Il Tirreno

Toscana

La strage di Viareggio

Strage di Viareggio. Perché il fuoco?

Aronne Angelici
Strage di Viareggio, il momento dell'esplosione
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Strage di Viareggio, il momento dell'esplosione

È stato un anno difficile, per Viareggio, il 2009. Ce lo ricorderemo a lungo. La tragedia e subito la Stagione alle porte, il ricordo dei morti, i feriti in ospedali lontani a lottare e soffrire, un tetto, è il minimo, per gli scampati nudi dal rogo e, sulla spiaggia, lo spettacolo che deve continuare. E Pierrot negli hangar questa volta ha due lacrime

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Articolo estratto dal libro del Tirreno "29 giugno 2009 - 23:50" pubblicato a giugno 2010 per commemorare il primo anno dalla strage di Viareggio

Signore, ascolta. È vero, come dicono, che non c’è nessun Dio per chi vive nelle lunghe e grigie periferie, ferite e divise, dalle rotaie? Io non lo so, te lo chiedo, ma certamente non c’era nessun Dio, alle 23,50 del 29 giugno 2009, alla periferia di Viareggio dove passano i treni. Per la gente di via Ponchielli nessuno vegliava in quel momento. Signore, la vita e la morte sono tue, che dai e che togli: noi ci inchiniamo. Ma perché, Signore il fuoco? Via Ponchielli a Viareggio era sì periferia, ma non così grigia: c’era la vita di una città turistica, felice per l’estate appena sbocciata. C’erano Mohammed, Rachid, Aziza e Claudio, Roberta, Rosario. E tanti altri. Per loro, trentadue, non c’è stato nessun Dio pietoso a vegliare la sera del 29 giugno alle 23,50 in via Ponchielli. Signore, perché il fuoco: ti chiedo ora, umilmente, perché il fuoco?

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Ricordo. La notte si fa giorno, il cielo si tinge di sfumature rossastre. Nuvole improvvisamente rosse, un bel tramonto se non fossero le 23,50. Una colonna di fuoco all’orizzonte, altissima sopra la linea della pineta: la vedo bene dal terzo piano della mia casa di Lido di Camaiore. E poi il rosso tende al nero e disegna un fungo nel cielo. Un incendio? No, la piccola Hiroshima della mia città. Telefoni che, tutti, danno l’occupato: brutto segno. Meglio andare a vedere. Fumo ovunque, un odore acre che ti prende la gola. La stazione è in fiamme. Un vagone-cisterna, carico di gas liquido, si è ribaltato e poi aperto come una lattina. Gas che corre leggero, basso, filo terra. Un rumore sordo come un'esplosione e una lingua di fuoco che fruga nelle case della vicina via Ponchielli, appena al di là dei binari, nessun muro di protezione. La fiammata entra violenta nelle case, ovunque distruzione. E morte. Uomini, donne e bambini: è la nostra Hiroshima.

Che cosa ci è successo? Che cosa è successo a questa città? Dolore, paura, tanta paura, e la voglia di lottare, di vivere. Ma non è possibile, né umano, dimenticare. Quel maledetto treno merci Trecate-Gricignano numero 50325, col suo carico di fuoco e di morte ci ha segnato, ha marchiato i viareggini del 2009. Potremo mai più guardare un treno con occhio pulito? Il cronista ricorda di aver sentito raccontare delle notti versiliesi degli anni Sessanta, quelli favolosi; notti che finivano sovente ad aspettare l’alba sulle rive del lago di Puccini, il Massaciuccoli, oppure alla stazione di Viareggio, cappuccino e brioche, “a veder passare i treni”.

“Ai treni”, ora non si può più. Quei bagliori nella notte, quelle fiamme del 29 giugno 2009, non le possiamo dimenticare ed ora, dopo un anno, ci pongono semmai un problema, un dubbio: abbiamo fatto e stiamo facendo tutto il possibile per ricordare i morti e aiutare i superstiti a tornare alla vita? A Leonardo, Ludovico, i nostri bambini risparmiati dalle fiamme, se non avessimo fatto il massimo per loro e per la memoria dei loro cari, chiediamo indulgenza. I giovani sono buoni.

Con i grandi l’imbarazzo è maggiore. Chiedono giustizia, ne hanno diritto, perché sanno che con la giustizia si deve ottenere che per il futuro i treni bomba siano meno spavaldi e più controllati quando attraversano le nostre periferie. Chiedono giustizia, e ne hanno diritto, perché vogliono che via Ponchielli torni a vivere, per la ricostruzione delle loro case, delle loro aziende. Sono richieste umane: per le ferite nella memoria e nello spirito, per quelle, nessuno può più far niente e la nostra impotenza ci avvilisce. Chiediamo perdono e comprensione ai vecchi viareggini di via Ponchielli e soprattutto ai “nuovi” viareggini, venuti da lontano e che hanno scelto per vivere la nostra città. Nel momento del dolore e del fuoco, speriamo di aver fatto capire anche a loro che ormai erano nostri figli.

È stato un anno difficile, per Viareggio, il 2009. Ce lo ricorderemo a lungo. La tragedia e subito la Stagione alle porte, il ricordo dei morti, i feriti in ospedali lontani a lottare e soffrire, un tetto, è il minimo, per gli scampati nudi dal rogo e, sulla spiaggia, lo spettacolo che deve continuare. E Pierrot negli hangar questa volta ha due lacrime, non una sola, che gli solcano il viso e la coppa di champagne ha bollicine che sanno di fiele.

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Ce l’abbiamo fatta, in questo mare di contraddizioni. Come diceva Repaci: quando il libeccio spira violento, Viareggio “s’alleona”. I viareggini ne hanno viste tante di bufere, i villeggianti non lo sanno e per loro la città è quella della spiaggia “di là dal molo” come scriveva Mario Tobino, quella colorata delle vacanze. Ma gli uomini e le donne di Viareggio sono anche quelli che si specchiano nei quadri di Lorenzo Viani, dove il  dolore di questo popolo è trasfigurato in una pena eterna, la vera lotta per sopravvivere con coraggio come veri Navageri.

Sicuro, se ci fosse ancora lui, Viani, l’attesa del ritorno dei nostri feriti grandi ustionati, Lorenzo l’avrebbe dipinta con uomini e donne vestite di nero, coraggiose, pronte a sfidare il peggio, con tutta la dignità che un umano ha in sé. Tobino, Viani: nelle loro opere hanno descritto i viareggini come gente forte, anche audace, veramente vissuta superando gli sbruffi della vita. Può darsi che in questi ultimi anni, a volte, abbiamo dubitato, ma la tragedia di via Ponchielli forse ci ha detto che Viani e Tobino hanno saputo leggere bene nel cuore di Viareggio e dei viareggini. Navageri forti ed orgogliosi, anche ribelli, che mal sopportano i legacci della burocrazia e le sue regole, propensi a credere, come i loro padri, che quello che conta è il cuore: da gettare al di là degli ostacoli.

Signore, ascolta. Un Dio pietoso c’era in via Ponchielli. Ci doveva essere per Stefania e Ilaria, per Hamza e Ana, per Stefania e Nouredine e per tutti gli altri innocenti che il fuoco ha portato via. C’era per Leo riemerso dalle macerie, simbolo di speranza. C’era un Dio impotente, quello che non può fermare guerre, cattiveria e egoismo umano. La nostra Hiroshima è solo nostra. Una tragica ferita, la cureremo dalla punta del molo, a respirare a pieni polmoni, con Enrico Pea, quell’aria salmastrosa che vale più di mille lire. È stata la nostra forza di ieri, lo sarà per il domani. E non è solo speranza ma sicurezza di Vageri: Viareggio ce la farà, ce la faremo. Ma perché, Signore, il fuoco? Perché?

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