Il Tirreno

Toscana

"I colpi, le grida, la fuga. Così abbiamo visto il terrore a Parigi"

Mario Neri
Piero Meucci
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Piero Meucci

La testimonianza di un giornalista fiorentino e della moglie, medico a Careggi, che si trovavano nella capitale francese per festeggiare la figlia studentessa

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«Eravamo a poche centinaia di metri, sentivamo i colpi, le luci, grida, abbiamo visto fuggire persone, un ragazzo che scavalcava il cancello dal locale del concerto. Sì, abbiamo avuto molta paura. Siamo rimasti fino alle due di notte chiusi a “La Fine Mousse”, un ristorantino al Passage de Méntilmontant a centocinquanta metri dal Carrillon, dove l’attacco è cominciato, e dal Bataclan, dove i terroristi hanno preso in ostaggio e ucciso decine di persone, proprio ora in tv dicono che il bilancio sia salito a 128 morti e oltre 200 feriti. Eravamo lì, potevano venire anche da noi, forse solo per caso siamo ancora vivi». È passata una notte intera. Ma non si ancora placata la scossa emotiva, un sisma di paura, adrenalina, disperazione e orrore. Piero Meucci, fiorentino, direttore di Stamp Toscana ed ex giornalista dell’Ansa, risponde da un appartamento di Parigi, proprio nell’undicesimo arrondissement, il cuore dell’attacco terroristico.

In Francia era arrivato ieri sera, venerdì 13 novembre alle 17, atterrato all’aeroporto di Parigi con sua moglie, Francesca Torricelli, direttrice del dipartimento di Diagnostica genetica all’ospedale di Careggi. «Siamo venuti per festeggiare nostra figlia Livia – racconta – che lunedì prende un diploma di specializzazione in architettura. Il suo appartamento e proprio a due passi dal Bataclan, siamo usciti di casa alle 20 e dopo un’ora e mezzo sono partiti gli attentati».

L'AUDIO DI MEUCCI:

"Eravamo a pochi metri dalle esplosioni, barricati è stato il panico" by Corsini59 on Mixcloud

Un inferno. Un inferno di luci e detonazioni sorde, di uomini e donne che corrono, di intermittenze. «Dal ristorante si sentivano echeggiare le detonazioni e i colpi di arma da fuoco. Fra le feritoie di un cancello si vedevano le luci, gente che scappava, grida disperate, poi ci sono stati attimo di silenzio assurdo, irreale, e poi sono arrivate le teste di cuoio. Non so, eravamo davvero vicini, e pensavamo a tutti quei ragazzi che avevamo visto per strada al nostro arrivo. Questa zona è frequentatissima dai giovani, ci sono concerti, eventi, locali. Forse il nostro ristorante non è stato scelto perché era piccolo, all’interno saremo state quindici persone. Le luci sono state spente, la porta sbarrata. Eravamo barricati dentro, in preda al panico. Non sapevamo se ci fosse pericolo, se ci fossero terroristi in fuga, se uscire significasse correre il rischio di trovarsi al centro di una sparatoria. Vedevamo le luci dei locali di fronte a noi, davanti e a sinistra. E poi le sirene, i poliziotti, le ambulanze. Io, mia moglie e mia figlia siamo stati gli ultimi ad uscire dal Fine Mousse, proprio perché l’appartamento era vicinissimo al Bataclan».

L’inferno può diventare surreale. «Ci hanno avvertiti che il sindaco aveva diramato l’allarme consigliando alle persone di non uscire di casa. Certo, peccato che non fossimo già fuori. Poco dopo siamo stati avvertiti del fatto che Hollande avesse dichiarato lo Stato di emergenza nazionale, della chiusura delle frontiere. Noi non capivamo quasi nulla, i social però erano affollati di messaggi e richieste. In poco tempo abbiamo saputo che i centri dell’attacco erano tre: lo stadio, il Bataclan e i ristranti, e un altro punto era stato indicato nel centro Pompidou. Alla fine i clienti sono usciti alla spicciolata. Noi ce ne siamo andati solo grazie a un tassista che ha fatto un lungo giro per lasciarci alla rue Turenne nel Marais. Ci ha scesi lì, non poteva fare di più, e noi abbiamo dovuto correre per qualche decina di metri prima di riuscire a rientrare in casa».

Solo lì, con le televisioni e io siti, Meucci ha capito cosa era accaduto. «Parigi era diventata un teatro di guerra, eravamo nel suo epicentro. Stamani sembra tornata la calma, anche se il quartiere è ancora una zona rossa, perimetrata, presidiata dalle forze di polizia. Ci è stato detto che si può uscire, ma solo andando a piedi. Cercheremo di fare quello che avevamo programmato. Cercheremo di ritrovare una normalità, ma ovviamente non sarà facile».

 

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