#Toscana15, l'analisi: il Pd di Renzi tra sinistra e moderati
Il leader in mezzo al guado, in equilibrio tra le richieste dell'elettorato moderato e l'esigenza di tenere unito il partito
Se il Partito democratico non fosse più quel perenne cantiere aperto che l'Italia conosce, saremmo a scrivere di qualcosa con un'identità precisa. Invece, pur avendo vinto per 5-2 (con l'incognita Campania) la sfida delle regionali di domenica, continua a essere un organismo geneticamente modificato, capace di vincere la sfida evolutiva ma sempre sull’orlo di una riproduzione per mitosi, con le cellule figlie prive, però, di discendenza ereditaria con la cellula madre. Questo per dire che Matteo Renzi, ora più di sempre, è in mezzo al guado: se si mette a pendere verso sinistra, perde contatti con l'elettorato moderato che ne ha fatto la fortuna alle europee; se va avanti a forza di riforme neo-liberiste, rischia di perdere pezzi del proprio partito.
Entrambe le eventualità pongono una questione di leadership, proprio per i meccanismi che danno sostanza all'Italicum. Il caso ligure è esemplare: una quota di dissidenti è uscita dal perimetro del partito ed è andata a saldarsi con altri spezzoni della sinistra, decretando sì la propria irrilevanza ai fini del governo regionale, ma anche la sconfitta dell'unica candidata renziana nativa. Raffaella Paita si era presentata alle primarie col piglio della rottamatrice dell’anima classica del partito incarnata dal "cinese" Sergio Cofferati, ma alla fine è toccato proprio a lei essere rottamata. Parimenti si potrebbe dire di Alessandra Moretti in Veneto, se non fosse che la sua folgorazione sulla via del renzismo è stata estemporanea e che la vittoria di Zaia era scontata più che prevedibile.
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Gli altri governatori, che vincono pur perdendo percentuali a doppia cifra rispetto alle precedenti regionali, poco o nulla hanno da spartire con l'ex sindaco di Firenze: il toscano Enrico Rossi non nasconde d'ispirarsi a Enrico Berlinguer; il pugliese Michele Emiliano fa professione di renzismo per caso; il marchigiano Luca Ceriscioli è un bersaniano convertito e l'umbra Katiuscia Marini si veste di rosso antico. Per non parlare del campano Vincenzo De Luca che, al netto delle questioni giudiziarie che ne minacciano la decadenza, fu osteggiato fin dalle primarie dal vertice nazionale del partito, determinato a sostenere Gennaro Migliore, fresco transfuga da Sel.
Per queste ragioni, anziché partito della nazione, oggi il Pd appare una costellazione priva di riferimenti precisi, preda di una scissione silenziosa tra centro e periferia. In provincia la classe dirigente è la stessa di una volta e il Giglio magico paga il proprio immobilismo, o meglio gli effetti di una rottamazione a corrente alterna e comunque timida. La scissione avviata da Pippo Civati, paventata da Stefano Fassina e mai avversata da Rosy Bindi, riguarda un altro campo, quello dell'identità culturale di fronte alla sfida riformista. Qui lo scontro investe i valori, la sostanza dell'azione di governo più che i traguardi raggiunti. Ma l'opposizione interna, finora, ha rappresentato un insieme tanto eterogeneo da perdere in credibilità. Troppi penultimatum, troppe minacce finite in niente, troppi strappi ricuciti. Di converso poche proposte alternative e ancor meno idee illuminanti. E un dubbio da sciogliere: come si fa a stare dentro a un partito se non si condividono le riforme che fa?
Chissà, dunque, cosa tiene ancora insieme il Partito democratico. Forse è l'idea primordiale (e ambiziosa) di riunire il pensiero riformista e moderato sotto a un'unica egida. Oppure sarà l'aspirazione a divenire una forza moderna del tutto scevra dalle incrostazioni ideologiche che hanno dominato la scena politica fino alla fine degli anni '90. O invece la spiegazione va cercata in un prosaico timore che affligge l'ala classica: subire la medesima sorte delle frange scissioniste, finite dissanguate a ogni scostamento dal corpaccione del partito.
Per questo Matteo Renzi è in mezzo al guado. Se non troverà la quadra, rischia di scoprirsi da una parte o dall’altra. E, vista l’esperienza ligure, di restare vittima dei meccanismi di quell’Italicum per il quale si è mostrato pronto a tutto. Sarebbe la madre di tutte le beffe.
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