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Toscana

#Toscana15 - Tweet, selfie, post: l’aspirante consigliere corre da solo sui social

Vincenzo Mele e Lorenzo Viviani
#Toscana15 - Tweet, selfie, post: l’aspirante consigliere corre da solo sui social

C'è chi si limita a rlanciare i temi nazionali e chi racconta le iniziative sul territorio. Ma tutti sotto l'ombrello dei leader. E i partiti contano sempre meno

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Dai più grandi ai più piccoli, dai leader nazionali agli aspiranti leaderini locali, c'è una regola che ormai domina la comunicazione politica: il candidato ha preso il sopravvento sul partito di appartenenza. La politica è sempre più una questione personale, ricerca di un contatto diretto con gli elettori, possibilmente nella scia del leader maximo con tanto di immancabile selfie. La conferma di questo fenomeno anche a livello locale viene dall'analisi della produzione di post e tweet dei candidati al Consiglio regionale della Toscana.

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La dimensione dei collegi elettorali e la reintroduzione delle preferenze si muovono in una direzione che favorisce il fenomeno della micro-personalizzazione, con i suoi vizi e le sue virtù. Se i processi di selezione delle candidature differiscono da partito a partito, il tratto comune della campagna elettorale in atto è la rilevanza assunta dalla rete personale dei singoli candidati. Da una parte la personalizzazione della politica come rapporto diretto fra cittadino e politico, dall'altra la personalizzazione della leadership, in questo caso i consiglieri, favoriscono uno scenario in cui il ruolo del partito politico diviene marginale non solo nell'organizzazione del consenso, ma anche nella capacità di imporre temi di discussione pubblica.

In generale i social network anche in questa campagna sembrano rappresentare abbastanza bene la dimensione "pulviscolare" dello spazio pubblico. L'effetto di questo tipo di media sulla partecipazione politica è di "disintermediazione", ovvero di superamento delle organizzazioni di partito come "corpi intermedi" tra il candidato e l'elettore. Questo da un lato lascia nuovi spazi di libertà e di espressione, dall'altro facilita l'improvvisazione, il personalismo eccessivo, la mancanza di una razionalità politica dei programmi elettorali. I tradizionali partiti di massa facevano da mediatori tra la domanda dell'elettorato e le istituzioni, ma avevano anche una funzione di riduzione della complessità, quindi di filtraggio tra gli umori più egoistici e gli interessi più corporativi dell'elettorato. In questo nuovo contesto il candidato si muove sul territorio costruendo un network personale che prescinde e va oltre il partito di riferimento, e al tempo stesso crea una serie di staff personalizzati composti da professionisti della comunicazione e da persone di fiducia in grado di "cacciare preferenze".

Il partito diventa così i suoi candidati e i suoi eletti, in un rapporto di subordinazione, stretto fra l'autonomia di una legittimazione diretta del consigliere, a livello locale, e della leadership di vertice, a livello nazionale. I post e i tweet più condivisi riguardano spesso temi che hanno poco a che fare con la politica regionale: si parla di difesa dei confini, immigrazione, riforma della scuola, tematiche tuttavia ripetute in maniera alquanto meccanica - "ritwittando" o "condividendo" su Facebook i commenti dei leader nazionali. Molte bacheche di candidati attivissimi e con alte percentuali di condivisione presentano l'immancabile "selfie" con il leader nazionale di turno. L'identità del candidato locale è rappresentata come una emanazione del Self della personalità nazionale di riferimento (Salvini va per la maggiore, ma anche Renzi non scherza, seguito dalla Bonafé e dalla Meloni).

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È il caso per esempio di Chiara Nesti, candidata della Lega nel collegio di Pistoia, che risulta la più attiva su Facebook nella settimana presa in esame (dal 14 al 20 maggio), ma limitandosi a rilanciare i post della Lega sui temi nazionali. Si segnala poi Francesco Giusti, anche lui leghista (collegio di Siena), che oltre a riproporre i post nazionali, usa Fb anche per dare conto delle proprie iniziative a livello locale. Un po' come fa, nel campo del centrosinistra, Antonio Mazzeo, il più attivo del Pd sui social. Se dai più attivi (quelli che hanno prodotto il maggior numero di post o di tweet) si passa ai più condivisi, allora il primo posto va all'avvocato Marco Mori, capolista in tre collegi con Democrazia diretta, lista nata da una costola della Lega, impegnato soprattutto in una personale campagna sul tema della "perduta sovranità nazionale". Alle sue spalle Giovanni Donzelli di Fratelli d'Italia, attivissimo nel tradurre sul territorio la campagna anti-immigrazione, e Andrea Barabotti, giovane candidato leghista presente sul web anche con un proprio sito.

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Come si concilia dunque la piazza "virtuale" dei social con il collegio "reale" in cui si compete nella più tradizionale delle forme di acquisizione di consenso? L'analisi sui social network mette in evidenza due diverse prospettive. La prima è di tipo "informativo", una sorta di resoconto aggiornato con immagini e slogan degli incontri sul territorio, un diario in itinere del candidato. La seconda è l'effetto opinion leader che si cerca di creare imponendo nella discussione temi che possono orientare la campagna elettorale e di cui il candidato cerca di farsi interprete. In questo senso, la misura della condivisione di post e tweet da parte di "amici" e "follower" non è di per sé indice di un consenso direttamente tradotto in preferenze, ma - paradossalmente - offre visibilità accreditando la "notorietà" e la "popolarità" del candidato.

(gli autori sono ricercatori dell’Osservatorio sulla comunicazione dell’Università di Pisa)

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