La protesta
Il trofeo più bello e l'addio al tennis
Flavia Pennetta conquista gli Us Open battendo la Vinci poi ammutolisce il pubblico annunciando il ritiro
«One more», sussurra Flavia Pennetta: ancora uno. Pochi istanti dopo, sul primo match-point, lascia andare un dritto aperto da sinistra a destra, che raggiunge per l’ennesima volta i dintorni di una riga, e il pubblico scatta in piedi.
Esistono abbracci di prassi e di forma, di educazione e di rispetto. E poi esistono abbracci diversi. Il crinale che separa due atlete dalla condizione di amiche a quella di avversarie è sottile e va percorso tutto, in equilibrio, quando si gioca una contro l’altra. «Comunque andrà, alla fine ci sarà un abbraccio», avevano detto Flavia Pennetta e Roberta Vinci. In mezzo al campo, divise dalla rete che segna la geometria basica del loro sport, vanno una incontro all’altra e si stringono, forte, a lungo. Finisce così il giorno che nessuno aveva neppure osato sognare e che si è avverato: due azzurre nella finale degli Us Open.
Al microfono della premiazione Flavia spiazza tutti: «Avevo preso questa decisione da tempo e ora la rendo pubblica: questo è il mio addio al tennis giocato. E non poteva essere migliore». Non era mai accaduto che il trionfatore di uno Slam chiudesse il sipario sulla sua carriera, direttamente dal campo. Mai.
Riavvolgiamo il nastro, a quando la sfida comincia. Si sono allenate insieme mille volte, ognuna ha esplorato per anni le debolezze e le risorse dell’altra. I due rovesci - slice per Roberta, bimane e chiuso per Flavia - sono un duetto bellissimo, l’elogio delle differenze. La Vinci parte più contratta e va sotto di un break, poi recupera e la partita diventa un thriller. Strillano, sospirano, soffrono, sbagliano. La brindisina spinge da fondo, la tarantina è discontinua ma cresce : sulla partita piove puntuale il controbreak.
Il cinque pari arriva con una stop-volley di dritto di Flavia, applaudita dal fidanzato Fabio Fognini, solitario in tribuna come un asceta. Poco dopo, tra palle corte non abbastanza corte e dritti traditori, le incertezze reciproche portano entrambe all’epilogo più logico: il tie-break. Qualcosa deve succedere, per frantumare questo equilibrio snervante. Questo “qualcosa” sono tre errori non forzati di dritto per la Vinci, che consegna il primo set all’avversaria.
[[atex:gelocal:il-tirreno:livorno:cronaca:1.12086892:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/livorno/cronaca/2015/09/13/news/tennis-renzi-a-new-york-perche-era-giusto-essere-li-1.12086892]]«Non muoverti laterale, muoviti in avanti», si ripete la Pennetta: a rete ci è andata meno volte (15 contro le 21 della rivale) ma con l’86% di successo. Acquisisce punti senza paura e lancia una delle provocazioni che governano le scacchiere invisibili del tennis: attacca un’attaccante.
Ora gli dei del tennis imporrebbero una trama più d’intrigo, con una reazione di Roberta e un terzo set shakespeariano. Ma non c’è questa storia. Non questa sera. La Pennetta ha più fiducia. Nel giro di cinque minuti due suoi missili intercettano gli incroci delle righe, facendosi beffe della verifica video dell’occhio di falco: la racchetta è diventata un mirino di precisione.
La Vinci si spegne progressivamente. Flavia vede il traguardo. New York tifa per la tarantina, probabilmente solo perché vuole che la partita si allunghi. C’è un sussulto di classe. E così il crocevia del destino di questo match è, come spesso accade, il settimo game: quattro a due per la Pennetta mentre il cielo si fa nerissimo e la pioggia si annuncia. Un ace e un po’ di carattere proiettano Flavia sul 5-2 e, da lì, verso il trionfo.
E poi… avete presente certi film della Marvel o degli agenti segreti, quando dopo i titoli di coda, a storia apparentemente conclusa, si vede improvvisamente una scena che ti fa pensare: ah, ma allora c’è dell’altro? Sì, c’era dell’altro: l’annuncio di Flavia.
Perché il tennis è un film. Ha colpi di scena e riscatti, ha insidie e agguati. E finali clamorosi, appunto. È un’avventura con eroi e duelli, una città dove avvengono molte battaglie e nessuna guerra.
In questa città senza guerre, dove si piange e si esulta, ieri due donne hanno preso residenza, scegliendo il quartiere dei campioni e della storia. Sono italiane, sono brave e vogliamo illuderci che possano portare tutti noi a fare un giro in quei luoghi meravigliosi e non sempre utopici, dove il talento, il lavoro, il merito, la tenacia e la capacità di sognare premiano le persone.
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