Sicurezza
“La Merica” è okay ma Lucca rimane la piccola grande patria
Sono emigrati, spesso hanno fatto fortuna; però, che siano a New York o in Argentina, il cuore è ancora in via Fillungo
Indietro hanno accettato di lasciare quasi tutto. L’infanzia. A volte la famiglia. Il nome: a Barga il nonno di David Baldacci, lo scrittore americano di best seller, nasce Amedeo. In Virginia, a Richmond diventa Mike «forse perché era troppo difficile da pronunciare». Anche i cognomi si accorciano per entrare nelle insegne dei negozi. Si deformano per sembrare stranieri. Sembrare, non essere. All’Italia gli emigranti non rinunciano. Alcuni più di altri. La portano nella miniatura di bandiera cucita dentro il portafoglio; solo nei ricordi se la povertà morde. Nella bibbia che deve confortare il viaggio solitario del fornaio garfagnino verso l’Australia, anche se in 38 giorni di nave, diventa cartina da sigarette. Comunque c’è. E si torna sempre a cercare. I lucchesi più di altri. Il 13 settembre, ogni anno, delegazioni di tutto il mondo si ritrovano fra via Fillungo e la Cattedrale di San Martino per celebrare la Santa Croce, la festa religiosa più importante della città. E raccontarsi che ci sono ancora, anche se la vita li ha portati a vivere da un’altra parte.
La chiesa di Lucca a Roma
Altrove, ma non lontani dalla vera “patria”: Lucca su cui tutti devono poter contare in ogni angolo della terra. Ora e sempre. Anche quando l’estero è Roma, perché Lucca è pur sempre uno stato indipendente. E fra Cinquecento e Seicento l’emigrazione è già un fenomeno. Oltre ai mercanti, a Roma si è stabilito un gruppo di figli di nobili, con incarichi in ambito ecclesiastico; perciò gli anziani della Repubblica creano la “Natio lucensis de Urbe”, la comunità lucchese di Roma. Poi, il giurista lucchese Alessandro Cantoni, obbliga i propri eredi a costituire una chiesa a Roma affinché il «lucchesi possano avere l’illusione di trovarsi in patria». Papa Urbano VIII concede una chiesa medievale, fra il Quirinale e Fontana di Trevi. È male in arnese. Ma il 12 luglio 1631, San Paolino, patrono di Lucca, viene riaperta.
ENGLISH VERSION: Italians emigrants lived "La Merica"'s dream but their hearts never left Lucca
Little Italy e Puccini
All’inizio del Novecento il declino e l’oblio. Senza lasciti la chiesa rimane quasi sempre chiusa. Il 10 settembre no. Il vescovo di Lucca Italo Castellani celebrerà una messa per gli emigranti. Fra le statue di San Paolino, San Frediano e il Volto Santo, il Cristo nero di Lucca. Il pullman da Lucca è pronto per il pellegrinaggio in via dei Lucchesi, il pezzo di patria in terra straniera. Così simile alle comunità create all’estero: meno chiassose delle Little Italy, i quartieri italiani dove si mescolano connazionali di tutte le regioni. L’atmosfera di via dei Lucchesi richiama semmai i sobborghi di famiglie provenienti dallo stesso paese. Un sobborgo, con qualche competizione, come a come casa». Ma le rivalità si sfogano nei campi da bocce. E nelle feste. La Columbus parade, la celebrazione della scoperta dell’America, con carri e marching band che a New York sfilano lungo la Quinta strada, a San Francisco a North beach: il viale principale, si chiama Cristoforo Colombo. In 300 metri, fra un caffè Roma e un caffé Greco, c’è l’omaggio al Maestro lucchese: hotel La Bohéme, club Tosca e caffé Puccini, gestito da una famiglia di Bagni di Lucca con una foto della statua del compositore sul Belvedere di Torre del Lago.
Giù le mani da Colombo. Questo spiega perché l’anno scorso quando un membro del Congresso americano ha tentato di abolire il Columbus day come festa nazionale i club, anche di Lucchesi e Toscani hanno iniziato una battaglia social. Non solo in Usa: hanno coinvolto amici e parenti italiani nella protesta. E alla fine il pericolo è stato scongiurato. L’identità salva. Senza campanili. Perché se sei di Massarosa o di Seravezza in Argentina - fra le cave di Tandil - è quasi uguale che essere di Capannori. Perfino le inflessioni dialettali scompaiono se sei emigrato da piccolo o se sei nato all’estero. La Merica, dicevano i vecchi che partivano bambini o giovanotti. A fine ’800 andavano a costruire le ferrovie e diventavano padroni di città. A Giuseppe Giorgi è successo così in Brasile. Che ci voleva: il figurinaio analfabeta Zeffirino Poli da Bolognana, negli anni della Grande Depressione americana, in Connecticut, è riuscito anche vendere e ricomprare una catena di teatri alla Fox, diventando milionario. Ma quando tornava a casa, in Garfagnana, non voleva mai prendere la carrozza: «Grazie, ma si poteva andare a piedi», diceva alle sorelle. Parlava in un italiano che ormai sapeva di americano.
La lingua annacquata. A quanti emigrati succede. La borsa che diventa “bega” - piegando l’inglese “bag”. O il “truck” - il camion - che si trasforma nel “trocco”. Chi ha imparato l’italiano dai nonni emigrati, quando ancora in Italia c’era il re, chiama i dollari “scudi” - perché sulla lira c’era lo scudo sabaudo. Ma alla fine ci si intende. Oggi è più facile. E più rapido. Ci sono le mail, c’è Facebook. Sui siti delle associazioni ci sono foto e calendari degli eventi. Le lettere non impiegano mesi ad arrivare. You tube da Washington rimanda un video di tre splendide nonne lucchesi che canticchiano la canzonetta del moroso da incontrare sulle Mura, al ritmo di “Campagnola bella”. Cento anni fa le loro nonne non conoscevano la televisione.
Il tango di Piazzolla, la patria di Nutini. Ma la nostalgia era la stessa di oggi. Lo esprime bene Astor Piazzolla nel suo tango “Adiòs nonino”. Sì nonino, no “abuelo”, perché le sue radici sono di mare e di montagna, della Garfagnana. E i suoi nonni li chiamava in italiano. Stessa nostalgia, dunque, per le prime ondate di emigrazione, solo mezzi erano diversi. Tecnologici e finanziari. Le patrie no. Tante. Ognuno ha la propria Italia di ritorno. Paolo Nutini, il cantante scozzese, in una recente intervista radiofonica, parlando di Barga, il paese d’origine della famiglia lo descrive come un «luogo incantato, dove il tempo sembra essersi fermato».
I ritorni. Michael Prosperi, invece, sceglie Riolo come patria italiana. Borgo di Bagni di Lucca, invisibile sulle mappe. Ma solo su quelle. Originario della Mediavalle, a 15 anni Mike già lavorava nella bottega del babbo come “figurinaio”, la tradizione importata dalla Lucchesia. Poi gli studi universitari e il ristorante italiano di successo con 25 dipendenti. Con i guadagni, cinque anni fa, l’acquisto della casa degli avi a Riolo. Un regalo per nonno Dante, nato in America, in Iowa, che in questa casa aveva passato un anno dopo la seconda guerra mondiale. Anche Raymond Isola, per anni preside di una scuola pubblica bilingue, per figli di immigrati, a San Francisco, ha realizzato lo stesso desiderio: acquistare casa a Lucca, il riscatto per i nonni emigrati poverissimi. In qualche modo li ha riportati in patria. Il loro ritratto campeggia nell’appartamento dentro le Mura. Proprio come in ogni casa di emigrati c’è una foto: una persona; un luogo del cuore: il ponte del Diavolo, la torre di Pisa, le Apuane. Spesso si incornicia un’onorificenza: Liana Figone, presidente a San Francisco per anni della Federazione cattolica, conserva quella di Cavaliere della Repubblica e la medaglia d’oro della Camera di Commercio di Lucca: è stata la prima donna a ottenerla negli anni Settanta. Ciascuno, appunto, la sua patria. Carlo Barsotti da San Giuliano Terme, fondatore per più diffuso giornale italiano negli Usa - il Progresso italo-americano - volle tornare in Italia a modo suo, anche se morì in America nel 1927: lasciò 250mila dollari per costruire la galleria nel sotto il Monte Pisano, quella che ora si chiama in gergo “il foro”.
La Toscana e la costituzione Usa
Ai paesi di emigrazione, invece. gli emigranti lasciano lacrime; sangue, quando sono stati picchiati o linciati negli anni del razzismo: gli italiani erano considerati «poco più dei negri». Ma questi paesi devono agli italiani anche il futuro. Uno in particolare, l’America, deve molto a un toscano, nato a Poggio a Caiano e morto a Pisa, con la Virginia nel cuore. Gli deve i principi della sua Costituzione. La sua frase più famosa: «Tutti gli uomini sono per natura liberi e indipendenti». Si chiama Filippo Mazzei. E, per due anni, ha fatto il medico anche a Livorno.
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