Il Tirreno

Toscana

L'editoriale / Serve un progetto per la costa

Omar Monestier
L'editoriale / Serve un progetto per la costa

Il divario fra la costa e l’entroterra è diventato ormai ampio. Da dove ricominciare per ristabilire l'equilibrio? Il futuro dell'economia della Toscana e il ruolo di Livorno

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C’è un buco nero nel sistema economico toscano. È la costa. L’area di Massa e di Carrara è stata impoverita dall’utilizzo spregiudicato del sistema lapideo, che ora la Regione tenta di regolamentare riportando a concessione il trenta per cento delle cave pubbliche finora considerate private. Il sistema del marmo ha viaggiato su troppe fatturazioni allegre, come le inchieste della Guardia di finanza stanno faticosamente facendo emergere. Scendendo lungo la Versilia si incontra un caso esemplare di mala gestio, materializzatosi nel dissesto del Comune di Viareggio cui fa da contorno la crisi della cantieristica nautica e il declino di un modello turistico edificato sulla quantità, oggi fortemente in discussione.

Il centro del buco nero è Livorno, il cui reddito pro capite è il più basso dell’area e sorretto da una percentuale abnorme di reddito da pensione e da lavoro pubblico, con un numero di cassintegrati non più sostenibile. Piombino sta iniziando a vedere la luce dopo che per anni la sua ricchezza maggiore, la siderurgia, è scivolata verso il basso fra promesse non mantenute e imprenditori distratti. In Maremma, con numeri meno impattanti, proseguono le chiusure di importanti opifici e il problema dei collegamenti viari verso il Lazio non si risolve, negando così una via d’accesso fondamentale alle aziende e al turismo.

Non servono analisi sofisticate per comprendere come il divario fra la costa e l’entroterra sia ormai ampio. Firenze ha ritrovato la sua centralità politica. L’area che scorre verso Prato e la Lucchesia, la piana che si affaccia su Pistoia, l’area delle concerie, della carta, della logistica e i distretti della ricerca avanzata della provincia pisana evidenziano segnali di dinamismo imprenditoriale che fanno ben sperare.
Da dove ricominciare per ristabilire equilibrio? Dal recupero di Livorno come porto della Toscana, non v’è dubbio. Rimettere in moto Livorno e la sua portualità vuol dire garantire ricchezza a tutto il territorio. L’intuizione delle leggi livornine è ancor oggi valida. Non si può più parlare di porto franco.

Oggi come allora, tuttavia, serve un approdo per le merci e le navi da crociera e quel luogo non può che essere Livorno, la cui relazione con il mare è molto di più che un fattore geografico. Alle spalle del porto sorge un interporto dalle enormi possibilità di espansione. Non ci sono le montagne dietro le banchine, come succede a Spezia, a Genova, a Trieste. Il collegamento fra i luoghi dello scarico e dello stoccaggio ha buone possibilità di essere migliorato. Gli imprenditori e le aziende della Toscana hanno in Livorno il loro terminale storico più immediato, anche se esso non è più né efficiente né conveniente.

Si tratta di un grande patrimonio in declino, come in declino è la classe dirigente livornese una parte della quale, ancor ieri, allestiva boicottaggi al nuovo segretario comunale del Pd invece che accettarne la nomina. Una vicenda esemplare che si fatica a comprendere oltre il Serravalle e che si può riassumere così: v’è un autolesionismo dei gruppi di potere labronici che non riescono a rigenerarsi neppure dopo una sonora batosta elettorale. In questo clima, che ha generato inazione, è da salutarsi come una svolta per chi vive sui mari Ligure e Tirreno l’approvazione da parte della città dell’atto urbanistico che consentirà alla Regione di finanziare l’escavo dei fondali e la realizzazione di una nuova darsena.

Non è vero che non si può fermare il declino, non è vero che non si può cambiare. Alla città più segnata dalla paralisi decisionale e dalla fuga delle imprese è offerta la possibilità di ripartire. Un buon modo per iniziare a tappare il buco nero della costa toscana anche se, a guardare il dibattito sulle candidature per le imminenti elezioni regionali, pare che ai candidati non interessi che soddisfare gli appetiti edilizi di imprenditori poco lungimiranti. L’immonda bagarre sul piano del paesaggio non è altro che questo. E che del buco nero del lavoro, dello sviluppo, della portualità, si occupi qualcun altro. Tanti quel buco lo vogliono riempire di cemento. Noi vorremmo metterci un porto.

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