solesin ci rende ancora più vicina la notte di Parigi, già così sconvolgente e pervasiva. Se la sua morte ingiusta ci lascia, al pari delle altre, senza parole, la sua vita può motivarci a reagire nel modo più giusto. Valeria era una ragazza della “meglio gioventù” europea, cosmopolita per esperienza e vocazione, generosa e concreta come il suo impegno con Emergency, consapevole e raffinata come gli studi che aveva fatto e faceva, libera e vitale come la musica e le sere in compagnia in un teatro, in un caffè, per le strade: i bersagli, appunto, dei cupi terroristi.

Valeria conosceva certamente i lavori di Emanuell Todd, docente proprio a Parigi e autorevole studioso della sua stessa disciplina, la socio-demografia, sulla cui base aveva previsto la caduta dell'impero sovietico e la crisi di quello americano e, da anni, descritto l'evoluzione del mondo islamico. Un'evoluzione guidata dai giovani e dalle donne, di cui il jihadismo è il più invadente e distruttivo nemico, non a caso spesso sostenuto dai regimi più autoritari e retrivi (benché a volte alleati dell'Occidente).

Oggi sproloquiano in tv e sui giornali, e ancor più nelle fogne di Internet, personaggi che non sanno - o fingono di non sapere - nulla di tutto questo. Sono gli stessi che plaudivano entusiasti alle menzogne e alle guerre di Bush e di Blair, guerre sconsiderate che hanno condotto il mondo al caos attuale e dato una spinta formidabile alla nascita del terrorismo. Rileggiamo le cronache del dopo 11 settembre e di analoghi episodi: vi troviamo gli stessi discorsi a favore di guerre indiscriminate, le stesse accuse ai “buonisti”. Ma il mondo attuale, in cui avvengono massacri come quello di Parigi e di tanti altri luoghi ignorati dall'opinione pubblica e dai media, non è stato modellato dai “buonisti”, per usare questa terminologia da deficienti. Semmai, dai “cattivisti”: è il mondo figlio della “guerra senza fine” dei Bush, “umanitaria” secondo i Blair.

Non serve essere buonisti o pacifisti per evitare di ripetere questi errori. Da un punto di vista strategico, infatti, il problema non è come sconfiggere l'Is. Una volta che le grandi e medie potenze lo decidano, faranno presto a farlo militarmente. Il vero problema strategico è come gestire il dopo in quelle società, ma ancor più, per noi in Europa, come evitare di trasformare l'Islam con cui già conviviamo in una massa di soggetti feriti e reietti, quando ci sarebbero tutte le possibilità che ne diventi un elemento vitale e positivo.

Chi, per insultare i terroristi come si meritano, per galvanizzare i propri lettori o elettori, insulta l'insieme dei musulmani (come avviene, in verità, vergognosamente, soprattutto in Italia), è un (inconsapevole?) alleato degli estremisti. Oltre a insultare gratuitamente milioni di persone che provano il nostro stesso orrore e furore verso i massacri di innocenti, a cui a volte si oppongono a prezzo della vita, come il poliziotto Ahmed Merabet ucciso nel conflitto con gli assassini di Charlie Hebdo, o rischiandola come Lassana Bathily, l'eroe del supermercato kosher attaccato nella stessa occasione, musulmani entrambi. Come lo sono gli unici veri combattenti oggi sul terreno contro l'Is. Mentre le cosiddette potenze chiacchierano e brigano, sul campo contro jihadisti e altri fondamentalisti ci sono infatti quasi solo musulmani: curdi, siriani, yazidi, libanesi, egiziani, iracheni, egiziani, nigeriani, afgani…
 

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