Il Tirreno

Toscana

L'editoriale / Province, lavoratori (quasi) tutti uguali

Uno striscione di protesta nella sede della Provincia di Prato
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Uno striscione di protesta nella sede della Provincia di Prato

I dipendenti saranno ricollocati in altre amministrazioni pubbliche o avviati al pensionamento, a differenze delle migliaia di altri toscani che tremano per le crisi delle loro aziende e non hanno speranza di veder rappresentate le loro ragioni. Aboliamo le province, salviamo i lavoratori

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Col rispetto che si deve a ogni cittadino che teme di perdere il posto di lavoro, va pur detto che la situazione nella quale si trovano i dipendenti delle Province italiane non assomiglia a quella delle centinaia di crisi aziendali, piccole e grandi, che funestano le giornate di migliaia di toscani. Diverso è, soprattutto, il potere di catturare l’attenzione mediatica, superiore è l’impatto che essi hanno nei confronti di una classe politica timida e opportunista, maggiore è la possibilità di imporre le loro ragioni, tutte legittime, muovendosi con un così ampio coordinamento a livello nazionale. Provo a dire perché reputo differente anche il grado di pericolo di perdere posizione lavorativa e stipendio che questi lavoratori corrono. La principale è che non si sono mai visti nel nostro disgraziato Paese così tanti dipendenti pubblici messi alla porta tutti assieme. È assai complicato licenziare i pochi scoperti a rubare, è più che impossibile che accada con quelli onesti, che sono molti di più. Anche se venissero classificati come esuberi. I dipendenti delle Province saranno ricollocati in altre amministrazioni pubbliche o saranno avviati al pensionamento, nella maggior parte dei casi senza rimetterci un euro. Reputo di difficile realizzazione, come viene annunciato dalle organizzazioni sindacali, che a centinaia vengano lasciati a casa, da un giorno all’altro. Il Governo lo ha ribadito anche nella legge di stabilità. La forza sindacale del pubblico impiego è ancora sufficientemente solida da consentire di gestire il passaggio senza traumi. Dunque, e posso sbagliarmi, il problema dei licenziamenti collettivi è solo uno spauracchio agitato davanti all’opinione pubblica nella speranza di catturare l’attenzione.

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L’opinione pubblica, però, è già sfibrata dall’ecatombe di posti che si perdono nei negozi, nelle officine, negli stabilimenti. Temo che sia pertanto meno sensibile rispetto al passato davanti ai guai di un gruppo di lavoratori che non hanno sempre eccelso, per produttività ed efficienza, rispetto a quelli del privato. Non è colpa loro, naturalmente. È responsabilità dei loro dirigenti, sovente assai vicini alla politica, e soprattutto dei presidenti, assessori e consiglieri provinciali noti per essere parcheggiati nell’ente intermedio o perché già usurati da precedenti esperienze amministrative o perchè in attesa di cimentarsi in altre. Cattiva politica ha generato dirigenza non eccelsa, che ha perpetuato pessime abitudini dentro enti costituiti con molte buone ragioni e che hanno finito per diventare uno stipendificio. Le recenti baruffe sui lavori lungo il Carrione, a Carrara, ne offrono testimonianza vividissima. Nè mi pare sufficiente a salvare il tutto l’eccellente opera svolta dalla Provincia di Lucca dopo la strage di Viareggio o dopo lo straripamento del Serchio.

[[atex:gelocal:il-tirreno:regione:toscana:1.10495987:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/toscana/2014/12/14/news/province-in-toscana-quasi-2300-i-dipendenti-da-ricollocare-1.10495987]]Il tema dal quale i dipendenti delle Province si chiamano fuori, così a me pare, è il seguente: le Province servono ancora? No, non servono. Possono aver avuto una stagione felice, di cerniera fra Comuni e Regioni, quando le Regioni non erano ancora ben strutturate. Oggi hanno esaurito il compito. Creano livelli di spesa inutili, doppioni nelle competenze, conflitti continui con i livelli sottostanti e sovrastanti. Non è facile da accettare, specie per chi ci lavora con passione, un giudizio così netto. I fatti, pur con tante sfumature, dicono questo. Il giudizio sulle Province non ha nulla a che fare, lo ribadisco, con l’onesto lavoro svolto sin qui nè con il diritto dei dipendenti a non vedersi cancellati da un momento all’altro. Temono di restare disoccupati, fanno bene a segnalare il loro disagio. Ma l’ente nel quale sono impiegati è stato messo, finalmente, su un binario morto. Regioni e Comuni non dovrebbero prestare il fianco a equivoci, tentando di scaricare le colpe sullo Stato poichè essi stessi la pensano così. Ieri il governatore toscano ha ricevuto una delegazione di manifestanti, ha detto che nessuno deve rimanere a spasso e, intelligentemente, non ha dato a intendere che per le Province c’è un futuro. Ha, invece, rammentato tutte le funzioni che potranno essere attribuite ai dipendenti ridistribuiti sugli altri enti locali.

La riforma Delrio è pasticciata, come del resto quella del Senato. In Italia, aspettando la migliore delle riforme si è sempre finito col non farne nessuna. E oggi i conti del Paese sono a un tale livello di sofferenza che indugiare oltre non è possibile. Mi accontento di quel poco che passa il convento. Svuotare le Province è possibile, è il primo passo. La conferenza dei sindaci che prende il posto del consiglio provinciale avrà difficoltà a partire, come s’è capito. L’attuazione del provvedimento del Governo è complicata, il meccanismo astruso. È vero, verissimo. Un processo di semplificazione della ridondante burocrazia nazionale è, tuttavia, necessario. Col tempo le Province hanno fatto di tutto: società pubbliche che hanno generato debito, speculazioni immobiliari, promozione turistica inutile e concorrente con altri enti. Sovente si sono dimenticate di investire con attenzione nelle due o tre cose delle quali dovevano occuparsi: scuole, trasporti, viabilità. Non mi pare che gli istituti superiori siano ovunque delle bomboniere, mentre mi sono note le divagazioni amministrative delle giunte provinciali in fatto di consulenze, studi, convegni, assunzioni di staff per l’onnipresente comunicazione istituzionale.
Salviamo i lavoratori delle Province, spieghiamo loro che le Province sono finite, ricordiamoci di tutti coloro che stanno fuori dai palazzi provinciali e che il lavoro lo perdono davvero e non possono andare a dormire dentro l’aula consiliare per catturare un titolo in prima pagina.

@omarmonestier
 

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