Gioco
Allegri lo “stinfio”, il livornese a sangue freddo
Una grande rivincita su chi lo dava per finito. E pure nella sua città, spesso tiepida o scettica
«È un po’ stinfio» mi rispose storcendo lievemente la bocca un decano del giornalismo labronico, quando gli chiesi come mai secondo lui Massimiliano Allegri non era poi così amato nella sua città: solo apprezzato e manco da tutti. Erano i tempi del suo primo scudetto da allenatore al Milan, anno 2011, e l’aggravante è che quel grande cronista era pure di simpatie milaniste, per quanto ferocemente anti-berlusconiano.
“Stinfio” è una parola del migliore vocabolario italiano, non del vernacolo, e ha una certa ampiezza di significati che però a Livorno si restringono sostanzialmente a stitico, naturalmente in senso metaforico: qui dicesi stinfia la persona che si concede poco, il furbetto del quartierino che non fa nulla per nulla e all’occorrenza se la tira. Il contrario dell’immagine oleografica del livornese caciarone, spaccone e quasi sempre generosamente sconfitto a causa del sangue bollente che lo rende sprovveduto e naif: per chiarire il concetto, uno stinfio col cacciucco non ci berrà il vino rosso ignorante di rigore ma un bianchetto insulso; oppure il cacciucco non lo mangerà proprio, perché c’ha troppe lische e puzza d’aglio.
Insomma, secondo questa diffusa lettura Allegri sarebbe l’alter ego di Enrico Bartelloni, eterna e simmetrica icona labronica. Era costui il mitico popolano chiamato “Gatto” che nella primavera del 1849 guidò la disperata difesa risorgimentale contro gli austriaci: saltando da un tetto a un abbaìno combatté eroicamente un giorno e una notte sotto le cannonate dei maramaldi (senza farsi mancare l’ultima gozzoviglia, a quanto pare) e l’ultima mattina, a battaglia strapersa, invece di travestirsi da cappuccino e tagliare la corda insultò platealmente i soldati nemici facendosi fucilare all’istante.
Faccio questo paragone bislacco solo perché c’è una curiosa coincidenza astrale: i due sono nati sotto il medesimo segno del Leone e addirittura lo stesso giorno, l’11 agosto. La tiepida considerazione di cui finora ha goduto Max in patria potrebbe innanzitutto dipendere dal fatto che, a differenza del leonino Bartelloni, lui non è cresciuto nel Pentagono storico bensì nel quartiere Coteto, periferia est della città: quindi a dispetto (o a conferma ironica) del soprannome di “Acciuga”, è un terragnolo. Non è che Livorno abbia le contrade in guerra permanente come Siena o altre città medievali toscane, ma bisogna sapere che se non hai vagìto e zampettato in quel chilometro quadrato che si diparte dalla Fortezza Vecchia, qualcosa di meno nel Dna ce l’hai, poco da fare.
Non a caso, quando ero ragazzino e la mobilità cittadina era ridotta e affidata a una decina di filobus arrancanti, si usava dire che «a Codeto e Sarviano ’un sanno notà e alla Valle manco ascendere in città» (traduzione: a Coteto e a Salviano non sanno nuotare, e alla Valle Benedetta nemmeno scendere in città). Gente da compatire, quelli della periferia est: campagnoli irrimediabilmente tagliati fuori dai luoghi-chiave e dal “genius loci”, e per di più prossimi al confine con l’infido territorio pisano. In effetti, seguendo questa traccia di Dna anfibio si arriva a qualcosa di inquietante.
Perché ecco cosa ti combina il Nostro nei tardi anni Ottanta, quando ancora caracollava elegantemente a centrocampo invece che accanto alle panchine: succede che dopo un paio di campionati giocati in maglia amaranto (a tratti promettenti, ma nel complesso piuttosto stinfi) nell’anno 1988 il Max Allegri fa un balzo spettacolare e inatteso di due categorie e va a esordire in serie A. Dove? Ma nel Pisa, naturalmente, e debuttando guardacaso contro il Milan; mentre in quei tempi sventurati il Livorno veniva preso a pallonate da Derthona e Virescit e sprofondava in quarta serie. Che dire? Da un punto di vista labronico una tale macchia sulla fedina è come quelle del leopardo, non si smacchia nemmeno con l’acquaragia della signora Bersani; però a volte il confine fra tradimento sanguinoso e buona ragione può essere più sottile di quello che appaia.
Limitiamoci a notare, perciò, che un salto a leva del genere di sicuro il Bartelloni non l’avrebbe fatto. Così come, vent’anni e una carriera dopo, molto probabilmente il Bartelloni non sarebbe andato ad allenare il predetto Milan alla corte di Arcore. O perlomeno non avrebbe sopportato in silenzio tre anni di insulti grossolani e ingiusti, perché va detto e ribadito che l’Allegri allenatore non solo ha portato a Berlusconi l’ultimo titolo (dopo di lui il diluvio) ma ha fatto tutto quello che poteva e forse qualcosa di più, mentre l’ingombrante padrone svagellava di squadra da scudetto diretta male, dopo avergli venduto i meglio capi di bottega sotto i morsi dei debiti.
E comunque sia, anche questa è una frittata che si può rivoltare: in quei tre anni Max avrà sopportato l’insopportabile per un livornese verace (a Milano per sfotterlo l’hanno chiamato il fachiro) ma resta il fatto che a re Silvio gli ha scucito un paio di milioncini e mezzo a stagione più buonuscita, della serie: te chiacchiera pure, l’importante è che paghi, dopo godo io. A pensarci bene, il più bravo guastatore comunista della Guerra Fredda non avrebbe saputo fare di meglio... Infine, dopo il lungo purgatorio dorato, è arrivata la Signora. E questo è stato il vero capolavoro - ancora più inatteso - dello stinfio.
Perché forse nemmeno il mitico “Gatto” avrebbe avuto il coraggio di sfidare una simile piazza e una simile eredità: il conte Max contro il Conte Antonio, quello con la lettera maiuscola; il disoccupato di Coteto che rischia di finire a allenare i gabbiani su una panchina della Rotonda, contro il Profeta invitto che dopo aver sbattuto la porta di Madama può scegliere fra la panchina della Nazionale e due o tre grandi club d’Europa. Un’impresa suicida: cosa puoi fare più di uno che ha trebbiato tre scudetti di fila facendo un record di 102 punti che non sarà eguagliato manco nel 3015?
Ebbene, ultimamente mi sono riguardato la presentazione di Allegri alla stampa nel suo primo giorno di Juventus, e mi sono persuaso che proprio lì ha cominciato subito a vincere. Era arrivato da cinque minuti con la scorta, sotto il solleone, con la gente ostile che urlava, sputazzava e gli picchiava al finestrino, ma a paragone di un Marotta ancora più terreo e strabico del solito, il Nostro pareva appena uscito dal più elegante bagno turco con massaggio e odalische del Pascià, diciamo quello che sorge accanto alla Moschea Blu di Istanbul. Una faccia sorridente e imperturbabile sulla quale, come si dice a Livorno, ci rimbalzano gli acciarini.
Altro che gogna. Il Max si è messo comodo nel più augusto salotto sportivo d’Italia senza scomporsi un attimo, senza una mossa o una parola di troppo, senza nessuna ruffianeria palese o “captatio benevolentiae”. Ma anche senza farsi mancare la frecciatina sarcastica («Non faccio una conferenza stampa da sei mesi, scusate se sono un po’ arrugginito...») e senza omettere le tre cose fondamentali del programma, snocciolate con zero enfasi ma con la testa ritta e la lingua ferma: 1) non stravolgerò la squadra, 2) farò qualche cambiamento al momento opportuno, 3) cercherò di rivincere lo scudetto e di arrivare fra le prime 8 in Champions. Era il 16 luglio, sono passati nove mesi e il conte Max è passato rapidamente dal salotto all’alcova della Signora: ma da quella scandalosa gravidanza non è nato un bastardino stento come quasi tutti prevedevano, ma un primogenito radioso e vispo; e non è ancora finita perché il parto potrebbe diventare una nidiata regale.
Infatti, fuori di metafora, lo scudetto è già stravinto, la Juventus è già fra le prime 4 e non solo 8 d’Europa, e in più mettiamoci anche la probabilità di mettere in bacheca la Coppetta Tim che in Sabaudia manca da una ventina d’anni. Il tutto con un 70% abbondante di partite vinte e senza che da uno spogliatoio di primedonne ombrose sia uscito un solo strillo velenoso. Solo un allenatore dotato di sangue freddo ma anche di idee limpide, saggezza e lungimiranza può riuscire a tanto. Fra un bravo e un grande allenatore la differenza non è poca, difatti tanti bravi tecnici non sono mai riusciti a colmarla. Il nostro Acciuga non sarà un Conte col pedigree millenario, né un Leone purosangue della savana e nemmeno il Gatto più intrepido della piccola storia patria, ma di sicuro ha passato il guado e si è preso una rivincita strepitosa davanti al mondo e a Coteto. Volendo sottilizzare, ora gli manca solo una cosina per diventare il re degli anfibi tricolori: vincere a Livorno. Perché quello - bisogna pur dirlo - non gli è ancora riuscito, né da giocatore amico né da allenatore nemico.
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