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IL COMMENTO

Quel mostro che ha divorato la mente del copilota

Simone Lenzi
Andreas Lubitz, il copilota suicida della Germanwings. Nel disastro aereo sono morte 150 persone
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Andreas Lubitz, il copilota suicida della Germanwings. Nel disastro aereo sono morte 150 persone

“Adreas Lubitz era depresso, lo aveva lasciato la ragazza” hanno scritto tutti. Così il pensiero, oltre alle vittime, va anche a quella ragazza che si starà chiedendo se in fondo il gesto del copilota della Germanwings non sia anche colpa sua

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Pare che il copilota della Germanwings fosse depresso, si dice che lo avesse lasciato la sua ragazza. E anche se in realtà non potremmo dire nulla, perché nulla è quel che sappiamo di ciò che passa nella testa di un uomo, possiamo soltanto sforzarci di mettere in moto i famosi neuroni specchio, quelli che ci fanno provare quel che prova l’altro (per dirla un po’ alla grossa), per cercare almeno di intuire il senso di un gesto che va invece oltre ogni possibile comprensione.

La depressione è una brutta bestia, chi la conosce sa di cosa si parla, chi non la conosce meglio per lui. La depressione fa schifo, da molti punti di vista. Ma il principale, per come la so io, è che si tratta di una miscela potenzialmente esplosiva di pigrizia, narcisismo, godimento masochistico ed egoismo. Forse uno psicologo potrà inorridire davanti a questa definizione, che però non pretende di avere nessuna validità scientifica. Ma in buona sostanza di questo si tratta, di un mostro autofago. Una bestia che si nutre di se stessa. Per la precisione, è una bestia che più si nutre di se stessa e più ingrassa. Perché in quella condizione ci si entra piano piano, ma poi cominciamo a sentircisi a casa.

Allora facciamo di tutto per non reagire: si soffre, ma ci si sta comodi, come sul divano. E in quella condizione, l’altro, gli altri, perdono senso e scopo. Ci guardiamo solo l’ombelico, che diventa l’ombelico di un mondo fatto solo di noi. Da questo la malattia psichica, la sproporzione folle fra l'entità dei mali che ci affliggono e il peso che diamo loro. La contemplazione compiaciuta delle ferite narcisistiche di cui aspettiamo la cancrena. L’impossibilità, ad esempio, di pensare che se soffri per amore, un giorno poi smetterai di soffrire e magari potrai persino sorridere ripensandoci, perché la vita, specie se sei un giovane pilota con un bel lavoro, ti potrà riservare milioni di altre soddisfazioni. In quella condizione anche dell’amore, anche di quello perduto, non resta più niente.

Il mio pensiero in questo momento va, oltre che alle vittime della Airbus, anche a quella povera ragazza che si starà chiedendo se in fondo il gesto del copilota non sia colpa sua: “Se non l’avessi lasciato, magari non sarebbe successo”, penserà. E invece no. Perché proprio la follia del gesto vale come prova che il mostro che ha divorato il copilota si era già mangiato anche lei, da molto prima che si lasciassero. Spero tanto ci sia qualcuno, accanto a lei, che adesso glielo spieghi. Che le dica che non è colpa sua. La superficialità dell’informazione su queste cose è terribile. “Era depresso, lo aveva lasciato la ragazza” hanno scritto tutti. Come sempre, insomma: cherchez la femme! E risolto il mistero. Ma non è così.

Il mistero della depressione, chi lo conosce e lo detesta, tende a fare di tutto per smascherarlo il prima possibile. E dietro la maschera di quella tristezza c’è sempre e solo la nostra faccia, non quella di un altro. Perché è nostra la responsabilità di reagire, nostra la responsabilità di provare ad essere felici. Non di un altro. Non sono uno psicologo, non posso prescrivere metodi o terapie per evitare che qualcuno, domani, possa farsi divorare da un mostro che magari porterà giù con sé altre vittime innocenti. Ma ricordo lo spot natalizio di una nota bibita gassata. Diceva: “Fai felice qualcuno e sarai felice anche tu”. Prenditi cura di qualcosa, insomma. Anche un cane, per cominciare va bene: dai da mangiare a lui invece che al mostro. Vedrai che funziona.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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