Gioco
Lo stupro, l'amore, la guerra: l'opera italiana rinasce con La Ciociara in America
A San Francisco, il versiliese Nicola Luisotti dirige la prima mondiale di Two women, il lavoro di Marco Tutino ispirato al romanzo di Moravia. Repliche fino al 30 giugno
SAN FRANCISCO. Cesira in scena canta lo stupro. Chissà se, almeno per un attimo, John Lavragna paragona Anna Caterina Antonacci a Sophia Loren. Forse no. A molti, In America, “La Ciociara”, il film capolavoro di Vittorio De Sica non dice molto, malgrado l’Oscar. Il romanzo di Alberto Moravia ancora meno. Il chirurgo ortopedico in pensione, però, non ha bisogno di confronti. La guerra di Liberazione, con i suoi strazi, ce l’ha avuta in casa. “Mio fratello, Dominic. Domenico”.
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John non parla italiano, ma è l’ultimo di nove figli di genitori emigrati da San Lorenzello e Cerreto Sannito, i paesi beneventani della ceramica. E Domenico è il figlio sbarcato ad Anzio, dei quattro che la mamma ha avuto in guerra, durante il secondo conflitto mondiale. Poche settimane in Italia da dove ha riportato a casa la pelle, conciata con le ferite. “Non mortali, ma visibili”. Oggi, anche per quel fratello soldato, John Lavragna sostiene la nuova produzione dell’opera che parla della guerra in Italia. “Alla fine mi ha convinto Nicola, sa?”. Nicola Luisotti, il “Maestro” toscano. Della Versilia, direttore musicale all’Opera house di San Francisco.
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“Maestro” è l’unica parola che Lavragna pronuncia in un italiano impiastrato di americano, alla fine della prima mondiale di “Two women”-La Ciociara. L’opera che, dopo il Trittico di Puccini, ha l’ambizione di rilanciare la tradizione lirica nel mondo. Una sorta di “Risorgimento”, a detta di David Gockley, il sovrintendente dell’Opera house di San Francisco che co-produce il lavoro di Marco Tutino con il teatro Regio di Torino.
A teatro, John Lavragna, in abito scuro, è accompagnato dalla moglie Joan. Quando parla del Maestro Luisotti lascia trasparire un certo orgoglio. Si sente, a suo modo, partecipe del progetto che a San Francisco è già evento. “Nicola ci ha fatto sentire parte della musica al pianoforte già un paio di anni fa e noi l’abbiamo trovata bellissima. Abbiamo ascoltato alcuni brani, in diverse occasioni. Così abbiamo deciso di sostenere la produzione”. Da queste parti, sostenere significa “sponsorizzare”. Pagare, perché senza soldi dei privati in scena non si va. E per avere Luisotti a dirigere anche La Ciociara, ad esempio, c’è un gruppo di fans “Gli amici di Nicola” – guidati dalla fiorentina Maria Manetti Shrem e dal marito Jan – che ogni anno versano una cifra all’Opera house. Perfino la partecipazione del soprano di Ferrara Anna Caterina Antonacci è stata sponsorizzata da un privato. Ma sarebbe sbagliato confondere il denaro con il business, nell'opera.
“Nel nostro caso – riprende John – siamo stati coinvolti nel progetto fin dall’inizio. Abbiamo sentito Marco Tutino e Nicola suonare le melodie al pianoforte. Poi abbiamo cominciato a seguire tutta l’evoluzione del lavoro. Fino a partecipare alle prove, anche alla generale, senza perderci nemmeno un passaggio. Abbiamo grande fiducia nel Maestro e in Tutino. La musica è bellissima, ci hanno convinti spiegandoci che si doveva tornare indietro a Puccini, Mascagni, Leoncavallo per riuscire ad andare avanti”.
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Perfino oltre la musica, dove si incontra l’emozione. Per John si presenta sotto la sigla “LST” la ship tank, la nave da sbarco del fratello, da cui sono scesi viveri, uomini e jeep come quella che, nel secondo atto del "La Ciociara" appare in scena. Per altri, sono ricordi grigi, sfumati, in bianco e nero come le immagini dei bombardamenti sull’Italia che sfilano sullo sfondo della lirica, set dell’opera “post-pucciniana”. In sala il silenzio è di cristallo. Qualche applauso parte nei momenti di commozione più intensa. Non si conosce la musica, quindi il pubblico non sa se i tempi sono giusti. Ma l’audience si lascia trasportare, va a senso. Nell’intervallo tutti hanno da dire qualche cosa. Fuori e dentro la sala stampa, affollata di critici, come non mai. Una sessantina provenienti da tutto il Nord America. Si sono dati convegno a San Francisco e non si vogliono perdere la nuova produzione che in città sventola negli stendardi dove meno te la aspetti. Nelle strade dello shopping, in quelle del turismo di massa – come Fisherman wharf – dove il volto di Nicola Luisotti si alterna a quello di Anna Caterina Antonacci. L’Italia della cultura, abbinata all’opera, al cinema, alla letteratura. Nomi italiani ovunque.
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L’opera contemporanea che, di nuovo, parla italiano. Lo dice con orgoglio anche Walter Vergnano, sovrintendente del Regio di Torino che alla prima mondiale non è mancato. Il suo teatro è uno dei pochi che ancora ci crede nelle produzioni. Ne ha una (top secret) in programma con il Covent Garden di Londra e il Met di New York e questa che conta di portare a Torino nel 2018, per garantirsi la coppia Luisotti-Antonacci: “Investiamo in nuove produzioni perché è nostro dovere mantenere il primato della tradizione d’opera che ci appartiene. Purtroppo in Italia investiamo ancora troppo poco in nuove produzioni e il rischio è che l’opera diventi un prodotto straniero, che si realizza solo in altri paesi. Invece, noi abbiamo grandi talenti nella composizione: uno di questi è Marco Tutino che a Torino abbiamo avuto come direttore artistico. Appena non ha più avuto questo ruolo, siamo stati felici di poter collaborare con lui come compositore”.
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Con lui e con San Francisco “teatro con il quale abbiamo scoperto di parlare la stessa lingua”. In senso artistico. Come con il versiliese Luisotti che, cast e impegni permettendo, a Torino dovrebbe arrivare per dirigere La Fanciulla del West. La stessa opera diretta, nel centenario della prima, al Met di New York. La stessa che ha fatto scattare la molla per la commissione de La Ciociara che a San Francisco replica a giugno il 19, 23, 28 e 30. Tanti applausi per la prima e anche tanti “boo”. Non per i cantanti, per i cattivi della storia. Perché gli americani sono fatti così: ai buoni l’onore, ai cattivi i fischi. Bene e male, bianco e nero. Come i ritratti di Mussolini, Hitler, Badoglio proiezioni di scena. E le macerie d’Italia. Che per una volta fanno da sfondo all'arte. E, sì, anche alla speranza. Al futuro. Alla possibilità di ricominciare.
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