Il Tirreno

Toscana

Mi metto i guanti e regalo carezze ai malati di Ebola

di Gemma Vignocchi
Mi metto i guanti e regalo carezze ai malati di Ebola

Massimo Galeotti racconta la guerra contro l’epidemia. I volontari devono proteggersi con tute pesanti e occhialoni

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Risponde al cellulare e dice: «Stavo preparando la besciamella per i cannelloni. Sa, cucinare mi rilassa». Massimo Galeotti, infermiere di Medici senza Frontiere, da un paio di settimane è nella sua casa di Palazzuolo sul Senio, nel Mugello (in provincia di Firenze ma più vicino alla Romagna) per riposarsi e riprendere energie. Poi partirà di nuovo per l'Africa occidentale, a combattere contro l'Ebola nel “triangolo della morte”, la zona compresa tra Guinea, Sierra Leone e Liberia dove il virus fa strage. Si trovava in Birmania, sempre come volontario, quando all’inizio dell’estate i dirigenti di Msf gli hanno chiesto se era disposto a spostarsi a Guéckédou, cittadina nella foresta guineana: era il 24 giugno e tre mesi prima l'Ebola era stata dichiarata ufficialmente epidemia e definita dall’Oms “emergenza di salute pubblica internazionale”. L'infermiere toscano non ci ha pensato un attimo: è partito. E ha avuto un battesimo di fuoco: il giorno stesso del suo arrivo, alla clinica di Msf si è presentata una famiglia - padre madre e tre bambine, tutti infetti. Sono morti uno a uno nel giro di pochi giorni tranne la ragazzina più grande, Mary. Lei ce l'ha fatta. E per l'infermiere fiorentino, che se l'era presa a cuore convincendola a curarsi, è stata una grande vittoria, tanto più che l'Ebola in quel momento aveva un tasso di mortalità del 90 per cento.

Galeotti, lei sta molto vicino ai malati, è affettuoso con loro. Dicono che a volte gli faccia persino il solletico.

«Ai bambini africani piace, li diverte. E un giorno mi sono messo a fare il solletico anche a un uomo arrivato nella nostra clinica in Liberia, e lui ha riso. Era un quarantenne ma aveva lo sguardo spaurito di un bambino, col terrore di chi pensa che quasi nessuno esce vivo dai nostri ospedali. Ho cercato di consolarlo, di dargli coraggio. Il contatto fisico con i pazienti è importantissimo, soprattutto nel caso dell'Ebola perché questa è una malattia che ti costringe ad allontanarti da tutti e da tutto: spesso le persone muoiono senza poter avere i familiari accanto. Così il rapporto con medici e infermieri diventa l'unico collegamento con il mondo esterno. Noi naturalmente dobbiamo sempre essere ben protetti».

Insomma anche il solletico va fatto con i guanti.

«Certo, due paia di guanti, da lavare in acqua e cloro. E quando entriamo nei centri di isolamento dobbiamo indossare una tuta di materiale plastico impermeabile, stivali di gomma e una maschera che copre bocca e naso, mentre per riparare gli occhi usiamo degli occhialoni tipo sub. E poi, sopra tutto, un grembiule di plastica che ci copre dal collo ai piedi. È chiaro che così bardati si fa la sauna e si suda tantissimo. Si respira anche male e ogni piccola cosa diventa faticosa, anche chinarsi per dare da bere a un paziente. Non si può resistere a lungo con tutte quelle protezioni addosso».

L'Ebola è estremamente contagiosa, purtroppo.

«Sì, si trasmette attraverso tutti i liquidi del corpo. Può bastare una stretta di mano per ammalarsi, se la mano è sudata e chi la stringe ha una piccola ferita. I morti poi sono più contagiosi dei vivi perché hanno una carica virale altissima, e le abitudini locali favoriscono la diffusione del virus».

Per esempio?

«La notte prima del funerale almeno un familiare dorme a fianco del defunto, nello stesso letto, e così rischia di ammalarsi. Un altro esempio: una volta 32 persone di uno stesso villaggio sono arrivate al nostro centro di Foya, in Liberia, ed erano tutte positive all’Ebola. Allora abbiamo inviato un team in quel villaggio per capire i motivi di un contagio tanto esteso. E abbiamo scoperto che un leader religioso locale era andato in pellegrinaggio a Monrovia, la capitale, per incontrare altri leader religiosi e si era ammalato. Tornato a casa, era morto. Per prepararlo al funerale avevano lavato il suo corpo, come qui fanno sempre, e avevano tenuto l'acqua. E poi in quell’acqua infetta i fedeli si erano sciacquati viso e mani».

Lei non ha mai paura?

«No, con tutte le protezioni che abbiamo mi sento al sicuro. So però che devo stare attentissimo, per esempio a non inciampare, a non bucarmi... Non possiamo toccarci nemmeno tra noi volontari. All’inizio dell'epidemia sono morti parecchi medici e infermieri negli ospedali locali, e altri sono fuggiti per il terrore del contagio. E così la situazione si è aggravata, tanto più che questi paesi non hanno molti soldi da investire per fermare la strage e la comunità internazionale non mi pare faccia abbastanza».

Sono colpiti soprattutto i più poveri?

«Sono colpiti tutti, e in particolare chi sta a contatto con la gente come i commercianti o i tassisti. Poi certo la miseria può peggiorare la situazione perché chi si alimenta bene e ha buone difese dell'organismo ha più chance di farcela. Il virus è partito dai villaggi ma poi è passato in fretta nelle città con gli spostamenti delle persone: qui tutti si muovono in continuazione».

In che modo curate i pazienti?

«Nei centri di Msf non si usano farmaci sperimentali e per l'Ebola non ci sono medicine specifiche, quindi diamo delle terapie di supporto: antibiotici, antimalarici, vitamine, sali minerali per reidratare. È importante anche aiutarsi con una buona alimentazione. Il nostro centro di Monrovia ha 200 posti e non abbiamo più spazio per i letti, non sappiamo come fare. C'è anche il problema di educare la popolazione».

Da quanto tempo lavora per Medici senza frontiere?

«Dal 2003. Cominciai con una missione in Angola dove era da poco finita la guerra e c'era bisogno di curare i bambini che saltavano in aria sulle mine. Poi ci sono stati la Liberia, il Sud Sudan, la Birmania, il Bangladesh…»

Che ne pensa la sua famiglia di questa attività?

«Ho 40 anni e sono single. Mia madre si preoccupa, naturalmente, ma non mi ha mai ostacolato».

E prima che faceva?

«Ho cominciato lavorando in una casa di riposo a Firenzuola, sempre nel Mugello. Ma mi attraeva l'India e ogni anno andavo a lavorare per qualche mese in un ospedale di Madre Teresa, a Calcutta. Poi decisi di impegnarmi con Medici senza frontiere, però per andare in missione bisognava conoscere bene l’inglese ed essere specializzati in medicina tropicale. Così mi licenziai dalla casa di riposo e partii per Londra: ho lavorato per tre anni al Royal Free Hospital e ho preso la specializzazione».

Ora tornerà in Africa.

«Sì, l'ho chiesto io. È dura, soprattutto psicologicamente, però c'è bisogno di qualcuno che abbia esperienza con l'Ebola e io in questi mesi me la sono fatta. E quando mi sento giù di corda cucino. In tutti i posti dove vado mi porto sempre dietro una teglia di silicone pieghevole che uso per fare i dolci. Ho l’abitudine di chiedere la data di nascita dei componenti del team e così per i compleanni o quando il morale del gruppo è a terra preparo torte oppure cucino la pasta. Il cibo ha un valore terapeutico, soprattutto per noi italiani».

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