Il Tirreno

Toscana

«Quei post? Come lanciare bombe con un drone»

Mario Neri
«Quei post? Come lanciare bombe con un drone»

Secondo l'antropologo Franco La Clecla "i social media creano surrogati di presenza che falsificano la cognizione del dolore"

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«Chi getta fango e veleno sul web nascondendosi dietro una tastiera subisce un disincarnamento, compie un atto simile a quello del militare che da una base del Texas guida un drone su un campo della Siria, spinge un bottone e accoppa migliaia di persone. C’è la stessa percezione della violenza e del dolore, la stessa coscienza di sé nei due atti». Franco La Cecla ne è convinto: c’è «il grande inganno dei media» all’origine delle cruel community, di quello che gli anglosassoni hanno classificato come “hate speech”, l’incitamento all’odio e alla violenza in Rete. L’antropologo italiano, oggi docente a Milano, in passato con cattedre anche a Bologna e Berkeley ha gettato le fondamenta filosofiche per comprendere cosa faccia da detonatore alle slavine di commenti aggressivi in Surrogati di presenza. Media e vita quotidiana, un saggio uscito nel 2006 per Mondadori ripubblicato quest’anno per Bebert con 60 nuove pagine dedicate proprio a Facebook.

[[atex:gelocal:il-tirreno:regione:toscana:1.11701958:Video:https://video.gelocal.it/iltirreno/locale/l-hate-speach-come-guidare-un-drone-e-bombardare-la-siria/48526/49706]]

[[atex:gelocal:il-tirreno:regione:toscana:1.11701334:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/toscana/2015/06/30/news/hate-speach-social-network-1.11701334]]Professore, cosa sono i surrogati di presenza e cosa c’entrano con la violenza sui social?
«Sono quelle evanescenti parzialità che i media veicolano nella nostra vita di tutti i giorni come sostituti di una presenza delle cose, delle persone, del mondo. Lo smartphone con cui scriviamo un post o ci facciamo un selfie falsifica le identità, costruisce appunto sostituti del nostro io. E se a offendere, denigrare, se a sbriciolare la reputazione di qualcuno non sono più io ma un traslato di me, non avrò problemi a dare la stura a volgarità, odio, insulti, parolacce».

Intende dire che si perde cognizione del male che si fa?
«Una bacheca Facebook magari riesce a soddisfare il bisogno collettivo di rendere presente ciò che è assente nella vita reale. Ma disincarna, falsifica, simula. E simula anche la violenza. Così lo schermo di un videogame e i veri comandi di un drone vengono percepiti allo stesso modo da un giovane militare che bombarda dal Texas. Gli obiettivi sono virtuali o comunque distanti. Tutto sommato anche radere al suolo un campo rom con una ruspa serve ad allontanare il dolore. E il dolore lontano, ci insegnano i filosofi, non è più dolore».

Possibile che non si provi vergogna, rimpianto, senso di colpa dopo aver scritto certe frasi?
«Il medium adultera l’identità, ne riflette l’assenza. E se non c’è vero sé non esiste neppure cognizione del dolore e della colpa. Disumanizzandoci Facebook ci offre l’illusione di un’immunità. E poi c’è un sadismo e un becerume di massa che sul web fa perdere ogni forma di pudore».

La violenza online è culturalmente orientata?
«No. È la massa la condizione per darle legittimazione, sia essa violenza di destra o di sinistra. Non sa quanto siano violente certe femministe. Oppure una volta ho scritto un articolo sui queer, gli attivisti gay, criticando alcune loro posizioni. Mi hanno subissato di offese. Questo è dovuto al senso di impunità e deresponsabilizzazione che ormai permeano il nostro Paese per via degli scandali. Nessuno paga mai».

Umberto Eco ha parlato di Facebook come di un megafono per «legioni di imbecilli». D’accordo?
«Si potrebbe pensare a Facebook come al bar o all’osteria moderna, il luogo in cui si concentra il becerume e la volgarità. È così, ma con un’aggravante. Se da una parte i social offrono un’identità surrogata e surrettizia, dall’altra espongono tutte le identità. All’osteria ciò che si diceva poteva essere dimenticato, disperso, online le varie forme con cui ci rappresentiamo restano, quello che diciamo non si cancella».

Ma non salva proprio nulla dei social network?
«Mah, la cosa che rattrista di più sono i buoni. Si ostinano ad usarli nella speranza di veicolare le loro giuste cause. Velleità. Facebook ci serve solo a capire con chi abbiamo a che fare, cioè la banalità del male, e riconoscerla sappiamo quanto sia utile».

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