La manifestazione
Tfr in busta, i pro e i contro: ecco a chi conviene
Scatta la maxi operazione. La liquidazione monetizzata porta stipendi più pesanti ma anche effetti negativi: però è un'opzione per chi ha bisogno di soldi
Dal punto di vista del calcolo economico non sembrano esserci dubbi: il Tfr in busta paga è un’opportunità ma non conviene perché viene maggiormente tassato che riscuotendolo a fine rapporto di lavoro. Ma se i soldi servono, la scelta diventa conveniente per i redditi bassi o obbligata: specie se si hanno difficoltà a rivolgersi ad una banca, se ci sono già troppi debiti in giro e se non si vuole finire nelle grinfie di qualche società finanziaria con tassi al limite dello strozzinaggio.
Sono questi i giorni in cui prende le mosse la campagna lanciata dal governo sull’erogazione mensile, in busta paga, del Tfr maturato. Una quota chiamata Quir, acronimo di Quota Integrativa di Retribuzione. I lavoratori, finora pochissimi, che hanno presentato la domanda entro la fine di aprile saranno i primi ad averne diritto per l’intero periodo e avranno il Quir già nella retribuzione di maggio. I dipendenti delle imprese meno patrimonializzate che usufruiscono della garanzia dell’Inps, invece, dovranno aspettare circa tre mesi dalla domanda. Dunque, chi ha già fatto la domanda, avrà la busta più pesante a partire da agosto.
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Quel quattro per cento in più. Il calcolo fatto dai tecnici quantifica l’incremento dello stipendio in media di quattro punti percentuali, ma prima di tutto va vista con attenzione la genesi di questa misura e soprattutto a chi spetta.
La legge di stabilità per il 2015, approvata lo scorso dicembre, consente appunto ai dipendenti di imprese private, compresi quelli che destinano il Tfr ai fondi pensione, di chiedere al datore di lavoro di accreditare in busta paga l’importo maturato a partire dal 1° marzo 2015, poi rinviato appunto a maggio, e fino al 30 giugno 2018, scelta irrevocabile per tutto il periodo predetto. Ma attenzione, perché per fare questa scelta il lavoratore deve essere assunto da almeno sei mesi presso imprese (appunto private) con esclusione di quelle dichiarate in crisi ai sensi della legge 297/82 e quelle in procedura concorsuale, come il fallimento, il concordato preventivo o l’amministrazione straordinaria.
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Pochi, maledetti e subito. Dunque, cosa fare se si vogliono subito questi soldi? La monetizzazione del Tfr rappresenta la terza scelta su questo importo che già oggi i lavoratori dipendenti devono fare entro sei mesi dall’assunzione. Oggi i dipendenti possono destinare il Tfr a un fondo pensione per un assegno di scorta oppure mantenerlo presso la propria azienda come buonuscita. A queste due opzioni, adesso, se ne aggiunge una terza. Che sarà bene considerare con grande attenzione, calibrandola al proprio caso, prima di scartarla.
Un modulo semplice. Chi è interessato al Tfr monetizzato dovrà dunque farne richiesta al proprio datore di lavoro: è sufficiente presentare la domanda allegata al decreto (Dpcm numero 29 del 2015, ma si può reperire anche presso i sindacati), compilarla e firmarla, indicando delle informazioni molto semplici come i propri dati anagrafici, il codice fiscale e alcune dichiarazioni precompilate da sottoscrivere.
Attenzione, come detto in precedenza, la scadenza del 30 aprile è solo la prima ed è quella che permette di riscuotere tutti i mesi previsti, ma la richiesta è sempre possibile con l’ovvia riduzione proporzionale del Quir. Quest’ultimo potrà quindi potrà essere riscosso successivamente, da un massimo di 37 mesi a un minimo di uno per chi presenterà, per assurdo, la domanda nel maggio 2018. Da segnalare un’altra particolarità che non è certo di poco conto: una volta fatta la scelta, non sono consentiti ripensamenti fino alla scadenza dell’intero periodo dei tre anni.
Convenienza? Bella domanda. Questo provvedimento a prima vista può apparire utile per aumentare la capacità di spesa, ma presenta almeno tre controindicazioni. Per prima cosa, sancisce la rinuncia ad una quota di rendimenti del Tfr, che vengono accumulati con le altre due opzioni (Tfr lasciato all’azienda o destinato a un fondo previdenziale). Seconda e più importante obiezione: il Tfr in busta va ad aumentare le tasse, perchè aumenta il reddito imponibile. La parte erogata in più, infatti, non viene tassata ad aliquota separata e agevolata (23%) come per il Tfr liquidato a fine rapporto, ma l’aliquota applicata è quella della rimanente parte del reddito. Esempio: il Tfr monetizzato a un lavoratore con 30mila euro di reddito verrà tassato non al 23% ma al 38% (perchè 38 è l’aliquota per i redditi tra 28mila e 50mila euro).
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Terza controindicazione, il maggior reddito percepito va a incidere anche sull’Isee e cioè l’Indicatore della situazione economica equivalente, strumento per valutare la capacità di spesa di chi richiede prestazioni sociali agevolate: in questo modo si concretizza il rischio, anche per una manciata di euro in più al di là dei tetti previsti, di avere minori agevolazioni per servizi quali asili nido, mense scolastiche, tasse universitarie, bonus gas o luce. Una situazione non certo rarissima perché l’incremento di reddito dovuto alla quota del Tfr può collocare il reddito in una fascia che non prevede agevolazioni.
Pensione, nessun effetto. Ragionamenti analoghi valgono anche per il diritto agli assegni per il nucleo familiare, inoltre la quota di Tfr in busta paga non aumenta comunque la contribuzione ai fini pensionistici. Ma se si ha bisogno di soldi perché non si arriva in fondo al mese, tutto questo passa in secondo piano.
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DUE OPINIONI A CONFRONTO
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