Sicurezza
Con i prof in stazione per fermare i bulli dei treni, ma non è servito
Fiumara, direttore centrale sicurezza di Ferrovie Italiane: "La sicurezza non può essere solo un problema dell'azienda. Neppure con polizia e foglio di via dai convogli fermiamo le aggressioni"
ROMA. "Quello che ci compete lo facciamo e lo abbiamo fatto. Corsi anti-aggressioni, controlli. A Pescia siamo anche andati nelle scuole. Abbiamo parlato con i professori e i professori sono venuti in stazione a darci una mano in stazione. A invitare i ragazzi a stare tranquilli". Tutto inutile. Sono continuate le aggressioni sui treni, soprattutto sulla linea Lucca-Firenze, la "più rognosa" in Toscana, secondo Franco Fiumara, direttore centrale Protezione Aziendale FS Italiane.
Non c’è modo di fermare gli assalti. Non si trovano rimedi. Né fogli di via per violenti e portoghesi, né rinforzo della vigilanza. Ieri, la terza aggressione in una settimana: un capotreno ferito per aver controllato il biglietto a un passeggero. "A volte li picchiano anche senza motivo. Di recente uno ha aperto la porta di un bagno e ha preso un cazzotto in piena faccia. Perché? Perché chi aggredisce sa di non dover mai pagare. Ma la sicurezza delle persone non è faccenda delle Ferrovie", sottolinea il manager, da pochi giorni a capo anche di Colpofer, associazione internazionale che riunisce i rappresentanti delle strutture aziendali e delle Autorità di Polizia responsabili della security in ambito ferroviario.
Direttore Fiumara, detta così sembra che la sicurezza non sia un problema delle Ferrovie. Ma chi compra un biglietto, acquista un servizio da voi.
"Quello che voglio dire è che per legge la sicurezza è affidata alle forze di polizia che, sole, hanno il compito di garantire l’incolumità delle persone e di reprimere reati. Inoltre solo le forze di polizia possono sottoporre a fermo, identificare o perquisire i passeggeri. Questa è una potestà che i capitreno non possono esercitare, neppure avendo il fondato sospetto che un viaggiatore fosse armato".
È anche vero, però, che lasciare un convoglio con 5-6 carrozze in mano a un solo capotreno non è la prevenzione più efficace. Non potreste almeno aumentare il personale a bordo?
"A che cosa servirebbe mettere due persone in più o anche quattro? In una situazione di contrasto fisico con centinaia di passeggeri sarebbero destinate a soccombere, comunque: il nostro non è personale che abitualmente fa a botte. E comunque in circostanze difficili non serve neppure mettere la polizia su ogni convoglio. La soluzione non è militarizzare i treni".
Quale sarebbe allora?
"Una pena certa e severa. Quanta gente presa anche per l’aggressione a un capotreno, un’ora dopo è in giro?".
La riforma della giustizia sembra un obiettivo a lunga scadenza. A breve termine non avete altre soluzioni?
"Bisogna intervenire sui passeggeri. Sia su quelli aggressivi che sugli altri. Una capotreno ha soppresso una corsa sulla Lucca-Firenze non solo per essere stata insultata dagli studenti, ma anche per essere stata messa sotto pressione dagli altri passeggeri che l’accusavano di non aver saputo tener testa ai ragazzi. Nessuno, però, le ha dato una mano".
E voi siete impotenti di fronte a un gruppo di studenti bulli?
"Noi siamo andati perfino a scuola. I professori, qualche volta, andando anche oltre il loro compito, sono venuti in stazione a invitarli a stare calmi. Ma sul treno si rifiutano perfino di farsi controllare il biglietto".
Quando non spacciano, fumano canne o molestano.
"Proprio così".
E nessuno li tocca.
"Non è esatto. Non è impotenza delle Ferrovie. A volte fermiamo anche il treno. E chiediamo l’intervento delle forze di polizia che, quando arrivano, intervengono con il personale disponibile. Ma spesso non è sufficiente neppure a identificare tutte le persone che disturbano. Che spesso nel weekend sono quelle che nei giorni feriali vanno a scuola".
Perché non farle scendere dal treno?
"Il nostro personale non ne ha la forza. Spesso neppure la polizia. E in più di un’occasione quando abbiamo deciso di farlo, annullando la corsa o causando ritardi di un’ora gli altri passeggeri si sono lamentati".
I capitreno, però, potrebbero trattenere le persone che molestano o non si fanno controllare il biglietto, almeno fino all’arrivo della polizia.
"In qualche caso l’hanno fatto. Non hanno fatto scendere dal treno gli aggressori. Si sono ritrovati condannati per sequestro di persona".
Una soluzione, allora, non potrebbe essere impedire agli aggressori o molestatori conclamati di salire? Una sorta di foglio di via dal treno?
"Il “Daspo ferroviario” è un’opzione che abbiamo vagliato con il ministero dell’Interno. Sembra che sia incostituzionale perché limiterebbe la libertà di movimento, diritto inalienabile".
Non ci sono soluzioni allora?
"Sì: se aggredisco un capotreno vado in galera. Questo sarebbe un deterrente. L’efficacia della pena sta nella sua immediatezza. Invece, al massimo le persone vengono denunciate e processate dopo anni. Sempre che la polizia riesca a identificarle, a individuare fra quelle identificare le responsabili del reato".
Ma non esiste una convenzione tra Ferrovie e Polfer?
"Certo. In base alle segnalazione dei capitreno, dei passeggeri, dei reati commessi si individuano i treni più a rischio: su questi la polizia ferroviaria decide, in totale autonomia, quanto personale inviare, con quale frequenza. Dopo gli ultimi comitati ristretti sulla sicurezza in Toscana abbiamo esteso l’invito per questo servizio anche a questura e carabinieri, soprattutto sulla linea Lucca-Firenze, ma problemi di personale non sempre consentono di assicurare il servizio".
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