Il Tirreno

Toscana

Agricoltura, in fuga dai campi: in 30 anni perso il 24% delle aree coltivate

di Stefano Taglione

I dati elaborati dalla Confederazione italiana agricoltori e inseriti nel dossier che boccia il piano paesaggistico

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In quasi trent’anni – dal 1982 al 2010 – il 24% della superficie agricola toscana non viene più coltivata. È ciò che emerge dai dati Istat, elaborati dalla locale Confederazione italiana degli agricoltori, e inseriti nel dossier che boccia il Piano paesaggistico dell’assessore Anna Marson, adottato dall’ente lo scorso 2 luglio. I numeri sono inequivocabili e dimostrano una vera e propria fuga dal settore primario, fra le eccellenze della nostra regione. Ad allontanarsi dai campi – secondo l’associazione di categoria – sarebbero stati soprattutto i piccoli contadini. In provincia di Massa-Carrara, ad esempio, in 28 anni la superficie coltivata è diminuita del 74% (da 39mila a 10mila ettari): in Toscana è la variazione record. Nel Lucchese, invece, la flessione nell’arco dei tre decenni si attesta al 47,2% (da 46mila a 24mila ettari) mentre la provincia di Pisa è l’unica con un calo inferiore al 20% (con una diminuzione del 17,2%). Quest’ultima è la sola area toscana sotto la media nazionale. In Italia, infatti, il consumo del suolo agricolo utilizzato è pari al 18,8%. La nostra regione, insomma, va oltre la tendenza del Belpaese.

Emorragia delle aziende. Lo spazio coltivato non è certo l’unico indicatore negativo. In Toscana anche il numero delle aziende che operano nel settore primario è drasticamente diminuito. A certificarlo sono sempre i dati dell’Istituto nazionale di statistica. Se analizziamo le sole colture seminative, infatti, scopriamo che in dieci anni – dal 2000 al 2010 – le imprese sul mercato sono il 42% in meno. Il poco invidiabile record ancora una volta alla provincia di Massa-Carrara, con un meno 78% di tasso fra chiusure e nuove aperture, seguita da Prato (-58,6%), Pisa (-53,8%) e Lucca (-52,6%). Meglio – ma sempre in flessione – lo scenario maremmano, con un -22,6% di imprese.

Male le zone svantaggiate. Cali più ridotti, invece, nel settore delle “legnose agrarie”, dove il saldo medio fra chiusure e aperture, in Toscana, si attesta a un meno 3%. In alcuni casi, come nelle province di Grosseto, Livorno e Pistoia, il numero delle imprese è perfino aumentato (rispettivamente del 10, dell’8 e del 4,4 per cento) mentre a Siena il conto è quasi pari: +1%. Cali (anche evidenti) nel resto della regione, con il comprensorio di Massa Carrara ancora una volta in testa a questa poco invidiabile graduatoria, con il 40% di aziende agricole in meno. «Dove c’è un’agricoltura più orientata verso il mercato o verso produzioni intensive – spiega il direttore toscano della Confederazione italiana degli agricoltori, Giordano Pascucci – c’è un maggior utilizzo del territorio. Gran parte degli ettari persi si trovano nelle zone montane più svantaggiate, come la Lunigiana. Lì, purtroppo, c’è un disincentivo alla produzione agricola».

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