Il dolore
Ponte del Diavolo, ecco perché si chiama così
Da secoli resiste alle piene del fiume Serchio. E su questo mirabile esempio di ingegneria medievale sono fiorite tante leggende...
BORGO A MOZZANO. Da secoli resiste alle piene del fiume Serchio. Quasi una sfida alla forza di gravità con quella forma stranissima a schiena d’asino, le arcate possenti e asimmetriche che lo rendono unico, inquietante, surreale per via in particolare dell’arco centrale, altissimo, proteso verso il cielo e così sottile da temere che non possa reggere. Invece il ponte del Diavolo regge. Dal 1100, o giù di lì. Quasi centro metri di lunghezza, tanto arditi da sfidare la natura e da far pensare che un’opera del genere non possa essere frutto dell’uomo, ma di un essere soprannaturale, addirittura del demonio. Così su questo mirabile esempio di ingegneria medievale sono fiorite le leggende, che hanno finito per forgiare al ponte anche il suo nome.
La più diffusa narra di un capo mastro che, in difficoltà per non riuscire a finire i lavori nel giorno stabilito, chiese aiuto al diavolo. Satana gli promise di terminarlo, ma in cambio voleva l’anima del primo passante che la mattina dopo avrebbe oltrepassato il ponte. Il capomastro accettò, ma fece in modo che ad attraversarlo non fosse una persona, ma un animale (qualcuno parla di un cane, chi di un maiale). Così beffò il diavolo, che scomparve lasciando la sua opera. In realtà a far costruire il ponte fu Matilde di Canossa intorno al 1100, ma del suo intervento non ci sono documenti certi. Sicuramente, invece, venne fatto restaurare verso il 1324 da Castruccio Castracani, valoroso condottiero e signore di Lucca.
Agli inizi del 1500 il ponte assunse l’altro nome con cui è conosciuto - della Maddalena – attribuitogli dal romitorio che venne eretto ai suoi piedi, sul lato sinistro del fiume, e intitolato alla santa Maddalena. Nel corso dei secoli, poi, qualche ritocco lo ha avuto, soprattutto quando fu costruita la ferrovia alla fine del 1800 e, in tempi relativamente più recenti, nel 1948 dopo la seconda guerra mondiale, quando venne realizzata la diga subito a valle. In quell’occasione il riempimento del bacino e l’aumento delle acque gli tolsero molto del meraviglioso slancio verso il cielo, oltreché minare di più i piloni. Ma quando il bacino viene periodicamente svuotato, come in questi giorni, il ponte riemerge in tutta la sua arditezza, nella sua sfida secolare e vittoriosa contro le acque del fiume. E non è difficile ripensare alla leggenda.

(Martedì 23 settembre è stato svuotato il bacino della diga di Borgo a Mozzano: ecco un'immagine suggestiva di quel momento)
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