Il Tirreno

Toscana

L'EDITORIALE

Il Partito della Nazione senza un avversario

Omar Monestier
Il Partito della Nazione senza un avversario

Nella vittoria del presidente del Consiglio e segretario del Pd Matteo Renzi, è insita una debolezza che presto pagheremo. E un rischio altissimo che già conosciamo fin troppo bene

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L’ossequio al vincitore, unito al desiderio di salire sul suo carro alle migliori condizioni possibili, sta ingrossando le fila del Partito della Nazione che Matteo Renzi evocò, più per il gradevole suono dell’espressione che per convinzione, in un tempo che pare remoto. All’epoca sembrò una sparata, buona a riempire colonne di inchiostro e non v’erano le condizioni oggettive affinché si realizzasse. Berlusconi era bastonato, ma non ancora domo, la minoranza interna del Pd pareva ringalluzzita dai primi errori del governo e dal continuo peggiorare del contesto economico mondiale all’interno del quale, fra le grandi potenze, l’Italia riesce a brillare per i ritardi e le inefficienze.

Orbene, in poche settimane e per mezzo della straordinaria operazione politica che si è rivelata essere l’elezione del Capo dello Stato, quel progetto non solo si è realizzato per davvero, ma pare l’unico in grado di occupare con prospettive incoraggianti la scena. Il partito di Alfano è ricondotto dentro l’ovile, il leader di Forza Italia è una scheggia impazzita e in balia dei singulti della minoranza interna. Quel che resta della sinistra è marginale e la minoranza interna al Pd è rimasta a corto di argomenti. Il Partito unico della Nazione avanza con la sua sofisticata leggerezza che ha nel Grande timoniere l’espressione più forte, riuscendo nel contempo a insinuarsi con la flessuosa eleganza delle sue ancelle in ogni anfratto della vita politica nazionale così tanto da inglobare, senza colpo ferire, anche quel poco che resta del partito di Mario Monti.

La pattuglia toscana, con dentro un ministro, ha guidato il salto da Scelta Civica al Pd chiarendo immediatamente che questo non sarebbe stato possibile mai se il segretario fosse, o diventasse, uno dei tanti ex Pci che restano sullo sfondo a rodersi il fegato per come vanno le cose. D’Alema per primo, il quale andando a offrire la candidatura di Amato al posto di Mattarella nientepopodimeno che a Silvio Berlusconi ha bruciato definitivamente ciò che s’era conservato della sua leadership. Lo stesso vale per Bersani, ridotto all’evanescenza dopo la rivolta dei 101 che dovevano collaborare a eleggere Romano Prodi e che invece lo sfregiarono, forse definitivamente. E dietro tutti gli altri, che blaterano di partito di sinistra pur avendo gestito per decenni e senza aver mai avviato alcunché di sinistra, se non le risse, in un Paese che è, e rimane, purtroppo, rigorosamente democristiano. Perché cos’è in fondo Matteo Renzi se non questo, un democristiano? Il suo Partito della Nazione è una nuova Dc vagamente di sinistra, certo non imparentata con la Cgil, e meno male, senza i rituali parolai ceduti, senza rimpianti, a Sel.

La destra si sbriciola, il centro emigra verso il Pd immaginando gli effetti della nuova legge elettorale che premia i partiti e non le coalizioni. Chi sta nel partito più grosso, vince di più. È una meraviglia. Tuttavia, in questa sorta di ritorno alle origini della politica italiana manca almeno un pezzo del sistema. Ed è l’opposizione. Annichilito Berlusconi, circondato da sterili corifei, più frusti e anziani (non biologicamente) di lui, l’opposizione parlamentare ha cessato di esistere. La pattuglia dei dissidenti grillini in libera uscita ha fiaccato le speranze e la capacità della rivoluzione permanente teorizzata da Beppe Grillo e ormai il M5S è ridotto a comparsa, spesso intelligente e utilissima nelle Commissioni parlamentari, priva tuttavia di quella spinta propulsiva che l’opinione pubblica aveva apprezzato alle origini.

Imbarcando così tanti parlamentari il presidente del Consiglio e segretario del Pd segna una nuova vittoria, nella quale è insita una debolezza che presto pagheremo. Governare da solo, senza un competitor realmente interessato all’alternanza parlamentare, equivale a riproporre quel patto mortifero che fu alla base dell’alleanza Dc-Psi. I due partiti resero organico il sistema di corruttela che ancor oggi permea il Paese, acquietò con gli affari larga parte della supposta opposizione comunista e ci portò sull’orlo dell’implosione, come ben testimoniano i duemila miliardi di debito pubblico. A Matteo Renzi non accadrà, dice lui, ma il rischio è altissimo.

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