Sicurezza
QUESTE NUOVE REGOLE NON PIACCIONO AI BARONI
Abituati a stravincere da secoli, a vedere di fatto anche ignorata una sentenza della Corte Costituzionale di vent'anni fa che imponeva concessioni temporanee e onerose, i baroni del marmo, o almeno alcuni di essi, non accettano l'idea che qualcuno metta delle regole alle loro attività. La forza dirompente delle leggi che, con un impressionante uno-due la Regione ha approvato (il testo quadro sulle cave lo scorso 10 marzo) e sta approvando (il piano paesaggistico in via definitiva) al tirar delle somme è proprio questa: mettere ordine in un settore dove finora le regole erano state più sulla carta che nella pratica.
Ogni anno spariscono letteralmente milioni di metri cubi di materiale: solo da Carrara (Carrara vale il 90% dell'industria estrattiva apuana)cinque milioni di tonnellate l'anno; fra Massa, Versilia, Garfagnana e Lunigiana almeno un altro milione-milione e mezzo di tonnellate. Le nuove norme non limiteranno questi quantitativi. A disturbare i signori delle cave sembra più che altro il delitto di lesa maestà: ma come, osate “espropriare” a noi che 264 anni fa una duchessa ci ha indicato come proprietari (vedremo cosa dirà alla fine la prevedibile battaglia giudiziaria, ma la duchessa Maria Teresa Cybo Malaspina non voleva e non poteva dare quelle cave in possesso)? Ma come, a noi che diamo lavoro a migliaia di persone osate impedire di scavare anche sopra i 1.200 metri (tranne poche eccezioni)?
Può darsi che qualcuno, una minoranza, potrà essere, più che penalizzato, un po’ limitato. Ma insomma. Di quei sei milioni e mezzo di tonnellate di materiale non riproducibile, questi signori si scordano di dire che solo una parte (soprattutto i detriti della multinazionale Omya e in minima parte i pregiati blocchi) vengono lavorati in loco e lasciano valore aggiunto. L'altro giorno abbiamo pubblicato le statistiche dell'export: il prezzo medio delle milioni di tonnellate di marmo esportato è di 241 euro, peccato che delle 85 cave attive a Carrara solo sei abbiano un valore medio del prodotto (attribuito dal Comune) superiore a 240 euro, quando sappiamo che certi blocchi viaggiano a 4mila euro. Decine l'hanno inferiore a 100 euro. Senz’altro gli andava anche meglio fino al 1995, quando tutti insieme pagavano 16 milioni di lire l'anno (sì, l'anno) di concessione, e qualcuno, dai loro subaffittuari pretendeva il 14 per cento, il famigerato “settimo”, sull'effettivo escavato.
E poi, dobbiamo anche aspettare l'evolversi delle inchieste: guai azzardare giudizi affrettati, ma insomma, l'inchiesta del nero alle cave ha mostrato comunque un giro vorticoso di sottofatturazione e di metodi fantasiosi per farsi pagare in black l’escavato. Per 56 imprenditori sono state chieste rogatorie su conti in Svizzera. E il 14 maggio quasi tutta la giunta di Carrara, sindaco compreso, e i rappresentanti delle imprese (non Assindustria) rischiano il rinvio a giudizio per abuso d'ufficio in merito a presunti accordi sulle tariffe ai danni dei cittadini. Cittadini che comunque, con i valori medi attuali al ribasso, continueranno a veder affluire nelle casse una quindicina di milioni da un giro d'affari stimabile in 700 milioni solo a Carrara.
Ci voleva la Regione a mettere un freno almeno parziale agli appetiti di certi baroni, che dove noi ammiriamo il profilo inconfondibile delle nostre Apuane vedono giacimenti di prezioso marmo da portare a valle e vendere lontano. Abituati a stravincere e a portare all'estero le ricchezze, adesso dovranno dare lavoro qui se vorranno vedersi assegnate concessioni di 25 anni e dovranno limitarsi a guardarle, almeno quelle vette uniche al mondo. Una rivoluzione copernicana, un piccolo freno a uno strapotere plurisecolare. Era ora.
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