Sicurezza
L'editoriale - Per Enrico Rossi la sfida della costa
Parte da Livorno la campagna elettorale del governatore: una scelta altamente simbolica visto che questa è la città della sconfitta progettuale e politica del Pd
Candidarsi di nuovo alla guida della Regione Toscana, perché? Lo spiegherà domenica 19 Enrico Rossi, il quale ha scelto di presentare a Livorno la piattaforma programmatica che si impegna a realizzare nel secondo mandato. Assai diverso fu lo scenario nel quale il governatore iniziò il cammino cinque anni fa. Molti degli effetti della crisi economica, pur presenti, non si erano ancora manifestati con la violenza che, poi, tutti abbiamo avuto modo di saggiare. Allora, nonostante sulla costa spirasse un vento di stagnazione e di deindustrializzazione, era forte la convinzione che la crescita economica sarebbe ripresa e che anche per la siderurgia, la cantieristica, il turismo sarebbero tornati i tempi buoni.
Non è stato così. Alla speranza è subentrata la rassegnazione, in molti casi la rabbia. L’economia della Toscana è una realtà sempre meno omogenea, con molti comparti che sfidano i mercati mondiali (la carta, il cuoio, il marmo) e altri che si dibattono in enormi difficoltà. La portualità è uno di questi. La decisione di iniziare a Livorno la campagna elettorale, quella vera, quella sporca, brutta e cattiva, che è poi quella nella quale il presidente dà il meglio di sè esibendo la rugosa e robusta fibra da vecchio uomo di sinistra, è altamente simbolica.
Livorno è la città della sconfitta politica e progettuale del Pd. È la città eternamente relegata nell’elenco delle occasioni perdute e delle possibilità mancate. Con le scorse elezioni comunali, che hanno portato in Comune i 5 Stelle di Filippo Nogarin, si è chiuso un ciclo storico per la sinistra livornese, ma anche per quella toscana. Livorno è sempre stata dentro la storia del Pci, Pds, Ds, Pd una singolare anomalia. Libera, indipendente, superba. Qui un partito impermeabile e invecchiato malamente ha vivacchiato con una gestione ordinaria proprio mentre il mondo stava cambiando e il porto, quel magnifico porto che ha solo Livorno, si è insabbiato lentamente, nei fatti e metaforicamente, senza reagire.
Enrico Rossi torna a Livorno perché sa che raccogliere voti e donare speranza alla città con il più alto tasso di disoccupazione della regione è la sfida più difficile. Rinsaldare il partito qui e offrirsi all’elettorato come il leader di una forza politica che vuole risvegliare la città è un miracolo. Immagino che Rossi non creda nei miracoli. E io con lui. Ma concordo con il presidente quando rammenta ai suoi che non esiste nessun progetto di rinvigorimento della società e dell’economia toscana che possa ragionevolmente riuscire senza passare dalla costa e, dunque, da Livorno.
La campagna elettorale dovrà caratterizzarsi per l’attenzione a questa parte del territorio, anche in un necessario bilanciamento di poteri con Firenze. Il capoluogo è tornato ad essere un motore che gira a mille, con una classe dirigente trainata da Matteo Renzi. È ben rappresentato in tutti i posti che contano in regione e a Roma. La classe dirigente della costa, invece, è in declino. A Livorno e Pisa il Pd è dilaniato e ormai è chiaro che i renziani vogliono dare la spallata definitiva a due città che non li hanno mai amati. Per loro è il momento giusto. La vecchia guardia è pallida e esangue, poco capace, così mi pare, di resistere all’impeto del Giglio magico. Enrico Rossi è costretto a ripartire dalla costa anche per non essere inglobato e, alla fine, assimilato da quel mondo che, come è noto, non gli appartiene e non gli apparterrà mai. Impegnarsi sulla costa è una operazione necessaria, dunque, anche per garantire una attenzione non formale, non elettorale a un mondo in grave crisi di rappresentanza politica. Ed è l’unico modo per il governatore di non farsi masticare da Matteo Renzi e dalla sua dinamica corte.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
