Il Tirreno

Toscana

#Betuscan: "Vi racconterò molti segreti di Lucca"

Luca Silva, local manager di #IgersLucca
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Luca Silva, local manager di #IgersLucca

Luca Silva, 34 anni, per 7 giorni gestirà il profilo Instagram del Tirreno mostrando una Lucca inedita

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LUCCA. «Le Mura? I lucchesi ce l’hanno nel cervello. Dovrebbero imparare a essere meno rigidi. Ma se credono in qualcosa - statene pur certi - saranno i migliori”. Un ninja si aggira nella città dell’arborato cerchio. C’è chi dice di averlo visto correre per via Fillungo con lo sguardo rapito dal cielo; altri lo hanno incontrato in piazza Anfiteatro, intento a osservare una pozzanghera. In mano lo smartphone, negli occhi una visione formato 1:1.

Luca Silva, nato 34 anni fa all’ombra della Torre delle Ore (ma con un po’ di sangue sudamericano nelle vene), è uno dei tre local manager di IgerLucca, la comunità di cittadini-fotografi che si riunisce attorno all’uso del social network Instagram per far conoscere le bellezze del proprio territorio. #BeTuscan, l’iniziativa con cui il nostro giornale ha deciso di affidare il proprio profilo agli Iger toscani per raccontare le sue dieci province, per i prossimi sette giorni proseguirà con i paesaggi, le piazze e le chiesa di Lucca, della Versilia e della Garfagnana. A portarci in giro per i territori amati da Puccini e invidiati da tutto il mondo sarà questo trentaquattrenne consulente informatico ed esperto di comunicazione dello Studio Wasabi (con il socio e anch’egli local manager Andrea Dovichi), nonché figlio di Romano Silva, storico dell'arte e musicologo di fama internazionale morto esattamente quattro anni fa («da lui ho imparato ad andare a fondo nelle cose»).

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Luca, come è diventato local manager di IgerLucca?

«Abbiamo iniziato qualche anno fa, quasi per gioco. Oggi siamo in tre a gestire il profilo: io, Aldo Corazzini e Andrea Dovichi. Postiamo 2-3 foto al giorno e cerchiamo di raccontare la città e di organizzare eventi per coinvolgere i cittadini. Speriamo che il #BeTuscan serva a far crescere la nostra community».

Qual è la foto a cui è più legato?

« Si tratta di uno scatto fatto qualche mese fa in piazza Anfiteatro. Era da poco passata l’ora di pranzo e stavo andando a trovare alcuni clienti. Attraversando la piazza ho notato il riflesso di una facciata in una pozzanghera. È stato un attimo: ho capito che poteva venirne fuori una bella foto e sono andato lì come un “ninja”, per cercare l’inquadratura migliore. Ho ritoccato un po’ la luce e il contrasto, ma niente effetti pesanti: la magia era già tutta lì. Qualcuno mi avrà preso per un pazzo che fotografava il nulla, ma alla fine ne è valsa la pena. L’immagine ha avuto un discreto successo anche se i “Like” non sono un parametro a cui mi piace aggrapparmi. Ultimamente gli instagramers sono troppo schiavi della ricerca del cuoricino: perdono dieci ore a elaborare una foto o a cercare una didascalia accattivante solo per sembrare fighi. Io invece, faccio foto soprattutto per me stesso. Se poi piacciono anche agli altri tanto meglio».

Può anticiparci qualcosa di quello che vedremo nei prossimi sette giorni?

«Cercherò di raccontare Lucca e la provincia con delle foto diverse da quelle che si vedono generalmente. Vorrei trovare scorci inediti o mostrare dettagli che raccontano una storia spesso ignota persino a chi è del posto. Ad esempio, il labirinto scolpito sul Duomo di San Martino o la pietra del Diavolo di Palazzo Bernardini. Per la Versilia penso al pontile di Lido di Camaiore, mentre per la Mediavalle mi piacerebbe fare degli scatti a Vagli o a Barga. Devo ancora decidere, vedrete tutto nei prossimi giorni».


Parliamo di lei: Silva non pare un patronimico lucchese.

«Diciamo che sono un lucchese atipico: sono nato qui e la mia famiglia ha sempre vissuto in pieno centro, a pochi passa dalla Torre delle Ore e dal liceo Machiavelli, la scuola che ho frequentato. Ma il mio cognome tradisce origini sudamericane. Secoli fa avevamo parenti in quel continente, i “Da Silva”, che poi si spostarono a Siviglia e successivamente in Italia, dove in epoca fascista il suffisso “Da” fu tolto in omaggio all’italianizzazione dei nomi».

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Perché dice di essere un lucchese atipico?

«Il lucchese medio non si allontana mai dalle sue amate Mura. Per intenderci, la vicina Viareggio è considerata troppo lontana. La Garfagnana non la nominiamo neppure. I miei concittadini trovano difficoltà persino ad arrivare a Capannori, il paese confinante. Io invece, per lavoro e per motivi personali, ho sempre girato molto e volentieri: ho abitato a Firenze, a Milano e vado spesso fuori città. La residenza, però, l’ho sempre mantenuta in piazza dell’Arancio».

Sbaglio o è un po’ severo con i suoi concittadini?

«Probabilmente è il mio sangue latino che ribolle. Scherzi a parte, amo questa città e i suoi abitanti ma so anche riconoscerne i limiti. Tra questi vi è l’incapacità di trovare soluzioni condivise per qualsiasi cosa. Inoltre sono rigidi e non amano le novità, per questo spesso si trovano male con gli altri. Si critica ciò che si ama di più: questi lucchesi avranno anche qualche pregio. Hanno un cuore grande ma bisogna farlo venir fuori. Quando succede e credono in un progetto vanno fino in fondo. Non a caso in passato hanno realizzato grandi successi: la nostra storia e la nostra città sono lì a dimostrarlo.

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