Attenzione
l’editoriale
Dentro alle urne la Toscana di domani
di Omar Monestier
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Doveva essere il bis renziano: dopo le europee, il quasi cappotto per le regionali. Sarà, invece, il regolamento dei conti interni al Pd e il luogo degli impresentabili. L’effetto, annunciato, è duplice: una ancor minore percentuale di cittadini alle urne e una ulteriore dissoluzione di quel poco che resta della credibilità della classe politica. Ha sbagliato Rosy Bindi a usare tardivamente la Commissione antimafia, ma le sue ragioni restano sacrosante: non vanno candidati indagati e, soprattutto, condannati. Il problema esiziale è la scelta di Vincenzo De Luca a rappresentante del nuovo Pd.
Poco importa se la federazione campana è una delle più forti in Italia e ancor meno che la base fosse tutta orientata a favore dell’ex sindaco di Salerno. Renzi ha azzardato su De Luca perché era ed è il suo momento, quel periodo di splendore nel quale al leader si concedono molti lussi. Quel che Renzi non poteva prevedere è che la minoranza interna, inconsistente in Parlamento, avesse così tanta tenacia pur senza esercitare presa sul Paese e sull’elettorato.
Rosy Bindi, la toscana coriacea che prese in mano niente di meno che la Dc all’indomani di Tangentopoli, gliele ha suonate, eccome, al premier. Il clamore è immenso, il risultato modesto: i candidati non si ritirano e probabilmente De Luca vincerà le elezioni. Io non credo che l’opinione pubblica sia scossa tanto quanto la classe politica da questo ennesimo scandalo nazionale. Aggiungerà questa faccenda all’insieme delle schifezze alle quali assiste quasi impotente da troppi anni.
È per questo che il M5S continua a crescere. Non è antipolitica, è voglia di altra politica. Anche perché in Toscana, e non solo, sta nascendo un gruppo dirigente che con i modi di Beppe Grillo ha poco a che fare. Mi ha sorpreso, ad esempio, la solidità degli argomenti della campagna grillina su temi quasi mai sfiorati da altri: il sistema dei rifiuti, la mobilità sostenibile, le nuove forme di sviluppo economico.
Alla fine gli unici due candidati in grado di dire cose concrete sono stati lo sfidante grillino e il governatore uscente. Il primo ha l’entusiasmo un po’ riservato di una generazione che è stata sistematicamente tagliata fuori da diritti e possibilità professionali e che ha bisogno, ora, di una sacrosanta rivoluzione. Il secondo ha l’esperienza e la competenza di una vecchia volpe senza essere per questo un maneggione come tanti fra coloro che hanno amministrato a lungo. Gli altri candidati si sono persi lungo dinamiche rancorose non prive di scivoloni. Violenza verbale, supponenza e inadeguatezza di contenuti. Il centrodestra renderà testimonianza in questa tornata elettorale di quanto sia stato largamente superato, in efficacia comunicazionale e perfino in proposta politica, dalla Lega.
Salvini e i suoi hanno lanciato pochi temi, molti in modo discutibile, eppure chiarissimi: immigrazione, sicurezza, euro. Hanno massimizzato la campagna elettorale e non si può dire che non abbiano una linea. Impossibile dire altrettanto del centrodestra, poiché i due candidati si sono limitati a proporre il contrario di quel che andava dicendo Rossi, spesso con risultati esilaranti. Mi è parso interessante e, come elettore, sono qui che aspetto di conoscerne i contenuti, l’annuncio che verrà fatta pulizia della gestione del Pd. Se tanto marcio c’è mi piacerebbe che si iniziasse a varcare le soglie delle Procure e non solo a starnazzare nei comizi. Soprattutto sul tema della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti, dove destra e sinistra sono andate a braccetto per decenni, mi attendo rivelazioni clamorose.
Gli altri candidati presidenti sono rassegnati a fare le comparse e in un caso, la sinistra, non s’è neppure capito perché le molte cose che sono state proposte in campagna elettorale gli amministratori non le abbiano realizzate in Regione e nei Comuni nei quali, abbondantemente, sono stati e hanno governato. Salvo dimettersi, alla spicciolata, quando fu chiaro che Rossi non li avrebbe voluti con sé nella prossima compagine di governo. Una riflessione a parte va dedicata al presidente uscente. Enrico Rossi ha percorso in lungo e in largo la Toscana come se affrontasse non una rielezione ma la sfida della vita.
Raramente un presidente uscente e con la vittoria in tasca si spende così generosamente. Questo ha a che fare con la passionalità di Rossi. Ed è molto. Ha pure a che fare con la necessità del governatore di non farsi inglobare nell’entourage renziano, neppure culturalmente.Elettoralmente il matrimonio è combinato, si sa. I renziani sperano tuttavia di portare a casa una mole di preferenze tale da cinturare il governatore, il quale non è e non sarà mai uno dei loro. Non vi aspira neppure, coltiva felicemente la sua “rossità” nella speranza che la sinistra, in Toscana e in Italia, diventi qualcosa di diverso da una tribù arrembante che vuole far fuori chi li ha preceduti per poi accomodarsi nelle stesse mollezze. In Rossi convivono il cinismo del politico di lungo corso con l’afflato ideale del Pci, il quale difendeva un’idea di civismo e di moralità. Aspetti, questi, che si leggono con fatica nei cuori dei pochi prescelti - all’interno della moltitudine piddina - che si preparano a spiegare a Enrico Rossi come dovrà governare. Quando ci proveranno, saran scintille.
È in questo territorio che a Rossi, se lo vorrà, sarà offerta la leadership che la frastagliata pattuglia di comparse non è riuscita a costruire: Civati, Fassina, Bersani, Bindi. Saranno anche le elezioni dei 5 Stelle, i quali non possono sognare un nuovo effetto Livorno. La crisi di Livorno ha poco a che fare con il resto della competizione nella sinistra Toscana. Nella città vagano fazioni che rappresentano tutte le anime della sinistra e nessuno ha ancora preso il sopravvento. Questo consente ai 5 Stelle di torreggiare. Altrove è un’altra storia, iniziando da Pisa.
Livorno è ancora, per il Pd, quel disastro che ha immolato Marco Ruggeri. I 5 Stelle, che governano da un anno con molta fatica, impatteranno su una regione che è assai diversa dalla costa labronica. Non possono contare su un analogo exploit, eppure il Movimento si avvia a diventare la principale forza politica di opposizione in Consiglio regionale. Qualunque sia il numero di consiglieri che il Pd e la Lega porteranno a Firenze, sarà proprio dai 5 Stelle che arriverà il contributo più innovativo. Perché, anche per la particolare conformazione politica di Rossi e per il suo indomito spirito di non-renziano, qui il presidente della Regione e il movimento di Grillo potrebbero trovare, per la prima volta, un momento di cucitura.
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