La manifestazione
Ti rubano l'oro, ma il vero furto è quello della speranza e della sicurezza
A Rosignano i ladri non si sono fermati neppure davanti ai 400 euro raccolti da una mamma per la ricerca sulla malattia rara che affligge il figlio. A Montecatini: "Dopo sei colpi in due anni mi hanno portato via la fiducia"
Fra gli abiti scaraventati per terra, l’immagine di Padre Pio non perde serenità. Il santino spicca in mezzo agli oggetti rovesciati: un maglione nero sgualcito, i jeans, una felpa. I colori si sovrappongono nella casa di Barbara Rossi, a Rosignano. Verde, viola, grigi. I cassettoni rovesciati. Eppure dal pavimento, lo sguardo di padre Pio si mantiene compassionevole. Pietà per quei ladri che sono entrati in questa casa e hanno osato rubare più del denaro, più dell’oro, sembra dire il santo recente. Hanno rubato la speranza. Hanno portato via i soldi raccolti per la ricerca sulla sclerosi tuberosa, la malattia genetica del figlio di Barbara.
Rubati i soldi della ricerca: furto di speranza
Non un grande bottino, alla fine: quattrocento euro. Eppure un grande danno. E uno spregio. Nel cassettone dove Barbara teneva il “tesoretto”, i ladri hanno lasciato tutti i sacchettini squarciati, ma nemmeno un soldo. Anche se hanno visto di che cosa si trattava: insieme al denaro, le matrici della lotteria servita a racimolare i fondi per la ricerca. Tutto rimasto al suo posto, meno che gli euro. Se non ti fermi davanti a questo, è naturale che per cercare altro – gioielli, cassaforte, orologi – sei pronto a mettere a soqquadro una casa. A infilare le mani nell’intimità delle persone: nella biancheria, negli abiti, nei cassetti. Spalancare armadi, aprire album delle foto, qualunque violenza non provochi rumore. Sei pronto, come in casa di Barbara Rossi, perfino ad aprire il portafoglio di una ragazzina di 13 anni, per portarle vie i pochi spiccioli messi da parte con le mancette.
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Mobili spostati, scatole da scarpe aperte
La scena, tutto sommato, è simile quasi in tutte le case sempre più di frequente prese di mira dai ladri. Cambia la forma dell’armadio o del cassetto. Il valore degli abiti frugati. Ma la confusione è la stessa: le borse aperte, le scatole da scarpe scoperchiate, scrigni e contenitori rovesciati, di solito sul letto, per attutire i suoni. Il copriletto giallo a righe, nella casa di Ghezzano, in provincia di Pisa, è spiegazzato e colmo di oggetti di nessun interesse per i ladri. Sono stati buttati alla rinfusa, probabilmente da un complice, mentre l’altro spostava i mobili, compreso il comodino con la lampada a fiore a fianco al letto. “Il primo dettaglio che ho notato, quando sono entrata in casa il giorno del furto – ricostruisce Barbara Rossi – sono stati i vestiti buttati fuori dall’armadio e dai cassetti. I ladri non hanno avuto rispetto di nulla, hanno devastato anche le camere dei bambini. Quando ho realizzato che cosa era appena successo, la mia mente è subito andata alla raccolta di fondi per la ricerca. Avevo messo i soldi in un comò: ogni sacchettino aveva il proprio blocchetto della lotteria, con le matrici dei biglietti staccati. Hanno tagliato i sacchetti e portato via i soldi”. Questo è quello che ha lasciato Barbara Rossi più sgomenta. Più del furto in se. “Era impossibile non capire che si trattava di soldi raccolti per una causa importante. Per la ricerca, per provare a curare una malattia genetica rara. Non si sono fermati neppure davanti a quello. Capisco prendere l’oro, anche se noi ne avevamo pochissimo: qualche regalo della comunione, soprattutto dei bambini, perché non siamo una famiglia ricca. Anzi. Lavoriamo sia io che mio marito, ma andare avanti non è affatto facile. Infatti mai ci saremmo immaginati che venissero a rubare a casa nostra. Nella nostra mente, infatti, i furti si fanno nelle ville, non in appartamenti modesti come il nostro”. Dove spesso si lasciano – anzi lasciavano – le persiane aperte e appena si chiudeva la porta a chiave quando si andava a fare la spesa.
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Ora si ruba anche in casa della miseria
“Proprio così. Da noi sono entrati un pomeriggio di novembre, fra le 18 e le 21, approfittando del momento in cui siamo usciti per andare a fare la spesa. I ladri che sono entrati a rubare in casa della miseria, mi viene detto. Il problema è che non ci hanno portato via solo l’oro o i soldi. Quelli della ricerca, fra l’altro, li ho recuperati tutti e anche qualche cosa di più perché, dopo aver denunciato l’accaduto su Facebook e anche sul Tirreno, una prima volta, la comunità mi si è stretta intorno e ha risposto con generosità al mio appello. Il problema è che i ladri ci hanno portato via la libertà. La libertà di uscire sereni, di fidarci, di lasciare le persiane aperte quando esci solo per fare la spesa, di lasciare in casa la nostra figlia più grande che in estate la mattina era disponibile anche a badare al fratellino. Ora ha paura, noi stessi abbiamo paura a lasciarli soli. E così, quando la scuola sarà finita, ci dovremo anche porre il problema di come organizzarci con i figli, in particolare con il piccolo perché non tutti i centri estivi si fanno carico di bambini portatori di handicap”.
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Sei furti in due anni: così nasce la paura
Eccola qui, allora, la vera devastazione. Quella che non si vede fra le sedie ribaltate, gli abiti spiegazzati, le librerie rovesciate. Barbara Rossi la descrive come “l’invasione della quotidianità”. Mauro Mazzoni, che ha 84 anni, ne parla in termini più semplici: la definisce paura. Forse perché non gli è capitato solo di subire cinque o sei furti in meno di due anni al bar Stadio a Montecatini. Il fatto è che è stato vittima, insieme alla moglie, anche di una rapina a mano armata con sequestro di persona. In casa propria: legato, derubato. Con il terrore di non sopravvivere. O di vedere la moglie, ostaggio dei banditi, non sopravvivere a un eventuale pestaggio. O a eventuali minacce, soprattutto dopo il recente intervento al cuore. “Al di là del danno materiale – commenta Mazzoni – quello che ti resta dentro è un senso indelebile di insicurezza. La prima volta che sono entrati al bar, sono passati da una finestra e hanno spaccato tutte le slot machine che abbiamo. Mi ricordo i vetri rotti, le macchine devastate. L’ultimo furto, di pochi giorni fa, invece, si è risolto con danni minori: hanno tentato di spaccare, ma l’allarme è scattato subito e in cinque minuti eravamo tutti qui, noi proprietari e le forze dell’ordine”. Il furto, quindi, è stato sventato “e anche i nostri danni stavolta sono stati contenuti. Non certo come quando ci hanno spaccato le slot machine: allora il conto si aggirò fra i 30-40mila euro. Ma il problema, alla fine, non è mai la devastazione del locale, lo sgomento che ti prende quando vedi tutto rovesciato o rotto. Bene o male, noi siamo assicurati e, in generale, le assicurazioni ci risarciscono in parte”.
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Risarciti, ma mai rassicurati
Il vero problema – insiste Mazzoni – è che nessuno “ci può più restituire il senso di sicurezza di cui siamo stati privati. Ogni volta che io e mia moglie torniamo a casa e infiliamo la chiave nella toppa, abbiamo l’angoscia di essere aggrediti. Di ripetere l’esperienza del sequestro e della rapina. In questo non ci aiuta il fatto che quasi mai i colpevoli vengono arrestati. E’ come per il bar. Una volta, i colpevoli di questi colpi, di solito concentrati fra le tre e le quattro del mattino, sono stati presi. E noi siamo andati la mattina a testimoniare al processo per direttissima. Il giorno dopo la condanna, gli stessi ladri erano già fuori, nonostante avessero precedenti. Allora se lo Stato non ci difende, chi ci deve proteggere?”. E questa, probabilmente, è la stessa domanda che si pone anche il comitato nato nel grossetano da un gruppo di cittadini presi di mira dai ladri più volte nel giro di poco tempo. Ma il fatto di essere in molti nelle stesse condizioni non rappresenta una consolazione. “Anzi – conclude Mazzoni – ci fa sentire sempre più abbandonati”.
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