Sicurezza
Bocciata la riforma Fornero, i sindacati: ora i rimborsi per i due anni decurtati
Per gli assegni più bassi una ventina di euro al mese: gli arretrati sarebbero 480 Ma per le rendite più alte le spettanze possono superare anche i 50 euro mensili
E adesso l’Inps dovrà pagare. Per chi in Toscana si occupa di previdenza non lascia margini all’interpretazione la sentenza della Corte Costituzionale. La Consulta bolla come incostituzionale lo stop alla rivalutazione delle pensioni di importo superiore a 1.217 euro netti (cioè superiore a tre volte il minimo Inps, 1.500 euro lordi) e che discende dalla cosiddetta “norma Fornero” inserita a suo tempo nel “Salva Italia”. Cosa in futuro comporterà il giudizio appena espresso dalla Corte Costituzionale lo abbiamo chiesto a Sandro Renzoni, coordinatore di Inca Cgil Toscana e a Mauro Scotti, segretario generale della Fnp-Cisl Toscana.
«Cosa succede adesso? Che l’Inps dovrà rivalutare tutte quelle pensioni che sono superiori a tre volte il trattamento minimo Inps – commenta a caldo Renzoni – a meno che qualcuno non si inventi un salva-norma per mettere una pezza». Detto molto semplicemente, ci sono sei milioni di pensionati italiani che nel 2012 e nel 2013 hanno ricevuto un assegno mensile corroso di qualche decina di euro. Senza motivo: anzi, in virtù di una norma incostituzionale, quella che «in considerazione della contingente situazione finanziaria» bloccava la cosiddetta perequazione (il meccanismo che adegua le pensioni al costo della vita) degli assegni pensionistici oltre la soglia di 1.217 euro netti.
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Quanto hanno perso mensilmente gli italiani? «Venti, trenta, quaranta, cinquanta euro – dice Renzoni – dipende da quanto percepiscono». E per restituire il maltolto l’Inps non dovrà far altro che «riaggiornare i programmi informatici» precisa il coordinatore di Inca Toscana, anche se al momento è difficile stimare i tempi entro cui verrà dato il via al rimborso. La platea dei pensionati “coinvolti” direttamente è molto amplia, anche perché la soglia (1.217 euro netti) non è poi così elevata: «Si tratta di una fetta rilevante di pensionati – valuta Scotti – e sicuramente è coinvolta la grande massa degli ex lavoratori pubblici che ha lavorato per 35-40 anni, ma anche il privato; senza dubbio ci rientrano i bancari e il mondo assicurativo; nell’industria i chimici e i tessili» e ancora i ferrotranvieri e gli autoferrotranvieri, gli “elettrici”; i quadri in genere. Di scontato non c’è mai nulla, ma la bella notizia che è arrivata a ventiquattr’ore dal 1º maggio, era attesa.
«C’era aspettativa su questo versante – commenta Scotti – e, con questo giudizio ultimo, la Corte Costituzionale ha mostrato coerenza. In passato si era già espressa sostenendo che la rivalutazione delle pensioni era un atto dovuto; intervenendo sul contributo di solidarietà aveva affermato che tutti i cittadini sono uguali». L’ultima pronunzia – per cui la norma Fornero supera i limiti della ragionevolezza e della proporzionalità, intaccando i diritti fondamentali connessi al rapporto previdenziale – segue dunque un solco già tracciato. Adesso questi pensionati – e da lunedì i centri studio in Toscana saranno al lavoro per calcolare quanti sono i cittadini coinvolti – aspettano di rientrare in possesso di quanto è stato loro tolto. L’impatto sui conti pubblici fa tremare i polsi: 5 miliardi. «È una bella cifra – sottolinea Scotti – e si sta parlando di risorse previdenziali. Trovarla è una scommessa. Noi speriamo solo che arrivi la risposta giusta alle aspettative di tanti pensionati».
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