Il dolore
Morbidi e armoniosi: il futuro degli automi è nella soft robotics
Cecilia Laschi racconta le scoperte che l’hanno portata ai vertici mondiali del settore. A Livorno un supermeeting
LIVORNO. Dimenticatevi Asimov, le macchine antropomorfe d’acciaio, gli automi corazzati dall’andamento meccanico. Cecilia Laschi immagina assistenti personali morbidi, capaci di movimenti armoniosi e dotati di ottime capacità cognitive. E siccome a vederli così è la scienziata che a soli 46 anni si è imposta ai vertici della robotica mondiale, scelta per rappresentare l’Europa nella commissione della Iee Robotics and Automation Society, c’è da scommettere che il sogno è destinato a diventare realtà. Nata a Follonica, laurea in informatica a Pisa e dottorato in robotica a Genova, la dottoressa Laschi oggi insegna bioingegneria alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa ed è coordinatrice dell’area di ricerca di softrobotica all’Istituto di BioRobotica e del Centro sulle tecnologie del mare e la robotica marina a Livorno. Questa settimana (fino al 17) sarà fra i protagonisti della “Soft Robotics Week”, la settimana di eventi scientifici e culturali internazionali dedicati alla robotica soft, in programma a Livorno.
Dottoressa Laschi, alla Soft Robotics Week si riunirà fra l’altro la Comunità Robosoft: detto così sembra un consesso di iniziati in stile Dan Brown…
«In realtà è un consesso d scienziati, una comunità che studia robotica soft e si riunisce annualmente. Una comunità scientifica frammentata ma che sta crescendo in tutto il mondo. E a Livorno sono presenti studiosi delle più illustri università. Portano gli ultimi risultati del loro lavoro, con tanto di prototipi. E su queste basi produrremo un documento per l’Unione Europea, ente finanziatore, per spiegare le ultime sfide scientifiche e illustrare gli scenari futuri. Utilizzeremo metodi di lavoro creativi, brainstorming, mentre dal punto di vista didattico la settimana sarà anche una scuola per dottorandi».
Cos’è la soft robotics? State lavorando per realizzare i replicanti di Blade runner?
«Per ora ci limitiamo ad usare materiali soffici, morbidi per costruire robot, una scelta che apre problematiche completamente diverse rispetto alla robotica tradizionale. Che ha sviluppato tecniche per controllare il movimento dei robot, però sempre con link rigidi, connessi da giunti che non permettono determinati movimenti. Per questo è nata una nuova disciplina che prevede tecniche di modellazione e controllo completamente diverse».
Tanto diverse da configurarla come una disciplina a sé stante?
«Sì, almeno in questo momento storico, perché credo che in futuro la robotica tornerà ad essere unica».
Con robot rigidi o soft?
«La logica mi porta a dire soft. Credo sia la chiave per ottenere comportamenti più vicini a quelli del mondo reale. La rigidezza è un limite. Molti gruppi di robotica si stanno convertendo al soft».
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Perché la “settimana” si svolge proprio a Livorno?
«Perché ci siamo noi, un gruppo di pionieri di questa disciplina, che è nata a Livorno, e qui si è sviluppata principalmente col progetto octopus. Tanto che oggi il laboratorio di Livorno è conosciuto nel mondo come il luogo dove è nata la soft robotics. E fra breve qui inaugureremo la nuova sede, allo Scoglio della Regina. Livorno per noi è stata una scommessa: quella di portare sul territorio ricerca e innovazione. Dopo l’octopus stiamo lavorando a progetti per realizzzare applicazioni marine del polpo robot, che è stato finanziato dalla Fondazione Livorno».
Torniamo alla Soft Robotics Week: sono annunciate scoperte o studi particolari?
«I ricercatori più giovani presenteranno i prototipi più recenti, e durante la settimana impareranno ad utilizzare le loro tecnologie in laboratorio, e qui costruiranno i loro robot. Finirà tutto con una gara di locomozione fra i robot realizzati. Fra l’altro la softrobotics va di moda grazie ai film della Disney “Big hero”, realizzati con la consulenza di uno dei nostri studiosi americani. E a Livorno sono invitati anche esponenti della Disney».
Quali traguardi si pone oggi la biorobotica?
«Col mio gruppo stiamo lavorando a diverse applicazioni, molte in ambito biomedico, come l’endoscopio, o per l’assistenza agli anziani, come la doccia robotica con una sorta di proboscide morbida che aiuta chi ha difficoltà motorie a a bagnarsi e insaponarsi. Poi ci sono, le applicazioni marine. Molti prototipi possono arrivare velocemente sul mercato. Puntiamo a creare spin off per softrobotica a Livorno, sarebbe una bella opportunità per i giovani».
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E a lungo termine?
«Immagino robot sempre più con parti morbide, di aspetto umanoide ma anche con forme diverse».
Parliamo di lei. Come ci si sente ai vertici della robotica internazionale?
«Faccio le mie cose meglio possibile come tanti altri colleghi, mi piace il mio lavoro, sono contenta dello sviluppo della soft robotics. Ecco, mi sento fra i pionieri: da un’intuizione, “proviamo a vedere se si possono fare robot soft” è nata una materia vera. Questo mi fa piacere. Anche quando come capita qualcuno mi copia, magari con più finanziamenti e più mezzi: si inizia per primi e siamo al vertice, poi altri Paesi ci investono di più... Ma meglio così che lavorare in un’area che non interessa a nessuno».
A quale fra le sue creature è più affezionata?
«Il polpo, sicuramente. È stato il primo tentativo, quello che ci identifica».
Il suo sogno di studiosa: come o per cosa vorrebbe essere ricordata fra mille anni?
«Ho in mente il robot assistente personale, continuo ad immaginarlo umanoide, e che faccia cose utili. Ma come metafora vedo un robot che va in barca a vela: non serve a niente, ma mette insieme capacità cognitive e motorie. E questo per ora i robot non lo fanno».
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