Sicurezza
Caso Lupi, l'indagine non c'entra
L'ex ministro ha fatto ricorso agli affetti familiari nella sua appassionata e ipocrita difesa. Li avrebbe potuti difendere meglio, i suoi cari, se avesse spiegato al figlio che un Rolex da migliaia di euro si restituisce
Il dibattito sull’uscita dal Governo del ministro Lupi ha preso la piega fuorviante dello scontro fra garantisti e giustizialisti. È giusto o no - ci si dice - che un politico si dimetta, anche se non indagato, perché il suo nome compare negli atti di un’inchiesta sulla corruzione? Non condivido questo genere di impostazione, perché sposta ogni ragionamento fuori dal campo delle responsabilità della politica e permette a ciascuno di intestarsi la sua ragione e di difenderla a prescindere dai fatti. Senza paura di sfiorare il ridicolo. Io penso che le dimissioni di Lupi non abbiano nulla a che fare con il garantismo e con il giustizialismo, quanto con alcune regole di buonsenso le quali sono sconosciute alla classe politica italiana.
Di quest’ultima sono tratti comuni i distinguo e il relativismo, che servono soltanto a fuggire le proprie responsabilità e a scoraggiare l’opinione pubblica. Gli effetti emotivi della resistenza alle dimissioni di tutta questa gente indagata o condannata fanno esplodere nei cittadini il risentimento, legittimo, verso i governanti e autorizzano, implicitamente, comportamenti delittuosi all’insegna del “così fan tutti”. Si va dalla mazzetta di mille euro data all’impiegato del Comune fino all’abbattimento di un cartello stradale per fare passare un carico straordinario troppo largo per quella strada, com’è successo in Versilia pochi giorni fa. Come si sono giustificati gli operai? In sintesi, così: cosa volete da noi? In questo Paese nessuno rispetta le regole, rubano tutti e voi rompete le scatole a noi che abbiamo solo sradicato un’insegna, abbandonandola poi in mezzo alla carreggiata?
Da Lupi a un cartello stradale: un collegamento ardito? No. Perché dentro i comportamenti di Lupi, anche in quelli leciti, ci sta tutta la prosopopea dei nostri rappresentanti parlamentari e nelle amministrazioni locali, che non sanno mai dire «ho sbagliato» anche quando dovrebbe essere inevitabile. Lupi è in buona compagnia. Con il candidato piddino alla presidenza della Regione Campania, De Luca, condannato in primo grado. Con un gruppetto di sottosegretari del Pd, indagati per una varietà di fattispecie. Anche ieri una di questi, la sarda Barracciu, redarguiva scandalizzata per l’accostamento fra la sua vicenda (rimborsi spese regionali) e quella di Lupi. Come si vede, la strada della pulizia dentro la politica italiana è ancora lunga e l’etichetta di nazione corrotta non sarà rimuovibile a breve. Il malaffare esiste ovunque, sia chiaro. In Italia esso continua a prosperare per l’evidente lassismo della politica, la quale sguazza nell’ampiezza del dibattito duale fra garantismo e giustizialismo.
Siamo tutti garantisti, per carità. Mi pare tuttavia che dietro questa espressione si nascondano molte furbizie per non assumersi responsabilità individuali. E torniamo a Lupi. Io credo che Lupi dovesse dimettersi per non aver capito che c’è qualcosa di immorale, di equivoco, di inopportuno quando un ministro manda suo figlio dal più importante dirigente del suo ministero (solo a fare due chiacchiere, dice lui) e poi quel figlio viene assunto da un’impresa che lavora negli appalti gestiti proprio da quel ministero. Non aggiungo quella che per me è una aggravante e cioè che l’area culturale dalla quale l’ex ministro proviene ha idee ben precise sulla condotta morale altrui in tema di diritti civili, ad esempio.
L’intransigenza etica verso gli altri dovrebbe essere accompagnata da comportamenti specchiati in casa propria. Non aver compreso che cosa rappresenta Ettore Incalza, pur con tutta la sua competenza, e non aver posto un argine allo strapotere di alcuni imprenditori, che hanno potuto agire in spregio alla trasparenza e alla concorrenza, è una grave responsabilità di Lupi. Il quale fa ricorso agli affetti famigliari nella sua appassionata e ipocrita difesa. Li avrebbe potuti difendere meglio, i suoi cari, se avesse spiegato al figlio che un Rolex da migliaia di euro si restituisce e alla moglie che l’aereo una se lo paga, specie quando in famiglia c’è un ministro della Repubblica. È questa rituale, ottusa, ineffabile incapacità di comprendere che anche ciò che è lecito non sempre si può fare, a condannare Lupi davanti all’opinione pubblica anche se, come risulta finora, egli non ha commesso alcun reato. Omar Monestier
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
