Il Tirreno

Toscana

Il giallo di Leonardo: basta parlare di soldi, cerchiamo la verità

di Elisabetta Arrighi
Il giallo di Leonardo: basta parlare di soldi, cerchiamo la verità

Il “Ritratto d’Isabella d’Este” e le ipotesi dello studioso Vezzosi

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Due giorni fa il ritrovamento nel caveau di una banca di Lugano e il sequestro. Ma per il momento la tela “Ritratto d’Isabella d’Este” attribuito a Leonardo da Vinci resta in territorio svizzero: quando sarà chiusa la rogatoria internazionale chiesta dalla Procura di Pesaro, l’Italia potrà chiedere il rimpatrio dell’opera e il giudice delle indagini preliminari emetterà un decreto di confisca. Contro il quale si profila già una battaglia legale che vedrà come protagonista Emidia Cecchini detta “Bibi”, 70 anni, orignaria di Pesaro, proprietaria del quadro che - ha detto - appartiene alla sua famiglia ed è conservato in Svizzera dagli anni Venti del Novecento. Ma al di là della complessa inchiesta in corso (ne parliamo nella pagina a lato, ndr), c’è da “indagare” anche e soprattutto sotto l’aspetto storico, artistico e scientifico. Per stabilire se il quadro sia effettivamente opera di Leonardo.

Allora, cosa pensa Alessandro Vezzosi, storico dell’arte e critico, studioso di Leonardo e direttore del Museo Ideale di Vinci, dell’opera rinvenuta a Lugano, per la quale si è espresso con grande cautela?

«Non ho mai visto questa tela dal vero. Posso parlare solo in base ai documenti e fotografie che circolavano già da tempo. E dico che non sembra di Leonardo. È interessante dal punto di vista iconografico, mostrando un possibile forte rapporto con il disegno “Ritratto di Isabella d’Este” conservato al Louvre, e questo fa pensare a una “ri-pittura”, a qualcuno che ha ridipinto un disegno, trasformando Isabella in Santa Caterina d’Alessandria. Il cartone del Louvre presenta tanti minuscoli fori lungo la traccia del disegno, fatti per ricalcarlo. Eseguendo appositi esami scientifici, come la riflettografia o la radiografia, si potrà vedere se sotto i colori ci sono oppure no i puntini del ricalco».

Quali esami dovranno essere eseguiti per avere delle certezze? E l’esame del carbonio 14 permetterà di datare i pigmenti del colore?

«Quando la tela sarà in Italia, sarà necessario esaminarla con grande accortezza, in laboratori specializzati, meglio se riferibili ad apparati di Stato. Come sa, la contraffazione di un risultato è sempre possibile e quindi bisogna stare attenti. Quanto al carbonio, quando si parla di datazione si fa riferimento al supporto, non ai pigmenti, e comunque con un margine di 50/100 anni. Quindi se si sottopone un’opera alla datazione, mettiamo che il supporto, ad esempio una tavola, sia databile attorno al Trecento, ma non è detto che l’opera sia dello stesso periodo».

Il professor Carlo Pedretti, per anni docente nelle università americane, considerato uno dei grandi studiosi di Leonardo, avrebbe però detto che l’opera è attribuibile al genio vinciano.

«Pedretti ha visto per primo la tela a Zurigo su invito della proprietaria. L’ha esaminata e poi ha scritto una lettera alla signora. Di questa lettera ne ha parlato anche il settimanale “Sette” che oltre un anno fa pubblicò un servizio sul ritrovamento del “Ritratto”. Il professore scrisse che secondo lui c’era Leonardo, ma prima di far uscire pubblicamente la cosa - che invece avvenne con lo scoop di “Sette” - bisognava continuare gli studi e le indagini».

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Torniamo un attimo indietro. E se sotto il colore i futuri esami non evidenzieranno i puntini del possibile ricalco?

«Se sotto il colore non si troverà nulla, significherà che la tela è di un seguace non coevo di Leonardo, che nel Cinquecento ha eseguito il dipinto ispirandosi a Leonardo. Se invece si troverà un disegno o i puntini del ricalco, si potrà cominciare a ragionare ex novo».

Quindi, dal punto di vista scientifico, il sequestro a Lugano apre la strada per trovare la verità.

«Questo sequestro consentirà allo Stato di verificare di cosa si tratta. Troppo spesso si fanno exploit che poi non hanno seguito. Questo è il momento di fare chiarezza».

Ma qual è la storia che sta dietro al “Ritratto di Isabella d’Este”?

«Nel 1499 Leonardo lasciò Milano perché stavano per arrivare i francesi. Andò a Mantova e lì fece lo schizzo del ritratto che gli era stato chiesto da Isabella d’Este, al quale lo lasciò prima di proseguire il suo viaggio. Due anni più tardi, siamo nel 1501 (fu l’anno in cui Leonardo tornò a Firenze dopo molto tempo, ndr), Isabella scrisse una lettera per chiedere se Leonardo poteva mandarle un altro schizzo del suo ritratto perché il consorte, Francesco II Gonzaga, aveva regalato il precedente. Il secondo disegno è quello che è conservato al Louvre».

In questi giorni si è parlato, riguardo alla tela sequestrata a Lugano, di un mandato a vendere per una somma non inferiore a 95 milioni e di una trattativa per 120. Come è possibile a fronte di un’opera che non è stata ancora attribuita in modo certo?

«Ripeto, è il momento di fare chiarezza. Troppo spesso si parla di soldi, senza sapere di cosa di tratta. Non è la prima volta che accade con Leonardo, che diventa sempre più un mito nel quale si fondono storia e mistero. Non va bene che Leonardo sia conosciuto più per gli scoop che per i suoi veri, immensi valori».

Il lavoro degli inquirenti, in particolare dei carabinieri del nucleo di tutela dei beni culturali, è importante. Penso ad esempio alla Tavola Doria che fu segnalata in Giappone proprio da lei.

«Quanti anni ci sono voluti per riportare in Italia la Tavola Doria, attributa a Leonardo, che ripropone parte della perduta Battaglia di Anghiari».

La Tavola era sparita alla fine degli anni Trenta. dopo essere stata venduta all’asta dalla famiglia Doria. L’opera venne vincolata dalla Soprintendenza di Napoli, ma nel ’40 scomparve. Per ricomparire nel 2012, dopo un lungo lavoro di indagine dei carabinieri. Era conservata nel caveau di una banca svizzera per conto del Tokyo Fuji Art Museum che l’aveva acquistata nel 1992.

L’opera è stata donata all’Italia: con il Giappone c’è un accordo per esporla alternativamente nei due Paesi. Ricercata dagli inquirenti italiani a partire dal 1983, era stata segnalata in Giappone nel 1995 proprio da Vezzosi. È stata esposta nel 2013 anche a Firenze, agli Uffizi. Il critico Vittorio Sgarbi, nell’occasione, la definì «una ciofeca». Due giorni fa, a proposito del “Ritratto di Isabella d’Este” ha detto che è una cosa «da Porta Portese, dipinta da un peracottaro».

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