Sicurezza
"Macché religione, il terrorismo è una questione di affari"
L'imprenditore pratese, consulente dell'ex premier tunisino, vive e lavora in Tunisia da oltre venti anni e dà la sua lettura della strage al resort
SOUSSE. Un «lavoro interno». Peggio. «Un sabotaggio interno». Giacomo Fiaschi, imprenditore pratese, già consulente dell’ex premier tunisino, ha un’idea sua dell’attentato sulla spiaggia tunisina vicino ad Hammamet. Lo definisce un attentato del «terrore» più che del «terrorismo islamico» in senso stretto. Certo, la matrice religiosa è «la rivendicazione ufficiale. L’Isis lo spauracchio. Ma l’obiettivo vero è un altro: destabilizzare il paese. Portare la popolazione a invocare il ritorno allo stato di polizia, alla dittatura». Ritorno al passato «e ai suoi affari. In primo luogo, il riciclaggio».
I fiumi di denaro, in Tunisia, si ripulirebbero attraverso il sistema alberghiero. L’accusa di Fiaschi è pesante. Ma non lanciata a caso. Fiaschi vive in Tunisia da oltre venti anni. Su nomina dell’ex parlamentare toscano Riccardo Migliori, per il Maghreb è consigliere dell’Osce, la più grande organizzazione al mondo per la cooperazione e la sicurezza. Ed è titolare di una ditta di consulenza e servizi per start up e imprese in Nord Africa. Soprattutto è stato consigliere di Hamadi Jebali, primo ministro della Tunisia fino a marzo 2013 e segretario del partito islamico della “Rinascita” (in carica dopo la caduta del dittatura di Ben Alì). Con Jebali, ha perfino partecipato al meeting di Comunione e Liberazione a Rimini, approcci per avvicinare Tunisia e Italia.
Insomma, Fiaschi è uno che la Tunisia la conosce dall’interno. «Proprio per questo mi sento di dire che di attentati come quello di Sousse non si percepisce in anticipo l’arrivo. Non si respirano nell’aria, vivendo in mezzo alla gente. Posso dire che un attacco come quello del 26 giugno nasce in un ambiente estraneo alla cultura più diffusa. Li vedo più vicini a quelli del febbraio 2013 (quando venne ucciso il leader dell’opposizione) o di luglio del 2013 (quando vennero presi di mira luoghi del turismo, compresa Sousse) oppure a quello di tre mesi fa del museo del Bardo: l’obiettivo comune di questi attentati è di destabilizzare il paese per farlo tornare alla dittatura. Non ci sono elementi che possano far pensare a un attecchimento delle idee religiose estreme, malgrade il tentativo di mascherare i fatti con i panni del terrorismo internazionale».
La matrice della strage - insiste Fiaschi - è da ricercare «in lobby potentissime che hanno fatto fortune con il riciclaggio e con altri traffici illeciti ai quali il dittatore Ben Ali non solo non era estraneo ma traeva in qualche modo vantaggi. Dopo la caduta della dittatura questi interessi sono rimasti congelati e non è bizzarro pensare che proprio in questi ambienti ora si organizzino gli attentati». A un occhio attento, per, non sfuggono dettagli che mostrano differenze con gli attacchi del terrorismo internazionale. «Intanto - prosegue Fiaschi - le operazioni dell’Isis sono più “militari”. Qui, invece, siamo quasi davanti a cellule “impazzite”, nel senso che non sono collegate direttamente all’Isis. Probabilmente è l’azione organizzata da lobby criminali che hanno l’interesse a mandare in crisi l’affetto per la democrazia che si è affermata solo di recente, con l’elezione dell’assemblea e poi del presidente». Potendo tornare a un dittatore «per certe lobby significa poter dialogare meglio, negoziare e ricominciare a svolgere i propri affari. Riciclare il denaro sporco, molto in arrivo da Francia e Italia».
Il fatto è che, secondo Fiaschi questo denaro si ripulirebbe attraverso «l’attività alberghiera. Due i sistemi: il primo finanziando la costruzione di hotel con prestiti mai restituiti. Tanto che oggi, il Fondo monetario internazionale ha richiesto alle tre banche a maggioranza statale di rientrare urgentemente di uno scoperto di circa 1,2 miliardi di dollari. Si tratta di un indebitamento per lo più contratto con il settore alberghiero, come rivelano i report economici recenti».
L’altro sistema - secondo Fiaschi - sarebbe un po’ più articolato: «Prevede che la maggior parte dei turisti, soprattutto dell’Est, che entrano nel paese risultino fittiziamente ospiti negli alberghi a 4 e 5 stelle. Questo consentirebbe di spalmare milioni di dollari di valuta su queste persone come valuta in ingresso nel paese portata da turisti. Così si ripulirebbero fiumi di denaro in arrivo nelle banche da provenienze sconosciute». È questo il motivo per cui spesso - sottolinea l’imprenditore - si trovano «strutture alberghiere di lusso semi vuote, ma quando vai a chiedere una camera ti dicono quasi sempre che non hanno stanze disponibili. Devono risultare occupate da ospiti fittizi, che compaiono solo sulla carta. Sono presenti per la Dogana».
Ma da queste operazioni, da questo mondo - evidenzia Fiaschi la gente è lontana. «Le persone non appartengono a questi affari. Né si riconoscono negli attentati che contribuiscono, però, a creare un clima cupo. Si sta diffondendo lo scoramento. Ed è questo che mi preoccupa di più. Colpire il turismo come si sta facendo, significa minare una delle voci più importanti dell’economia». Specie se gli attentati si concentrano in zone dove c’è il tentativo di costruire un’economia che dialoga con il resto del mondo. A Soussa, infatti, a metà giugno, dall’11 al 14, è stata organizzata per il terzo anno, la Fiera internazionale dell’olio d’oliva di cui la Tunisia è diventata il secondo paese per esportazione nel mondo, dopo la Spagna. Non solo. Proprio in questa regione, c’è un’alta concentrazione di imprese anche del manufatturiero, soprattutto di abbigliamento e maglifici, con la lavorazione di materie prime di importazione che poi vengono esportate come prodotto lavorati.
In più a Soussa c’è il turismo. Mare, arte, congressi e manifatturiero. Il luogo ideale per diffondere il panico. «Soprattutto in un paese - riprende Fiaschi - dove la percentuale di disoccupazione è alta, soprattutto fra la popolazione giovane che è numerosa si crea una polveriera. Proprio la settimana scorsa mi sono trovato a sollecitare le autorità, gli imprenditori a trovare occupazione per i giovani: se i ragazzi non hanno nulla altro da fare che bere il caffè a giornate è ovvio che diventino preda facile per chi vuole arruolare soldati per l’Isis, anche per andare a combattere in Siria». O per sfruttarli per qualche attentato in patria. Dove il turismo «è una fonte di economia, ma anche cultura. Cultura di ospitalità. E ammazzare turisti stranieri in Tunisia è fonte di vergogna. Qui l’ospitalità è sacra e il dolore per questi episodi da parte dei gruppi religiosi locali per questi atti è immenso. Basta chiedere. E vedrete che sono proprio i religiosi i primi a puntare il dito contro questi attentati».
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