Il Tirreno

Toscana

La gente ci lanciava fiori e noi soldati neri ci sentivamo degli eroi

di Paola Taddeucci
La gente ci lanciava fiori e noi soldati neri ci sentivamo degli eroi

Orgoglio nero, ricordi, commozione, testimonianze, battaglie e sofferenze, speranze in un nuovo libro sulla divisione Buffalo

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Orgoglio nero, ricordi, commozione, testimonianze, battaglie, sofferenze, speranze. Di un “Buffalo soldier”, settant'anni dopo. Ivan J. Houston racconta la guerra, quei mesi tra l'agosto 1944 e il maggio 1945 in cui fu in Toscana a combattere contro i tedeschi nell'epilogo trionfale, ma terribile, lungo e drammatico della seconda guerra mondiale.

Lo fa nel libro “Black Warriors. I Buffalo soldiers e la liberazione dell'Italia lungo la Linea Gotica” , già pubblicato negli Stati Uniti e in uscita il 9 settembre nelle librerie italiane per la casa editrice lucchese Pacini Fazzi, tradotto da Giulia Larturo. Houston, californiano, oggi 89 anni e tra gli afroamericani più potenti e influenti degli Stati Uniti per le sue attività imprenditoriali nel campo assicurativo, parteciperà alla presentazione ufficiale del volume il pomeriggio del 9 mentre venerdì sarà già a Lucca per testimoniare - nel giorno in cui cadono i 70 anni della liberazione della città delle Mura - quello che accadde così tanti anni fa. Nel 2012, ad esempio, è stato in visita a Pietrasanta e Viareggio mentre lo scorso anno ha partecipatoa Lucca ad una rievocazione delle battaglie di quei lunghi mesi del 1944. Andrà anche a Firenze per “salutare” i militari americani morti sul fronte italiano e là sepolti.

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Houston era uno dei 15mila “soldati bisonte” della 92a divisione, tutta composta da neri. Avevano lo stesso nome che gli indiani avevano dato alle truppe afroamericane durante la guerra di secessione di fine Ottocento e cantate anche da Bob Marley nell'omonima ballata. Come i primi “Buffalo”, anche i “Black warriors” - l'unica divisione di colore che ha combattuto in Europa durante il secondo conflitto mondiale - furono vittime di discriminazioni razziali, segregazioni e calunnie da parte dei loro compagni bianchi, sia soldati semplici che alti ufficiali, con feroci accuse di codardia e pavidità, poi messe definitivamente a tacere dalle scuse ufficiali della Casa Bianca.

Anche per ricordare il sacrificio e l'impegno dei “bisonti” neri, trattati come feccia in patria e considerati eroi in Italia, Houston ha messo le lancette indietro di settant'anni, riprendendo il suo vecchio diario di guerra e raccontando immagini, suoni, odori e sensazioni provate combattendo per otto mesi – dalle sponde meridionali dell'Arno fino a Pisa, Lucca, Seravezza, la Versilia, Barga, l'Appennino - a fianco dei suoi compagni, molti dei quali morti in battaglia davanti ai suoi occhi. Lui stesso fu ferito in Versilia e quell'azione gli valse una medaglia, cui ne sono seguite altre.

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Il suo diario inizia nell'aprile 1944 quando, studente all'università di Berkeley che sapeva a malapena dov'era Pearl Harbour, fu arruolato nella 92a divisione, con una parte della quale il 15 luglio s'imbarcò senza sapere che la destinazione era il fronte italiano. Da allora presero il via i mesi più lunghi e significativi della sua vita, che ha ricomposto, dopo settant'anni, grazie ai ricordi personali e a quelli di altri sopravvissuti.

Il primo dei suoi compagni a morire in battaglia fu il sergente Reid la notte tra il 23 e il 24 agosto vicino a Pontedera. Fu anche la prima azione di guerra dei Buffalo soldiers. Dall'America erano arrivati a fine luglio: quattromila uomini che – gli fu poi detto - dovevano aprire la strada al resto della divisione.

Sbarcati a Napoli, poi di nuovo imbarcati per Civitavecchia e da lì sul convoglio militare erano giunti in Toscana. «Avevamo il compito di attraversare il fiume Arno – racconta Houston – e sfondare la Linea Gotica. Eravamo giovani, nervosi, ma tutti desiderosi di far parte di un'operazione militare vittoriosa».

Quella notte Reid rimase ferito sotto il fuoco nemico, e morì quasi sul colpo. «Fu la prima vittima della 92° divisione – scrive Houston nel suo libro - In un attimo se n’era andata una persona che conoscevo, con cui solo qualche settimane prima avevo oziato e giocate a carte sulla nave che ci portava in Italia. Quella notte ci sentimmo tutti smarriti». Ma non c'era tempo per smarrirsi. Bisognava avanzare. E i “soldiers” avanzarono, riuscendo ad attraversare l'Arno e conquistare oggi - ovvero il 2 settembre del 1944 - i Monti Pisani. E allo smarrimento subentrò la gioia. «Ci spostammo verso Uliveto, Caprona e Asciano – racconta ancora Houston - Lungo tutta la strada, centinaia di italiani circondavano i nostri veicoli. Ci tiravano fiori e gridavano “Viva gli americani!”. Alcune donne piangevano. Alcuni ci correvano accanto e versavano vino a volontà e altri, di ogni sesso ed età, pagavano il loro tributo con baci che gli venivano dal cuore. Ci facevano sentire degli eroi conquistatori. Ancora oggi, quando ripenso a quelle scene, mi sento bene e mi viene da sorridere. I bianchi italiani  ringraziavano noi, neri americani, per averli liberati e ci ricoprivano d’affetto. Ma nel nostro Paese restavamo cittadini di secondo livello sotto tutti i punti di vista».

Come i neri fossero considerati, nel loro Paese e nel loro esercito, fu evidente a ottobre dopo i vari assalti a Seravezza e sui monti versiliesi, nel tentativo di conquistare Massa, persi ripetutamente dai Buffalo soldiers con un tributo pesantissimo di vittime.

Il fallimento fu largamente attribuito, infatti, alla mancanza di coraggio e alla riluttanza delle truppe afroamericane a resistere e combattere. Ma in difesa dei “black” si schierò un colonnello, che in una lettera inviata allo Stato Maggiore elogiò la loro azione, sostenendo che il gruppo tattico dei Buffalo meritasse di passare alla storia per il comportamento in battaglia e per aver aperto la strada al resto della 92a divisione . Ma non bastò, perché anche successivamente l'azione dei neri fu messa in dubbio con commenti del tipo “i bianchi sono pronti a morire per la patria, i neri no”.

«Ci sono i numeri a testimoniare il sacrificio del nostro gruppo e quello di tutti gli altri soldati che combatterono in Italia – scrive Houston - 4.400 morti, tra soldati, aviatori e marinai sono sepolti nel cimitero americano di Firenze. A loro sono da aggiungere più di 1.400 dispersi. Ma queste cifre, da sole, non potranno mai far capire il costo della sofferenza, delle vite spezzate e della perdita di soldati così valorosi». Quello che ha voluto affidare a perenne memoria con il suo diario.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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