Sicurezza
L'editoriale - Rimpatrio non è solo una parola
L'Italia della solidarietà e dell'accoglienza non basta più. Serve una guida politica che, ignorando la cagnara leghista, ne colga le ragioni di fondo
Ci sono volute decine di persone accampate nelle stazioni di Roma e Milano per aprire una breccia nella certezza del governo secondo il quale, dopotutto, l’accoglienza di profughi e migranti non è gestita così male. Se gli spazi non si trovano più, è stata a lungo la tesi, la responsabilità va posta in capo alle Regioni, quelle del nord in primis, e dei Comuni. Non è così.
A non brillare, innanzitutto, è lo Stato il quale, chiamato a un compito gravoso, ha risolto la questione spedendo ai prefetti italiani l’ordine di farsi carico del reperimento di decine di immobili e limitando, di fatto, l’accoglienza a un parcheggio. Serve altro. Innanzitutto, ed è la cosa più difficile, la cooperazione internazionale. Non è pensabile che solo un Paese si faccia carico di una imponente massa di migranti.
L’Italia paga la sua irrilevanza nello scenario internazionale. Né sembra aiutare molto la cieca obbedienza agli Usa su ogni questione anche quando, è il caso delle sanzioni alla Russia, il danno sta tutto da una parte (Italia) e i benefici tutti dall’altra (Stati Uniti). La potenza americana non ricambia, non vuole entrare nella questione immigrati, neanche per aiutare l’alleato.
Nello sfrangiamento della comunità europea l’Italia non riesce a dettare la linea ad altri neppure quando anche la Germania sembra disposta a darle una mano. A est nessuno vuol sentir parlare di quote e anche l’amica Francia, a ovest, ha chiuso la frontiere di Ventimiglia. La gendarmeria si è messa sul confine, uno spettacolo inaccettabile che la dice lunga su come intendano la solidarietà i nostri vicini. Preso atto del fallimento europeo, ora si cerca di cancellare le quote obbligatorie e ci si limita a suggerire l’accoglimento volontario. Un’altra chimera.
Con il consueto realismo la Gran Bretagna mette in guardia l’Europa del Sud, suggerendo di intervenire con una qualche regolamentazione al fenomeno, altrimenti ingovernabile, dell’ospitalità senza limite. E qui veniamo al punto dolente. Condizionato dalle pressioni della Lega, il dibattito finora si è limitato a una battaglia fra slogan del tipo “respingiamoli tutti” o “accogliamoli tutti”. Entrambi sono distanti dalla realtà. Finalmente si fa strada la terza via: l’ipotesi di accogliere i rifugiati da nazioni in guerra o afflitti da carestia separandoli da quanti approfittano del caos per mescolarsi dentro i barconi dei disperati.
L’idea più semplice, intervenire nei luoghi d’origine dell’esodo, pacificandoli e sorreggendoli, inizia a comparire nell’agenda della politica. Il Governo immagina di rimpatriare coloro che profughi non sono, accompagnando i viaggi con corposi sostegni, coadiuvati dall’Europa, negli stati africani più bisognosi. Si tratta di un rinsavimento tardivo che giunge nel bel mezzo degli sbarchi e sappiamo che dall’emergenza non scaturisce mai una buona soluzione. Il dovere di provarci è dettato, tuttavia, dalla necessità di tentare di bloccare il mercato florido di uomini che si sta strutturando lungo le coste dell’Africa settentrionale, dove pirati e banditi di ogni risma si arricchiscono approfittando dei nostri ritardi.
Ed è ancor più necessario intervenire velocemente per evitare che i nostri prefetti, con decisioni scellerate, violentino uno dei pochi sistemi che sin qui ha funzionato, quello della Toscana, che ha permesso di sparpagliare in piccoli gruppi i migranti tenendoli al riparo da tensioni e favorendone l’integrazione, pur provvisoria. È inaccettabile, infatti, che il prefetto di Firenze, il quale coordina i colleghi dell’intera regione, arrivi a ipotizzare maxi centri di raccolta per centinaia di persone quando tutti sanno che è questo il modo migliore per far esplodere la bomba migratoria.
L’Italia dell’accoglienza e della solidarietà non basta più. Serve una guida politica che, ignorando la cagnara leghista, ne sappia cogliere però le ragioni di fondo. Non sono tutte sbagliate, iniziando proprio dal ruolo dell’Europa.
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