Il Tirreno

Toscana

Ora sarà tutto più difficile

Bruno Manfellotto

Si è aperta anche in Europa la stagione della jihad islamica. Stavolta i terroristi hanno attaccato la nostra vita quotidiana

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«È la terza guerra mondiale», diceva già un anno fa papa Francesco. E sembrava così lontana. Adesso la guerra ci è entrata in casa, alle 11 di sera di un venerdì di novembre, nel più brutale e disumano dei modi. Combattuta da giovani terroristi che hanno studiato nelle nostre scuole e università, che sono stati allevati da noi o da noi stessi accolti appena scesi da un barcone a Lampedusa o a Lesbo fuggiti dalla Siria o dalla Libia in fiamme. Uccidono e sono pronti a morire. Perché non hanno niente da perdere, e pensano che male, miseria e dolore con i quali convivono siano frutti avvelenati dell’Occidente. Non si fermeranno.

Dunque s’è aperta anche in Europa la stagione della jihad islamica. E fra ventitré giorni arriva il Giubileo... Forse ha fatto bene padre Lombardi a dire subito che i piani non cambiano. Rinviare tutto - secondo l’appello che rimbalza da ieri sui social network - è richiesta comprensibile a caldo, estremo atto di difesa dinanzi a eventi che nessuno sa spiegare fino in fondo, ma sarebbe probabilmente il più grave degli errori: come ammettere che dopo i blitz di Parigi la religione cattolica, il papa, la città che lo ospita debbano fare un passo indietro dinanzi alla violenza motivata da una religione malintesa; accettare, proprio come il terrore vuole, che la nostra vita si fermi; dichiarare che alla guerra si debba rispondere non con la guerra, ma con la ritirata. Troppo tardi, la battaglia è cominciata.

Stavolta, poi, è tutta un’altra cosa. La strage nella redazione di “Charlie Hebdo”, proprio a pochi passi dal teatro del massacro di venerdì, forse prima prova generale di ciò che sarebbe successo dieci mesi dopo, aveva pur sempre l’impronta di un atto rabbioso condotto da un ristretto manipolo di terroristi intenzionati a lavare con il sangue un’offesa ad Allah; questo invece è un secondo 11 settembre studiato da tempo a tavolino fin nei minimi dettagli. Eppure molto diverso da quel gesto di geometrica potenza, drammaticamente spettacolare, estremo e definitivo che si era esplicato con l’assalto aereo alle Twin Towers di New York. Tragico, ma per certi versi irripetibile.

Se lì i piloti kamikaze si schiantavano sui simboli in vetro e cemento della forza del capitalismo americano, nella capitale economica del mondo, qui i giovani terroristi della porta accanto hanno attaccato i luoghi emblematici non solo e non tanto del potere occidentale, ma della nostra vita quotidiana: il relax gioioso di un ristorante, la musica rock, lo sport di massa, attività che segnano la nostra giornata e i nostri consumi, ma bandìte nella visione fondamentalista dei pasdaran della jihad. E poi nella città della Bastiglia, della dichiarazione dei diritti dell’uomo, nella Francia del motto “liberté, egalité, fraternité” messo in discussione a colpi di kalashnikov, abitata oggi da sei milioni di arabi tra i quali lo Stato Islamico cerca nuovi militanti e proseliti già insediati nel cuore dell’Occidente. Pensare che ora possa toccare a Roma è solo esercizio di deduzione, lettura attenta dei dossier dell’intelligence non solo italiana.

Insomma, il “carnage” parigino non è figlio solo dell’impegno militare francese sui maggiori teatri di guerra: la Siria, l’Iraq, l’Africa musulmana, dopo il blitz in Libia e l’uccisione di Gheddafi. Non è solo ritorsione, è un atto della guerra dichiarata dall’Is all’Occidente. Ma pensare ora che l’unica strada da percorrere sia quella di innalzare il livello dello scontro, sarebbe miope e perfino inutile. In quell’area esplosiva e instabile tutta la strategia andrebbe finalmente ripensata per evitare altrui errori. A cominciare dalle alleanze con l’Islam moderato; dalla necessità di fare chiarezza sui rapporti ambigui dell’Europa con quei paesi arabi che, giocando su due tavoli, fanno affari con l’Occidente mentre finanziano lo Stato islamico; da una riflessione seria sul destino della Siria e di Assad.

Ma bisognerebbe interrogarsi anche sullo stato dell’Europa e delle periferie delle nostre città dove vengono reclutati molti terroristi di nuova generazione. Matteo Renzi è riuscito a tenere finora una posizione prudente sulla Siria, e anche sulle politiche di immigrazione. Dopo i morti di Parigi sarà tutto più difficile per lui. E per noi.

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