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Italia anni Settanta, "L'estate infinita" del piccolo borghese
Edoardo Nesi parla del suo nuovo romanzo, nel quale racconta l'epopea di una classe sociale spesso derisa da letteratura e cinema
L'epopea di un classe sociale quasi sempre bistrattata e derisa nella letteratura e nel cinema. Con “L'estate infinita” è come se Edoardo Nesi volesse riparare a qualche torto. La piccola borghesia italiana venuta dal niente ha ora il suo romanzo. I piccoli imprenditori con i loro spiriti animali, l'individualismo incontenibile, la sfrenata voglia di assaggiare la vita a morsi e godersela attraverso i beni materiali e le sfide da vincere per dare un senso a se stessi, hanno ora un personaggio simbolo: Ivo Barrocciai. Dopo aver raccontato nei libri precedenti la crisi di quel mondo pratese, Nesi si è detto che non era giusto “raccontare la fine di una cosa bella, senza raccontare la cosa bella”. Il romanzo racconta, tra il 1972 e il 1982, le vicende di un imprenditore tessile,
Barrocciai, che parte quasi da zero, dalla declinante attività tessile del padre, lanciato nel progetto di una nuova azienda e di una nuova gigantesca fabbrica (“da fare invidia ai milanesi”). Un'idea potente che come un nocciolo atomico sprigionerà le energie infinite di un imprenditore edile, di un immigrato irpino, muoverà i destini delle loro donne e delle loro famiglie. E i soldi arriveranno per tutti, in quell'Italia che non si pone limiti. Abituati al ripiegamento e alla parola “crisi” onnipresente nel nostro orizzonte odierno, si resta quasi ubriacati dal dinamismo, dalla straripante fiducia e dall'ottimismo di questi personaggi e delle loro storie. “L'estate infinita” è anche il romanzo di una città, Prato, per quanto mai citata. Come le Langhe di Fenoglio o la Parma di Bevilacqua. ora anche Prato ha il suo romanzo.
“Prato non è citata – dice Nesi - perché quello che è successo a Prato è successo nello stesso momento anche in molte altre parti d'Italia. Per me è stata un luogo magico, ma non citandola volevo farne un modello, il simbolo dell'Italia migliore di sempre”.
Ne è proprio convinto. In fondo gli anni Ottanta sono sempre stati visti come un momento di declino dopo i grandi ideali degli anni Settanta o degli anni precedenti.
“Il libro si svolge per otto decimi negli anni Settanta. Volevo parlare soprattutto di quegli anni, in modo volutamente parziale. Ho lasciato fuori la politica, il terrorismo, le stragi, per raccontare storie minori, personaggi più piccoli ignorati dal mondo, ma che intanto stavano scrivendo anche loro una parte importante della storia del Paese. E facevano crescere del 40% il Pil”.
Un dato Istat che ha messo nell'epigrafe del libro.
“Esatto. Gli anni Settanta sono quelli della crescita, anche se nell'immaginario di tutti, anche nel mio, ricordano il terrorismo. Ma c'era un filone sepolto che non era mai stato raccontato in pieno, un grande movimento che prendeva milioni di persone e le faceva star meglio, anno dopo anno. Gli anni Ottanta rappresentano il finale di questa parabola. L'ultimo capitolo con il concerto di Gloria Gaynor è importante nell'economia del libro. Alla fine i piccoli imprenditori che hanno lavorato tutta la vita, per la prima volta vanno a divertirsi. E quando escono dal locale e si danno il cambio con i giovani, i loro figli rimasti fuori (io ero uno di loro), lì si tocca la diversità. Per quei ventenni divertirsi è un diritto che diventa quasi un dovere, per i genitori era una cosa da fare dieci minuti nella vita”.
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E' curioso che sia lei che Veronesi, altro scrittore pratese, abbiate ridato voce a un personaggio di un libro precedente.
“E senza consultarsi nel frattempo, anche se ognuno dei due sapeva cosa stava scrivendo l'altro”.
L'aveva sempre saputo che Ivo Barrocciai sarebbe tornato, quando scriveva “L'età dell'oro”? O quando l'ha deciso?
“Barrocciai nell'Età dell'oro muore fuori scena. Avevo pensato che era un grande peccato che morisse. E poi quel personaggio per me era un facilitatore. Se tutto passa attraverso di lui per me è più facile scrivere di quel mondo, nel bene e nel male. Di quelli come lui so come sono vestiti, cosa hanno mangiato ieri sera, cosa pensano di ogni cosa. Ma poi non so nemmeno se sia davvero lui il protagonista. Molti lettori si sono affezionati a lui perché racconta una storia positiva, lo vedono come un buono. Ma se guardiamo alle pagine, ad esempio, forse Cesare, il Bestia, ha uno spazio maggiore. Anche perché stavolta volevo fare un romanzo corale”.
L'immigrato Citarella è un altro personaggio fondamentale.
“Ecco, la crescita economica di quegli anni non va misurata solo su Barrocciai, ma ha il punto più alto in Citarella, con lui raggiunge quasi una funzione salvifica. A me non dispiace che la gente si arricchisca. Ma se vieni dal nulla e ti arricchisci, io tifo per te. Per questo penso che la crescita economica sia un valore poco celebrato. Una società nella quale chi è povero può riscattarsi col lavoro (e non era teoria, era pratica di ogni giorno), questa è la grandezza di quell'esperienza, i tanti Citarella a Prato che con il lavoro si creavano un'esistenza incomparabilmente migliore di quella che avevano lasciato al sud. Questo è il carattere della società italiana di quegli anni”.
E' evidente la sua grande simpatia per i personaggi principali. Anche per i loro difetti? C'è chi ha accusato Cesare e Ivo di maschilismo, chi ha fatto notare la mancanza di ideali.
“Non sono maschilista. Ma in quegli anni era così, mi devo sforzare di raccontare di quello. E poi vorrei far notare come nel libro le donne siano vincitrici su questi personaggi, sono loro a menare la danza. Il maschilismo appartiene al mondo esterno, ma non funziona mai all'interno del rapporto”.
E gli ideali?
“Non avevano un ideale, erano convinti che il mondo funzionasse bene così com'era, che l'arricchirsi e l'ascesa sociale fossero il vero ideale da seguire. Milioni di italiani hanno vissuto la loro vita senza pensare a questioni ideali, credo siano la maggioranza del Paese e lo siano sempre stati”.
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Ivo Barrocciai si fa costruire una piscina olimpica sul tetto della nuova fabbrica. E' un simbolo degli eccessi che questi personaggi amano, il senso della sfida dell'asticella da alzare sempre.
“L'eccesso per questi personaggi non è tanto un punto d'arrivo in sé e per sé. Me li vedo a dire: “vediamo se mi riesce fare anche questa cosa”. Cambiare il mondo in meglio, per loro e non solo per loro, era la ragione dei loro sforzi in questa corsa, e tanto più estremo è il tentativo, tanto più erano motivati a farlo. Vivono senza un limite, mentre oggi siamo impauriti anche dai nostri sogni e dalle nostre aspirazioni, se ancora le abbiamo. Circondati com'erano dalla crescita economica, pensano di poter fare tutto e di poter sognare. Quando Ivo decide di far costruire la piscina nella mega fabbrica sta lavorando in un box montato nel magazzino della ditta morente del padre con tre telefoni e due segretarie. Questa è la grandezza del sogno, di come l'Italia di quei tempi vedeva se stessa, lanciata in una corsa infinita nella quale ognuno aveva il suo traguardo, ma sognare era di tutti”.
A Maria Citarella affida l'unico squarcio di dubbio sul futuro: il dubbio su come sia possibile che tutto continui in quel modo.
“Maria è uno dei personaggi che amo di più. E' una delle poche, forse l'unica, che si chiede come sia possibile tutto questo, mentre gli altri lo prendono come un dato di fatto. Come può funzionare? E si chiede se non sia il frutto del caso, di uno spirito superiore. Quello che voglio dire è che questo straordinario meccanismo, quel ciclo storico che aveva creato il benessere, era così potente e inimmaginabile da ritenerlo per forza irripetibile. La crescita era un “miracolo inevitabile”, come ho intitolato un capitolo. Era il frutto di un processo globale che per una volta e in quel momento favoriva l'Italia e tutta l'Europa occidentale”.
Com'è stato rileggere a posteriori quegli anni “gloriosi” sapendo già la fine?
“Lungamente ho pensato mentre scrivevo se fosse giusto o no mettere un epilogo sul presente. Ma avrei fatto un torto al racconto del passato e un errore clamoroso. Non volevo far diventare questo libro malinconico o di rimpianto. E' anche un atto di fiducia nel lettore: sarà lui a mettere insieme ieri e oggi, a misurare la distanza tra quel mondo e quello odierno. Della crisi avevo già parlato nell'Età dell'oro. Secondo me chi non mai letto i miei libri e legge questo, vedrà in maniera diversa anche il personaggio di Barrocciai. Se già conosci Ivo, gli vuoi più bene, gliele perdoni di più. Perché lo hai visto nel suo futuro, sofferente e fallito. E' un libro diverso a seconda se si conosce già il destino personaggio o no”.
Il libro ha una sua colonna sonora. Decine di riferimenti a brani e autori dal pop ai cantautori, dal rock alla discomusic, dal jazz a Bongusto. Perché questa importanza alla musica?
“E' soprattutto ammirazione. Perché quelli sono anche gli anni migliori della musica, in ogni sua declinazione. In quegli anni sono nati i capolavori in ogni genere, una cosa mai più successa. C'è un anno in cui sono usciti pietre miliari della discomusic che poi abbiamo sentito ogni giorno da 40 anni. Come se insieme all'esplosione dell'economia ci fosse stata un'esplosione pop di arte, musica, cinema. Anche questo testimonia la ricchezza del vivere di quegli anni”.
Nel finale ci sono tre pagine in cui fa un ritratto esemplare dei piccoli imprenditori, una descrizione impietosa e insieme affettuosa. Questo libro è anche il loro riscatto?
““Mi ha sempre fatto rabbia il modo di raccontare la piccola borghesia, appena diventata tale. Cinema e letteratura ne hanno sempre fatto una macchietta e questa cosa non mi tornava. Mi sembrava una falsificazione della realtà. La grande letteratura americana del dopoguerra invece (da Salinger a Cheever a O'Hara) ha raccontato con maggiore onestà e attenzione questa classe sociale che si stava formando e stava formando il Paese. Da noi si sono sempre considerati un branco di imbecilli. Certo, avevano dei difetti, erano ignoranti perché il tempo dedicato al lavoro impediva loro di dedicarsi a cose più alte. Ma se vogliamo chiederci chi sono queste persone, come sono finite e cosa votano oggi, bisogna raccontarle, non possiamo metterle da una parte”.
La grande vitalità , il grande ottimismo dei personaggi sono accompagnati anche da una dose di faciloneria. Il Bestia è un imprenditore edile che non ha un dipendente né una betoniera, un imbianchino si ritrova a fare il capocantiere della megafabbrica.
“E' un'idea di quegli anni. Siccome tutto era possibile, anche chi era partito svantaggiato per ragioni economiche, sociali o caratteriali, in quel mondo ribollente aveva la possibilità di fare di più. Come si fa sapere se uno è bravo? Se consideriamo solo i fatti, i meriti nella vita, si rischia di fare una valutazione errata. Penso a me stesso. Ho scritto il mio primo romanzo nel 1995, ma ho cominciato a vendere qualche libro dopo 15 anni. Solo a quel punto ho pensato di poter essere uno scrittore e non il figlio di un industriale. Il libro è anche l'epopea di chi aveva la capacità di fare e doveva solo essere messo alla prova”.
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