Sicurezza
La crisi non tocca le aziende del marmo: e l’oro bianco vola
La Marmi Carrara dal Duemila ha triplicato il suo valore. Ancora più eclatante il caso della meno nota Vennai
CARRARA. Ci sono aziende toscane a cui gli anni di crisi non hanno fatto altro che bene. Siamo nel distretto industriale del lapideo apuo-versiliese: qui, in quota a Carrara, ci sono società che, da quando la recessione mondiale è cominciata, hanno triplicato il loro valore. E siamo nell’ordine di decine di milioni di euro. Attenzione: non si tratta delle aziende che, semplicemente, estraggono, tagliano e vendono i marmi, ma di quelle che le cave non solo le lavorano ma le posseggono anche (anche se c’è chi preferisce che si parli di concessioni più che di proprietà).
I casi sono due e sono eclatanti: ecco perché gli esperti parlando di trend. È il caso della Marmi Carrara, la prima società del lapideo apuano – il 50 per cento delle quote è stato acquistato un mese fa dalla famiglia saudita dei Bin Laden – e della Vennai, azienda storica del lapideo carrarese. Entrambe, recentemente, sono state coinvolte in operazioni finanziarie: del resto si tratta di realtà imprenditoriali non nuove ai passaggi di mano. Per entrambe, dunque, è stato necessario “misurare” il valore. Da qui la sorpresa. Partiamo dall’azienda-palma d’oro, la Marmi Carrara – valore attuale, 100 milioni di euro – e facciamo un salto indietro. Agli inizi del 2000, dalla Marmi Carrara nata sulle ceneri della Imeg – quella Imeg che con la Sam controllava il 65% delle cave e che Raul Gardini (leggi Calcestruzzi) si era comprato – uscirono quattro imprenditori locali, soci della prim’ora. Se si mette a confronto il prezzo a cui questi marmisti carraresi vendettero le loro quote con la cifra a cui i Bin Laden hanno acquistato il pacchetto azionario in cessione – un po’ meno di 50 milioni è il valore dell’operazione arabo -apuana – si scopre che c’è un rapporto di 1 a 3. In altre parole, se i marmisti carraresi usciti agli inizi del 2000 avessero atteso per vendere le loro quote, oggi avrebbero guadagnato tre volte tanto. Speculazione? Gioco al rialzo coi sauditi ai piedi delle Apuane? No, si vende al triplo perché il valore della società è triplicato.
Ancora più clamoroso è il caso della Vennai, meno nota della Marmi Carrara, ma negli anni terreno anch’essa di avvicendamenti. Oggi Vennai significa soprattutto Eric Lucchetti, abile imprenditore carrarese; tra gli altri soci, Marmi e Graniti d’Italia (Gruppo Caruso) e due eredi della famiglia Andreani, storicamente “in pancia” alla società. Recentemente un socio ha ceduto la mano e c’è stata necessità di liquidarlo. La società viene messa sulla bilancia: valore, circa 50 milioni di euro (e il socio-uscente viene liquidato con qualche milione). Dal borsino si scopre che la Vennai, presa come società singola, è la seconda azienda apuana dopo la Marmi Carrara. Non solo. Sette-otto anni fa, un’azienda come questa, secondo gli esperti, valeva un po’ più di 10 milioni di euro, circa un terzo di quanto vale oggi. Molti meriti vanno a Lucchetti, ma qui c’è di più: quasi una sorta di congiuntura astrale favorevole.
Perché aziende come queste, il cui core-business sono le cave, non solo non hanno risentito della crisi, ma addirittura sono riuscite a rovesciare a loro favore l’incremento che c’è stato sul mercato mondiale del prezzo del marmo. Cresce il prezzo del prodotto, aumentano gli affari e il reddito, si incrementa il valore societario. Fosse sempre così.
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