Il Tirreno

Toscana

IL COMMENTO

Se ogni lite finisce in tribunale

di Antonio Valentini

Negli Usa si patteggita quasi sempre perché in caso di colpevolezza arriva la stangata

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Quanto a efficienza del sistema giudiziario, l'Italia resta confinata nelle zone basse della graduatoria europea, vale a dire al 35° posto su 42 Paesi monitorati. È un dato elaborato dall'ufficio statistico del Ministero della Giustizia e inquadra la situazione a metà dello scorso anno. Nulla induce a pensare che, nel frattempo, il nostro Paese abbia scalato qualche posizione.

Eppure il rapporto del "Cepej", la "Commission européenne pour l'efficacité de la justice" stabilisce che i giudici italiani, nella misura di 14,8 ogni centomila abitanti, lavorano il doppio dei francesi e il quadruplo dei tedeschi, stando a un complesso calcolo tra cause ricevute e definite. Un'anomalia su cui è tutto un fiorire di interpretazioni, caratterizzate dall'assenza di un denominatore comune e condite da accuse reciproche tra i diversi attori. Buona parte della magistratura, ad esempio, individua nella crescita esponenziale del numero degli avvocati una tra le cause primarie dell'intasamento dei tribunali; nell'avvocatura si tende a ribaltare l'accusa e anzi si punta il dito sulla presunta lentezza con cui i giudici lavorano. Nel mezzo, è ovvio, ci stanno i cittadini, sempre più attoniti di fronte a una disputa di cui non capiscono l'origine né gli sbocchi.
In realtà la risposta può venire solo dalla buona politica, nella consapevolezza di quanto scontato sia questo refrain.

L'eccesso della domanda di giustizia non si contrasta aumentando proporzionalmente l'offerta, ma agendo sulla prima attraverso un'azione combinata. Negli ultimi quarant'anni i magistrati sono quasi raddoppiati, ma il carico è pressoché triplicato: si litiga su tutto e ogni litigio finisce davanti al giudice, anche quando potrebbe essere risolto per altre strade. Colpa del parlamento, che in mezzo secolo ha affastellato leggi su leggi, sommato nuove fattispecie a fattispecie già esistenti, badando però a depenalizzare il minimo sindacale. Per restare in ambito penale, la base di partenza non può che essere rappresentata da una robusta sforbiciata al codice, lasciando che siano le sanzioni amministrative a punire i comportamenti illeciti.

È certo, però, che non basta: vanno ridotti i processi. Come? Disincentivando, per esempio, chi sa di essere colpevole a voler dimostrare per forza la propria innocenza. Vien da sé che l'istituto del patteggiamento merita una revisione, poiché in primo luogo andrebbe esteso a reati di portata maggiore rispetto a quelli attualmente contemplati; in secondo luogo perché se i vantaggi sono di poco inferiori a quelli ottenibili attraverso il dibattimento, ognuno si giocherà fino in fondo ogni chance in suo possesso pur di uscire pulito dal procedimento giudiziario.

[[atex:gelocal:il-tirreno:regione:toscana:1.10734573:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/toscana/2015/01/25/news/tribunali-lenti-come-lumache-1.10734573]]Negli Stati Uniti si patteggia quasi sempre, per la semplice ragione che se viene riconosciuto colpevole dopo essersi professato innocente, l’imputato va incontro a una stangata memorabile. Le garanzie, in Italia, disegnano invece uno scenario diverso: si può patteggiare senza dichiararsi colpevoli e poi presentare ricorso in Cassazione, con il risultato che, visto l'arretrato da smaltire, la prescrizione costituisce una tangibile via d'uscita.


In questo quadro anche le cause in appello sono un tema caldo. In alcuni Paesi, in Francia ad esempio come ha ricordato il magistrato Davigo, chi perde il ricorso sconta una pena più alta. Da noi no, poiché i padri costituenti scelsero un sistema di garanzie a spettro più ampio: chiunque è innocente fino a condanna definitiva. Altrove, più semplicemente, si è innocenti fino a condanna, come stabilisce la Convenzione europea dei diritti dell'uomo. Il garantismo ha un prezzo che l'Italia, vittima dei suoi problemi, paga con la scarsa efficienza del sistema giudiziario.
 

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