Sicurezza
1975: esce "Amici miei". Monicelli sdogana la comicità toscana
Prima si rideva solo in napoletano e in romanesco. Poi via libera a Benigni e Nuti, Pieraccioni e Panariello
Come se fosse Antani, Mario. Come se fosse Antani. Così un amico salutò Mario Monicelli, suicida dalla sua stanza di ospedale a Roma. Era il 29 novembre di 5 anni fa. Antani, la supercazzola prematurata, Cippa Lippa, tapioca. Quanto ricco di tormentoni, di nonsense, addirittura un grammelot è stato Amici Miei. Era il 1975, quando uscì. Giusto 40 anni fa. Un film celebre, rifatto e ripetuto, strascicato in mille sequel. Figlio non degenere di anni terribili, in pieno terrorismo (Moro verrà rapito e ucciso nel 1978). Ma che ha un merito intrinseco. Avere sdoganato la comicità toscana, reso comico quello che è non è, neppure un dialetto. Lanciato decine di comici, magari non tutti meritevoli.
La storia è nota. Il film era stato concepito da Pietro Germi, autore di Divorzio all'italiana, che già malato, morì prima di dirigere una sola scena del film. Monicelli, con la consueta umiltà, non disdegnò di prendere in mano il progetto di altri, ma cambiò la scena e anche il senso del film. Non più Bologna, ma Firenze. E così il Perozzi ed il Necchi, il conte Mascetti e Sassaroli (primario a Pescia…) parleranno fiorentino. Che non era così scontato che facesse ridere. Lo diciamo oggi dopo Benigni e Nuti, Panariello e Pieraccioni. Ma allora? «Nei film comici andava solo il romano ed il siciliano, un po' il veneto e naturalmente il napoletano» ricordava con una punta di orgoglio lo stesso regista. Monicelli era nato a Roma (il 15 maggio di 100 anni fa) e non era un mistero per nessuno: c'era scritto sul suo passaporto. Ma ha sempre dichiarato di essere made in Viareggio dove era cresciuto e aveva girato i suoi primi filmini. Sul mare di Viareggio sono state disperse le sue ceneri, a suggello di un rapporto mai perduto. Ha voluto essere viareggino, ma non aveva mai girato una pellicola in Versilia. Eppure un film tutto suo e viareggino esiste. È "Frenesia dell'estate", anno 1963. Monicelli firma la sceneggiatura, poi lo gira a Luigi Zampa (quello del Vigile e del Medico della mutua). Il cast è d'eccezione. Gassman, la Milo, Amedeo Nazzari, Michele Morgan. E ancora Philippe Leroy e Mario Scaccia.
Amici Miei, compreso il sequel firmato ancora da Monicelli spazia per la Toscana. Dal finto ospedale di Pescia a Gavinana dove la povera famiglia del conte Lello Mascetti è deportata, mentre Tognazzi se la spassa con la splendida Silvia Dionisio. A Montecatini, meglio al grand hotel La Pace Tognazzi mette in atto il famoso scherzo del «rigatino» . E ancora c'è la scena della Torre di Pisa da salvare. Philippe Noiret, il Perozzi capocronista della Nazione, è doppiato da Renzo Montagnani, fiorentino doc. L'attore francese nella sua autobiografia ricorda l'incontro con Monicelli. «Era coltissimo. Mi sorprese recitando in francese a memoria interi brani di Corneille e Racine». Da non dimenticare che nel film c'è anche Bernard Blier, grande attore francese. Non a caso il film (Mes amis) ebbe grande successo in Francia. Altri tempi. Monicelli ha 59 anni e scopre sul set fiorentino l'ultimo grande amore della sua vita. E' Chiara Rapaccini, una studentessa di 19 anni che fa la comparsa nel film. Nasce questo grande amore, nonostante i 40 anni di differenza.
Il toscano finalmente fa ridere. Intanto cambia il mondo del cinema. Amici miei chiude una fase della commedia all'italiana e manda in pensione i colonnelli della risata. Gassman e Sordi, Manfredi e Tognazzi vivono il declino del genere. Escono fuori i cosiddetti nuovi comici (da Troisi a Verdone, da Michetti a Beppe Grillo) e fra questi tanti toscani. Nel 1976 Roberto Benigni porta in scena il monologo "Mario Cioni di Gaspare fu Isolina". L'anno dopo sul "Cioni" gira un film che farà epoca, fra parolacce e censure: Berlinguer ti voglio bene. È la Toscana diversa di Amici Miei. Là quattro vitelloni invecchiati e spaventati dalla morte, Qui i comunisti che aspettavano il via dal segretario del Pci per praticare la rivoluzione. Amici Miei è girato a Firenze nei suoi luoghi più belli. Berlinguer nella più tetra periferia pratese, dalla parte di Pratilia e delle case del popolo. I vitelloni di Monicelli esorcizzano la morte con gli scherzi. I vitelloni girati da Giuseppe Bertolucci esorcizzano la mancanza di donne con l'autoerotismo (Mario! Tira tira seghe, e tu diventi cieco! Gli urla il prete).
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Roberto Benigni diventerà un personaggio mondiale ma già Tu mi turbi (1983) e Non ci resta che piangere (1984) sono campioni d'incasso. Benigni non ama la commedia all'italiana, ma il de profundis glielo dà proprio Monicelli col «Borghese piccolo piccolo». È un'altra comicità che arriva sugli schermi. Alla ribalta arrivano film come Madonna che silenzio c'è stasera, Ad Ovest di Paperino, coi Giancattivi. Ci sono Alessandro Benvenuti, Athina Cenci, Francesco Nuti. Che diventerà l'alter ego di Benigni, l'attore che non vuole mai crescere. Fra belle donne, partecipazioni a Sanremo, canzoni sboccate (C'hai le puppe a pera) e alcool. Nuti è bello, piace. Ha sempre belle donne al suo fianco; nella vita e al cinema. Da Giuliana De Sio a Sabina Guzzanti.
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Tante donne anche per Leonardo Pieraccioni. Che esordisce coi Laureati (1995). È un filmino che occhieggia a Amici Miei (lo scherzo della cena non pagata al ristorante) e lancia un attore come Rocco Papaleo. Qualche scena è girata a Viareggio con la bellona di turno, in questo caso Maria Grazia Cucinotta. Clamoroso, l'anno dopo, il successo del Ciclone, girato nella campagna toscana. C'è Lorena Forteza e una serie di caratteristi già onnipresenti nei film toscani come Massimo Ceccherini. C'è anche Monicelli, ma solo in voce. Nume tutelare del giovane Pieraccioni che farà litigare anche i suoi produttori. Il film è firmato Vittorio Cecchi Gori ma tanti scrivono che il talento di Pieraccioni è scoperto dalla moglie. Rita Rusic.
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Nel 1999 arriverà l'ultimo toscano. Forse il meno dotato di talenti ma quello che più si è impegnato per arraffare il successo, dopo una vita difficile. E' Giorgio Panariello che nel 1999 gira in Versilia Bagnomaria. Lancia la Bombolania (Manuela Arcuri) ma anche sdogana Ugo Pagliai, grande attore pistoiese in un ruolo parodistico. Gli autori del film sono Leo Benvenuti e Piero De Bernardi, entrambi fiorentini, entrambi firmarono la sceneggiatura di Amici Miei.
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Se Monicelli ha un erede è Paolo Virzì, Nel 1994 il regista livornese gira la Bella Vita. E' la storia di un triangolo sentimentale nella Piombino che vede chiudere le acciaierie. C'è Claudio Bigagli (operaio), la Ferilli (operaia), Massimo Ghini (che fa Jerry Fumo, imbonitore tv). Ricorda in qualche modo Romanzo Popolare sempre di Monicelli con Tognazzi e la Muti. Virzì vincerà nel 1997 un Leone d'oro a Venezia con Ovosodo, popolare quartiere livornese, poi tornerà più volte in Toscana. A differenza di Monicelli girerà nel suo paese anche la «Prima cosa bella» per fare i conti, definitivamente, con la sua Livorno. Regalando a Micaela Ramazzotti un ruolo indimenticabile e a Valerio Mastandea un accento labronico impeccabile. E imbarcando Marco Messeri, toscano di più nobili frequentazioni (Moretti in primis). Virzi, come del resto Monicelli, non ha mai insistito sulla toscanità. E allora quarant'anni dopo cosa è rimasto? Forse Paolo Ruffini. E il suo «Bella topa» a Sofia Loren ha chiuso 40 anni di parolacce, trombate e «c» aspirate. Forse dovremmo tornare a Monicelli. Ripensare la commedia (e la Toscana nel cinema). E aspettando il film dei Taviani su Boccaccio e il Decamerone, ribadire «come se fosse Antani, Mario».
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