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Strage Rapido 904:Messina,servì ordine della commissione capimafia

Un'immagine della strage del 904
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Un'immagine della strage del 904

Il collaboratore di giustizia: "In quella di Palermo il capo era Riina, ma non so se dette ordine. Fu una dimostrazione forza della mafia"

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FIRENZE.  Poteva Pippo Calò fare la strage del treno rapido 904 senza chiedere il permesso al suo capo Totò Riina? "Nessuno poteva ordinare un omicidio o una strage senza l'ordine della commissione" provinciale, "ci sono regole precise e il mandamento deve valutare se uno deve morire oppure no. Per una strage così serve l'ordine della commissione". Lo ha detto Leonardo Messina, collaboratore di giustizia, rispondendo in aula al processo di Firenze sulla strage di Natale del 23 dicembre 1984 che causò 16 morti e 267 feriti tra i passeggeri. Unico imputato il boss Salvatore Riina, mentre Calò è già stato condannato all'ergastolo. Messina, presente in aula-bunker, ha aggiunto: "Non ho detto, nè so se Riina ha ordinato la strage del treno. Ma la commissione che decide stragi è di questo livello". Rispondendo ad altre domande sulla guerra di mafia degli anni '80 dove prevalsero i Corleonesi, Messina aveva detto in precedenza che "nel 1984 la commissione di Palermo era governata da Michele Greco, ma loro (gli altri mafiosi, ndr) dicevano che il capo era Totò Riina".

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"La finalità" della strage del treno Rapido 904 nel 1984 "era un segnale che Cosa Nostra voleva dare agli amici politici, e un segnale che voleva dare all'interno dell'organizzazione perché loro non avevano più l'egemonia, la stavano perdendo". Lo ha detto il pentito di mafia Leonardo Messina al processo di Firenze sulla strage del rapido 904 in cui è imputato Salvatore Riina. "Quindi fare questa strage era una dimostrazione di forza?", gli ha chiesto il presidente della corte d'assise. "Sì - ha risposto Messina - fu una dimostrazione di forza".

Messina, Cosa nostra dietro Falange Armata. "Mi è stato riferito che il treno 904 fu fatto saltare da Falange Armata" e "ho sempre saputo che la Falange Armata rivendicava gli attentati, ma che era Cosa Nostra che li faceva", "dietro la Falange Armata c'era Cosa Nostra". Così, il collaboratore di giustizia Leonardo Messina, martedì 27 gennaio ha risposto alle domande al processo di Firenze sulla strage del treno Rapido 904 del 23 dicembre 1984. Quando gli stato chiesto se la Falange Armata esiste, ha risposto: "Loro (gli altri boss mafiosi, ndr) mi hanno detto che era espressione di Cosa Nostra".

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Messina, in ogni loggia massonica 2 mafiosi. "Cosa Nostra all'interno di ogni loggia massonica deve avere due uomini di onore. Ci sono province impregnate di questa cosa, come Trapani. Bontade per esempio era sia uomo d'onore, sia massone. Dicevano che anche Madonia era massone. Nella massoneria c'è un potere alternativo al nostro, dove si racchiude il vero potere, politica, economia, magistrati, onorevoli". Lo ha spiegato il collaboratore di giustizia Leonardo Messina, parlando dei rapporti esterni alla mafia, interrogato dal pubblico ministero al processo di Firenze sulla strage del treno Rapido 904 il 23 dicembre 1984. Messina ha anche distinto i ruoli di mafia e massoneria: "La massoneria è un'amministrazione del potere differente, intelligente: un dottore non va a sparare per strada, un avvocato, un magistrato, non lo fanno", mentre il nostro, di mafiosi, " il vero potere, il potere della paura, la gente ci rispettava. In Sicilia specie negli anni '70 non c'era quasi controllo (dello Stato, ndr) e la gente ci temeva".

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Sempre Messina ha detto che i rapporti della mafia con la massoneria in Sicilia servivano ad "aggiustare i processi". Alla richiesta di raccontare un fatto specifico, Messina ha detto che "nel mio caso, per un mio processo, mi sono rivolto a un massone che ha parlato con il giudice e si rivolto anche a un giudice popolare, qualcuno andato a parlare con loro. Sono stato assolto". "Ma lei era colpevole?", gli è stato chiesto dal pm. "Sì. Ma loro non avevano le prove".


"Mi sono convinto che la mafia aveva a che fare con la strage del treno" rapido 904 "quando alcuni anni più tardi i mafiosi decisero di mettere una bomba in un'auto a Roma per tentare di uccidere un centinaio di poliziotti" allo stadio Olimpico. "La mafia era diventata di Totò Riina, con lui i Corleonesi persero la ragione umana. Nel 1984 il comando della mafia era di Riina e dei Corleonesi". Così il pentito Gaspare Mutolo, anche riferendosi al fallito attentato allo stadio Olimpico del 1993, nella sua deposizione come testimone all'aula bunker di Firenze al processo in corte d'assise sulla strage del Rapido 904 dove l'unico imputato è Totò Riina mentre Pippo Calò ha già una condanna all'ergastolo.
   Mutolo ha precisato che le sue sono deduzioni. "Prima ero convinto che la mafia mai avrebbe fatto un attentato su un treno, ci potevano essere donne e bambini che la 'vecchia' mafia non toccava. Ma dopo le stragi del 1992-93 mi sono convinto del fatto che anche la strage del 1984 era stata voluta da Riina.
Gli altri seguivano i suoi ordini perché avevano paura, prima o poi faceva uccidere chi lo contraddiceva. Riina aveva deciso di portare la guerra contro lo Stato e contro le antiche regole di Cosa nostra, anche per questo decisi, parlando col giudice Vigna, di collaborare con la giustizia".

"Ci sono sempre stati rapporti tra noi della mafia e uomini dello Stato", "per esempio mi ricordo che negli anni '80 ci fu il caso delle 23 mitragliette rubate alla questura di Varese. Venne da me, ed ero in un paesino, una donna, che noi sapevamo dei servizi segreti, a trattare per lo Stato. Ci venne detto che rivolevano queste armi, erano gli anni del terrorismo". Lo ha raccontato il collaboratore di giustizia, il mafioso Leonardo Messina al processo di Firenze sulla strage del Rapido 904 quando gli è stato chiesto dei possibili contatti tra mafia e apparati dello Stato.
   Il furto di mitragliette e anche di sei pistole dall'armeria della questura, in effetti, ci fu nel 1987, poi le indagini stabilirono che le armi dovevano andare alla malavita siciliana.
Le mitragliette furono recuperate in Lombardia e un processo condannò sei persone, fra cui un agente della questura lombarda.
   "La mafia - ha spiegato il pentito Messina - all'epoca  è come se avesse detto: 'Okay, Stato, vi stanno attaccando i terroristi. Se volete un aiuto, gli dicevamo, la mafia è un'organizzazione...'". "Inoltre dentro la mafia non potevano esserci i comunisti, eravamo anticomunisti", ha anche detto Messina, "il terrorismo da noi in Sicilia non poteva esserci ma nel resto d'Italia preoccupava".
   Sollecitato dalle parti, sempre riguardo all'episodio sulla presenza in Lombardia di famiglie mafiose, Messina ha detto che "una si trasferì a Busto Arsizio quando scoppiò la guerra tra famiglie a Gela (Caltanissetta). Per non stare a farsi ammazzare, si spostarono al Nord".

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