La manifestazione
A Parigi è stato un atto di guerra
Il conflitto entra nel cuore dell'Europa. E se l’intelligence italiana esiste, è bene che tiri fuori le unghie. Meglio di quanto hanno saputo fare i francesi
La guerra entra nel cuore dell’Europa. Quella che a noi europei appariva lontana e avviluppata in dinamiche che non conosciamo e che ritenevamo, fino a venerdì sera, di non dover conoscere. Tutto si tiene, eppure ci sfugge. La visita del presidente dell’Iran, a Roma e a Parigi, è saltata. Si trattava del primo viaggio dopo l’accordo fra Iran e comunità internazionale, Usa in testa, sul nucleare.
L’attentato ha impedito che uno dei nemici dell’Is (e alleato di Siria e Russia) venisse nel Vecchio continente a tessere relazioni. Per i kamikaze, obiettivo raggiunto. Sull’agenda internazionale e in varie capitali si stanno tenendo importanti incontri (Putin vedrà Obama), gli Stati europei stanno tentando di trovare una intesa per riprendere con forza la guerra in Iraq e in Siria contro i terroristi. Gli attentati di venerdì hanno cambiato l’agenda. Per i kamikaze, obiettivo raggiunto. Soprattutto la Francia trema. Più che i francesi, che subito si sono mobilitati per difendere il diritto a continuare a vivere, tremano gli apparati statali. Quest’ultimi, impegnati nei bombardamenti in Siria e per questo particolarmente odiati dall’Is, non sono stati capaci di intercettare, neanche dopo la strage di Charlie Hebdo, un piano coordinato di attentati. L’obiettivo era addirittura avvicinarsi al presidente della Repubblica durante un incontro di calcio internazionale. E il procuratore capo di Parigi vaticinava da tempo su una azione eclatante da compiersi con grande spargimento di sangue.
La guerra è entrata in Europa dalla porta che ai terroristi è sembrata la più facile da varcare, la Francia. Dal suolo francese sono partiti 1.500 volontari arruolatisi nello stato islamico, molti con la nazionalità francese o con solide relazioni famigliari o di copertura.
Conoscono gli stili di vita degli occidentali, sono cresciuti fra loro, sanno come mimetizzarsi. E come ucciderli.
Nessuna strage insegna nulla. Le dichiarazioni su quanto la Repubblica di Francia si sarebbe attrezzata contro il terrorismo le avevamo sentite anche dopo Charlie. Ed è sorprendente con quanta facilità gruppi armati siano riusciti a scorrazzare imbottiti di esplosivo senza essere scoperti. I servizi segreti e il ministero dell’Interno sono di fronte a una nuova débâcle e la loro, la nostra, capacità di prevenire queste azioni di guerra è manifesta. Non è stato un attentato. È stata una azione di guerra. Va ribadito. Ce ne saranno altre.
Questa di Parigi fa il paio con la strage avvenuta in Libano pochi giorni fa. Nessuno di noi ha dato a quell’evento la stessa importanza dei fatti di venerdì. Dov’è la differenza? I protagonisti sono gli stessi. Da un lato l’Is. Dall’altro esseri inermi che volevano soltanto vivere un’esistenza normale. Francia e Libano sono uniti dalla medesima ostilità al Califfato.
Sulle nostre falle e sulle nostre incertezze sta lavorando l’organizzazione terroristica. Sta crescendo grazie alle nostre ambiguità nel combatterla. Non è un segreto. La guerra in Siria contro lo Stato islamico non s’è fatta finora perché le grandi potenze non si sono messe d’accordo su chi dovesse impossessarsi della Siria. Le monarchie arabe hanno segretamente finanziato gruppi estremisti purché si tenessero fuori dai loro territori. Si vuole impedire che la Libia e l’Iraq tornino sul mercato del petrolio e si fomenta in queste regioni la guerra civile nella totale insipienza degli europei che sanno solo litigare su qualche migliaia di poveri cristi in fuga sui barconi. A Parigi è successo quel che in molte città del Medioriente capita quotidianamente. La Francia come Beirut. Chi l’avrebbe mai detto?
E noi? L’Italia ostentava anche ieri grande serenità, con il ministro degli Interni a rassicurarci sulla qualità della nostra intelligence. Parole che ci riscaldano il cuore in un momento in cui l’Is ce l’ha ghiacciato. Il messaggio arrivato dai mandanti dell’ultima strage è, però, eloquente: sulla nostra strada dopo Parigi ci sono Londra, Roma e Washington. Non credo che sia millanteria. E con il Giubileo alle porte, contare sullo Stellone italico stavolta non basterà. Se questa benedetta intelligence esiste è bene che tiri fuori le unghie. Meglio di quanto hanno saputo fare i loro colleghi francesi.
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