Sicurezza
La Partita del Cuore: quelli che non sanno giocare
Nedved che se la prende con Moreno, Ramazzotti minacciato di morte da un collega. E il pensiero vola al campino dei frati francescani, quando i ragazzi grandi tiravano pallonate, si minacciavano e litigavano. Ma poi facevano pace e sono rimasti amici per tutta la vita
Stefano, Marco, Haller, Nicola, Alessio, il Dulca, Tony e molti altri - un po' nomi e un po' soprannomi - da ragazzi giocavano nel campino dei frati francescani: io ero bambino e negato, li guardavo da bordo campo e per me erano come Pelé, Beckenbauer e Cruijff. Quando ho letto di Nedved che prende a pestoni un rapper perché aveva osato fargli passare la palla sotto le gambe, ho pensato a loro. E ho avuto lo stesso pensiero quando ho saputo dell’episodio raccontato da Eros Ramazzotti: un altro cantante lo avrebbe minacciato di morte in campo.
Che pallonate che tiravano, i “ragazzi grandi”, dietro la chiesa: il rimbombo, contro il muro che correva lungo la linea del fallo laterale, si sentiva a due isolati di distanza. Erano i miei campioni. Nella polvere di quel campo senza erba li vedevo urlare, dribblare, ansimare, correre e cadere. E litigare, anche: litigavano ogni giorno. C'era fallo, dai, non far finta di niente; fermi tutti, lui ha segnato in fuorigioco, non vale; da domani non vengo più, vado a giocare da un'altra parte. E poi la pietra angolare di tutta l'aneddotica da lite calcistica: se questo non è rigore me ne vado con il pallone, che è mio.
Quante volte li ho visti puntarsi le dita contro il petto, intimidirsi, promettersi botte e sangue. E in qualche caso prendersi a pugni e calci in mezzo a quel polverone. Magari per riabbracciarsi, un’ora dopo. Oggi hanno quasi sessant'anni: negozianti, avvocati, bancari, albergatori, impiegati, padri di famiglia, qualcuno è nonno. Danno ancora spettacolo, a pagamento e con l’erba sintetica, in un campo di calcetto, perché con gli anni il loro chilometraggio, tra fiato e muscolatura, si è ridotto. Però litigano lo stesso: riescono ancora ad annunciarsi pugni, a chiudere (e riaprire) lunghe amicizie, a decidere ritiri sdegnati salvo poi tornare sui loro passi, dopo ampi sfoghi su facebook. Si lussano qualche spalla e si slogano molte caviglie; ma continuano imperterriti a fare casino in campo. Indomabili.
Ho letto della Partita del Cuore e ho pensato ai miei peter pan del pallone. Stessi duelli rusticani per motivazioni inesistenti. Stessa voglia di dare importanza a cose che non ne hanno. Stessa regressione infantile. Un signore che è stato Pallone d'Oro e che è dirigente di un top club planetario si infuria per la giocata di un esperto dell’hip-hop. Una popstar promette l’omicidio di un collega. Io, che al campino dei frati guardavo e non giocavo, probabilmente non capisco. Per capire devi aver giocato a pallone, mi si dice. Mi cadono le braccia, ma mi viene anche da sorridere. Solo che. Solo che quella si chiamava Partita del Cuore, era per beneficenza. Era trasmessa iin televisione. In tribuna c'erano migliaia di ragazzini. Qual è il codice non scritto di queste serate?
Si disputa un incontro fingendo che sia di prestigio (il super stadio, la presenza di fuoriclasse veri come Del Piero, etc); e si accetta di assistere a una prestazione sportiva scadente se non addirittura grottesca, nel nome di scopi nobili. Nessuno guarda la Partita del Cuore per godere di uno show calcistico di alto livello: tutti sanno che tecnicamente e atleticamente è una robaccia, ma quello che conta è fare del bene. Gli unici a prendersi sul serio sono quelli laggiù in campo, imbolsiti e imbiancati in mutandoni, che invece di divertirsi e di insegnare la gioia di giocare anche in età adulta, si scambiano falli e messaggi da codice penale. E a differenza dei miei amici, non fanno la pace. Ci penso e ci ripenso, ed ecco che questa cosa smette di farmi sorridere.
@fbrancoli
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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