Il Tirreno

Toscana

L'INVASIONE DEI CELLULARI

Chatti in classe? E io ti metto ai lavoretti forzati

Stefano Bartoli
I cellulari ritirati prima della lezione
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I cellulari ritirati prima della lezione

A scuola i cellulari dovrebbero stare spenti ma spesso non è così. I presidi reagiscono con punizioni esemplari

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C’è chi s’inventa la scusa di una zia che sta male e di cui deve avere notizie. C’è chi non riesce a concludere un’interrogazione perché sente “quella” vibrazione e va nel pallone. Oppure chi, pur di restare connesso, si guadagna da svolgere un bel pacchetto di “lavori socialmente utili”. C’è chi copia la versione di latino dal telefonino, ma poi viene scoperto: compito annullato e votaccio accanto al nome sul registro. I cellulari a scuola, soprattutto alle superiori, stanno diventando sempre più un problema. Le normative che li vietano ci sono: la base è la circolare numero 362 del 25 agosto 1998, poi ritoccata dai regolamenti varati dalle singole scuola a partire dal 2011, con l’obbligo di tenere gli apparecchi spenti durante le lezioni e consegnarli nel corso dei compiti in classe e degli esami. Ma anche se la norma è stata adottata i problemi non mancano: il caso dell’insegnante di Livorno aggredita da un papà troppo irascibile perché aveva sequestrato il telefonino alla figlia dopo un selfie a fine lezioni è sintomatico.


Connessi per forza. I prof sono preoccupati. Come sottolinea Cristina Grieco, dirigente scolastico alla guida dell’istituto tecnico economico Vespucci e professionale Colombo di Livorno, quello che sta succedendo nelle classi «fa pensare ad una dipendenza da connessione, sia per Internet, ma soprattutto per rimanere in contatto tra loro. Tra l’altro, la nostra è una scuola 2.0, quindi con connessione wifi per la quale abbiamo sì avuto l’accortezza di filtrare i vari social-network, ma inutilmente perché i ragazzi hanno i loro contratti con navigazione inclusa».

Quella zia fantomatica. E in questo quadro ormai gli episodi di abuso dei telefonini nelle scuole si sprecano, alcuni dei quali decisamente gustosi. Come quelle che ci racconta Rosa Evangelista, docente di matematica al professionale Orlando di Livorno: «Qualche settimana fa un ragazzo stava usando lo smartphone - spiega - e mi ha detto che aveva una zia malata di cui voleva avere notizie. In realtà, “chattava” con una ragazza e, a quel punto, non ho potuto evitare di farglielo chiudere e mettere una nota sul registro. Nella nostra scuola lasciamo il cellulare ai ragazzi purché venga tenuto spento. I ragazzi mentre vengono interrogati stanno in tensione perché, se vengono chiamati, vorrebbero rispondere». Poi, aggiunge, ci sono «quei genitori che non vengono mai se convocati per motivi didattici o problemi disciplinari, ma si precipitano a scuola se, come dice il regolamento, devono riprendere il cellulare sequestrato al figlio».

Se “chatti” ti punisco. All'istituto alberghiero Saffi di Firenze chi viene sorpreso col telefonino in classe è destinato invece ad una punizione esemplare. «Un giorno di lavoretti è educativo - spiega il dirigente Valerio Vagnoli - Ragazzi in punizione? Succede molto spesso, c'è chi per finisce al bar a fare i caffè e ad aiutare gli altri studenti nelle esercitazioni, chi a ripulire i corridoi dalle cartacce, chi a spazzare in giardino. Non è una decisione lasciata al mio arbitrio, io non faccio che ratificare le scelte dei docenti e applicare il regolamento".

Intervalli al telefono. Telefono spento durante le lezioni, sequestrato e restituito ai genitori a fine mattinata. Ma in alcune scuole esiste la possibilità di sfruttare un inedito doppio intervallo per usare lo smartphone. Come spiega Daniela Mancini, dirigente dell’istituto Ferraris Brunelleschi, struttura di Empoli che raccoglie Iti, geometri e professionale: in questa scuola sia alle 10 che alle 12, nel momento in cui ci si riposa dalle lezioni, si può telefonare o navigare. «Non abbiamo mai registrato episodi fuori dai canoni dell’educazione - aggiunge la dirigente - ma in passato c’era più collaborazione dei genitori, anche in questo campo: il telefonino si toglieva e si teneva anche qualche giorno, una cosa che oggi non è neanche ipotizzabile»

Copioni, ma poco furbi. Non ci sono però solo le “chat”, perché non dimentichiamoci che i terminali mobili di oggi sono dei veri e propri computer. E così c’è chi le usa per fare il furbo, come racconta Ivo Regoli, fino a poco tempo fa alla guida dello scientifico-linguistico Carlo Livi di Prato, e come è accaduto ad un altro scientifico, il Leonardo Da Vinci di Firenze. Qui l’anno scorso una ragazzina di seconda classe si è vista annullare un compito e assegnare un votaccio perché il prof, correggendole la versione di latino, si è accorto che aveva copiato. La traduzione riportava frasi che l'insegnante aveva tagliuzzato qua e là dal passo scelto per la prova proprio per snidare i copioni. Lei ha confessato: «L'ho presa da Internet col telefonino, c'è pure una app che fa le versioni, basta inserire le parole iniziali e il software ricostruisce il testo».

Un uso intelligente. Ma da noi alcuni docenti - racconta la dirigente del Da Vinci Donatella Frilli - consentono di usare lo smartphone per motivi didattici, ad esempio per le misurazioni nel disegno o per calcoli o operazioni particolarmente complicate. In fondo, si tratta sempre più di strumenti di lavoro: l’importante è che il loro utilizzo sia confinato a questo scopo, non è pensabile che un ragazzo abbia il permesso di telefonare o “messaggiare” su WhatsApp in aula a piacimento, neppure però si può far finta che l'innovazione e le tecnologie non esistano».

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