Sicurezza
La giunta regionale fatta col bilancino
Si parla di schemi e ripartizioni correntizie anziché di competenze, una vecchia liturgia lontana dalle aspettative degli elettori
A pochi giorni dal voto i consiglieri regionali grillini hanno annunciato, ieri a Firenze, che si ridurranno lo stipendio da 11.000 a 5.000 euro (lordi) e che rinunceranno al gettone di presenza. È accaduto in un’assemblea non pubblica della quale i grillini non hanno avuto, però, alcun problema a fornire il resoconto. Domani i neoeletti consiglieri grillini terranno una conferenza stampa per illustrare come distribuiranno al loro interno gli incarichi e i ruoli nelle varie commissioni consiliari, valorizzando le capacità di ognuno.
Non mi pare difficile notare la differenza di comportamento fra questi primi atti di una parte dell’opposizione rispetto a quelli del partito che ha vinto, il Pd. Si potrà osservare che è assai più facile parlare quando si sta all’opposizione, ed è vero. La velocità e la trasparenza con la quale i M5S hanno agito dopo l’apertura delle urne, tuttavia, comunque la si pensi, è tale da permetterci di sostenere che certe litanie sono ormai insopportabili.
Penso al Consiglio regionale della Campania, il cui presidente sarà sterilizzzto a breve, e questo è il caso estremo. Penso anche alla nuova Giunta regionale toscana, della quale non si hanno notizie certe. Il presidente Enrico Rossi e il segretario regionale del Pd Dario Parrini non hanno ancora avuto il tempo di incontrarsi. Vabbè, facciamo finta di crederci, come se Rossi e Parrini non avessero già in testa ciascuno il proprio schema. Il tempo serve a smussare gli spigoli di una trattativa fra l’ala renziana e l’ala rossiana.
Normale strategia? Faccio fatica ad accettarlo. A vincere le elezioni è stato il presidente Rossi, al quale il partito ha riconfermato la fiducia. È giusto che le due parti si parlino, ma che ne sia nata una piccola contesa sulla spartizione degli assessorati è una prassi d’altri tempi. Roba vecchia, che fa sembrare il nuovo Pd un ferrovecchio superato a sinistra.Le cronache narrano di uno schema 5-2-1 per la formazione della Giunta. Cinque renziani, due rossiani e uno non si sa bene di che natura. Ma come? Non eravamo nell’era delle competenze? Del riconoscimento delle risorse individuali? E le preferenze le abbiamo reintrodotte per quale scopo se poi si usa il solito manuale Cencelli?
Mi rendo conto che, qualora il presidente Rossi non cercasse l’intesa, egli non avrebbe vita facile in Consiglio regionale, nel quale la maggioranza del gruppo è schierata da una sola parte, quella di Parrini. Questo valzer, tuttavia, mi pare assai diverso sia dalle aspettative di un elettorato sempre più schifato dalla politica sia dalla grinta del rieletto presidente regionale. Per quanto le sollecitazioni alla politica di #cambiareverso con i fatti e non soltanto a parole continuino a cadere nel vuoto, mi auguro che lo stallo si risolva a breve dimostrando all’opinione pubblica toscana la nostra diversità nel buon amministrare.
Le elezioni regionali hanno subito molti rinculi nei Comuni. In molte amministrazioni è iniziata la resa dei conti fra gruppi di potere e non è un bello spettacolo. Il caso più evidente, mi pare, è a Carrara, dove si è dimesso il vicesindaco. Per rispetto, dice, agli elettori che con il voto alle regionali hanno dato indicazioni differenti rispetto a quelle da lui immaginate e, soprattutto, distanti dalla ripartizione dei voti attribuiti alle precedenti elezioni comunali. A Lucca, per le stesse ragioni, è ripresa la guerra intestina fra fazioni del Pd contro il sindaco. Non va meglio neppure a Pisa, e si potrebbero fare molti altri esempi.
A me pare che si stia rasentando la follia. Un amministratore comunale che viene eletto ha il dovere di restare in carica fino alla fine del mandato, perché per quello è stato scelto dai cittadini. Il giudizio nei confronti del suo operato lo vedremo alla fine, salvo cataclismi o impedimenti gravi che ne accorcino la carriera. Dimettersi per l’esito di un altro voto è una distorsione del sistema, una prova tangibile che per molti la politica è la cosa più distante da quel che dovrebbe essere: un servizio al cittadino, un impegno civico, onesto e trasparente. Infine, è chiaro che sullo sfondo si muovono le alleanze in vista per le prossime elezioni amministrative, che sono da qui a due anni.
Non si muove nulla a Livorno, invece. A un anno dalla vittoria del M5S la città sta lentamente cercando di nuotare nella melma in cui è stata portata, lentamente, da una pessima classe dirigente. Durante i primi mesi il sindaco Filippo Nogarin, giustamente ebbro del proprio successo personale e di lista, ha lavato in piazza tutte le colpe del Pd. Ora il detersivo è finito e tocca ai 5 stelle far vedere di che cosa sono capaci. Dopo dodici mesi sarebbe necessario capire quale idea di città verrà avanti per i prossimi quattro.
Nogarin dice che non si ricandiderà. Per questo dovrebbe avvertire più di altri la necessità di lasciare un segno di buona conduzione del municipio. Gli argomenti non mancano: il porto su tutto, ma ci sono anche i trasporti, lo spazzamento, il decoro urbano, l’abusivismo edilizio, la casa pubblica e quella dannata municipalizzata che sta in piedi solo per grazia divina. Un canovaccio sterminato di questioni è ancora tutto là da mettere in ordine. Forse a Livorno servirebbe la velocità dei grillini eletti in Regione.
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